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No, Santoro, la trap non è quella di ‘Volare’

Ieri sera su Rai 2 il conduttore ha introdotto un documentario su “sogni e speranze di una generazione”, ma quello dei trapper è un mondo complesso e la narrazione muscolare e melodrammatica è meglio lasciarla ai talent

Michele Santoro

Foto di Andreas Rentz/Getty Images

Nel 2007, nel Regno Unito, debuttava sul canale E4 una serie rivoluzionaria, Skins. Raccontava gli adolescenti inglesi senza filtri e moralismi, eliminando ogni giudizio, spettacolarizzazione o morbosità su temi come sessualità, abusi, droghe, alcol e malattia mentale. Ciò era possibile grazie all’età di buona parte degli sceneggiatori, praticamente coetanei dei protagonisti e quindi capaci di fornire informazioni di prima mano e una visione soggettiva ma lucidissima; molti spettatori la vissero – a ragione – come un sonoro cazzotto nello stomaco.

Per quanto sia stata eccellente e abbia fatto scuola quasi ovunque, però, la lezione televisiva di Skins dalle nostre parti non è mai stata appresa, né dalla fiction né dai documentari, dove oltretutto sarebbe molto più facile applicarla. Lo dimostra il bislacco esperimento andato in onda ieri sera su Raidue: Volare, un programma prodotto da un venerabile guru della televisione pubblica italiana come Michele Santoro. Cercava di riassumere in un’oretta il fenomeno della musica trap in Italia, dipingendo “un affresco che va oltre gli stereotipi, raccontando sogni e speranze di una generazione che sembra avere come unica arma di riscatto il successo individuale”, come recita il comunicato stampa. Il problema, però, subentra quando chi deve affrescare non ha un’idea precisa di quale sia il soggetto da ritrarre.

Quando si vuole analizzare un universo complesso come quello della trap, i limiti che possono impedire di darne un’immagine realistica e oggettiva sono parecchi. Innanzitutto c’è la questione anagrafica: se molti over 25, compresa la sottoscritta, fanno fatica a comprenderne tutte le sfumature, figuriamoci chi è ancora più adulto. Poi c’è un problema di background: la cultura hip hop e in generale tutte le sottoculture urbane hanno codici, princìpi e valori che sono estremamente codificati e radicati, e chi non li conosce non capirà mai – e tantomeno riuscirà a spiegare a qualcun altro – perché certi orpelli non sono vezzi ma simboli, perché quel linguaggio così esplicito è la metafora di qualcos’altro, perché la competizione non è una scelta ma quasi un obbligo.

Ultimo ma non ultimo, per raccontare cos’è la trap bisogna sapere cos’è la trap. Bisogna saper distinguere un rapper da un trapper, ad esempio, e anche chi cerca solo la fama da chi ha una genuina urgenza di esprimere qualcosa. Cosa ancora più importante, bisogna saper distinguere almeno a grandi linee un trapper di talento da un trapper scarso, ma basandosi sull’originalità della sua musica, non sui numeri che fa su Instagram o su quanto è commovente e/o evocativa è la sua storia; per quel tipo di narrazione muscolare e melodrammatica ci sono già i talent show, dai documentari vogliamo altro.

Volare ha mischiato trapper artisticamente validi (tipo Ketama126 e Side Baby) con gente che sembra scelta ad hoc per dimostrare la superficialità dell’intera scena (tipo tale Christian King, un tizio che incidentalmente fa anche canzoncine urban pop, ma è diventato famoso soprattutto per aver indossato 50.000 euro di vestiti, gioielli e accessori in uno di quei contest tipo “Quanto costa il tuo outfit?” che vanno fortissimo su YouTube). E ha privilegiato scene e momenti in cui dicono e fanno cose questionabili, o addirittura sbroccano, come Side che se la prende con i fan perché mentre fa stage diving qualcuno gli ruba la collana.

La domanda nasce spontanea: cosa avrà mai capito, di questo genere musicale, chi ha visto il documentario senza avere già un’infarinatura di base? Poco o niente, probabilmente. “La trap non è altro che il rock’n’roll fatto nel 2020” dice Ketama a un certo punto. E infatti, a guardare le immagini che scorrevano sullo schermo sembrava di assistere a certi filmati d’epoca della Rai, in cui un paludato inviato del telegiornale cercava di spiegare il beat, gli hippie, il punk o i rave a una platea di proverbiali casalinghe di Voghera. Non che ci sia niente di male se la Rai vuole contribuire a spiegare la cultura contemporanea a chi non la mastica più di quel tanto, anzi. Ben venga, anche quello è servizio pubblico. Però bisognerebbe lasciarlo fare a chi ne padroneggia il linguaggio.

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