Mr. Joseph Gordon-Levitt è tornato (alla tv) | Rolling Stone Italia
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Mr. Joseph Gordon-Levitt è tornato (alla tv)

Dopo una carriera ricchissima e una pausa da Hollywood, la nuova dramedy 'Mr. Corman' per Apple TV+ (che ha anche creato, prodotto e diretto) è «la cosa più personale che abbia mai fatto», dice l'attore

Foto: Rich Fury/Getty Images


«Lo sai che quello è il ragazzino di Una famiglia del terzo tipo?». C’è stato un momento, più o meno attorno al passaggio tra anni zero e anni dieci, in cui Joseph Gordon-Levitt era quasi dappertutto, e questa frase si sentiva ripetere spesso. Soprattutto durante la collaborazione con Christopher Nolan, in Inception prima e nel Cavaliere oscuro: Il ritorno poi, insomma, il momento in cui, dopo un decennio di cinema indie, stava facendo il salto verso il blockbuster (anche se d’autore), quanto di più lontano possibile dal ragazzino con i capelli lunghi e la riga in mezzo protagonista della sitcom anni ’90.

La domanda non è passata di moda, anzi riaffiora a ondate, e soprattutto ora che Gordon-Levitt ritorna a un progetto televisivo (se si escludono i rituali camei e apparizioni da guest star) per la prima volta dopo quel suo primo successo di pubblico ottenuto da teenager. Su AppleTv+ approda infatti Mr. Corman (i primi due episodi il 6 agosto, poi una puntata a settimana per un totale di dieci), un formato da comedy ma in tutto e per tutto un prodotto agli antipodi della sitcom familiare Nineties. Gordon-Levitt interpreta Josh, il signor Corman del titolo, un ultratrentenne che sognava di fare il musicista, ma ha ripiegato sulla professione di maestro elementare. Una professione che gli piace, sia chiaro, lo ripete più volte, e sinceramente. Eppure è tormentato dai rimpianti, dagli strascichi una relazione finita male (con Juno Temple, che in questi giorni è anche nel cast di Ted Lasso, sempre su AppleTv+), ha rapporti complicati con entrambi i genitori (la madre è una meravigliosa Debra Winger, il padre un intenso Hugo Weaving) e come se non bastasse inizia a soffrire severamente di ansia e attacchi di panico.

Mr. Corman è «la cosa più personale che abbia mai fatto» dice l’attore. La prima persona non è a caso, perché oltre a esserne il protagonista (quasi sempre costantemente al centro della scena, tranne qualche deviazione, visto che tutto viene filtrato dal suo punto di vista, in un discreto tour de force interpretativo), della serie Gordon-Levitt è anche creatore, produttore, sceneggiatore e in larghissima parte regista. Per ultimarla con serenità si è trasferito nel 2020 in Nuova Zelanda, a Wellington, il posto che prima e più di tutti (almeno finora) è riuscito a tenere a bada il COVID-19; e proprio la pandemia irrompe verso la fine di questa prima stagione, in un modo che sembra collegarsi al tono surreale adottato spesso dallo show e contemporaneamente alla nostra realtà quotidiana.

A guardarla tutta insieme, ora che ha da qualche mese compiuto 40 anni, la carriera di Joseph Gordon-Levitt è varia, multiforme e spaventosamente ricca, soprattutto per un attore della sua età. C’entra il fatto che abbia cominciato a lavorare da bambino – la prima parte rilevante fu in In mezzo scorre il fiume di un altro attore-regista, Robert Redford, nel 1992 – e che, come lui stesso ama raccontare, tutto quello che voleva fare, in ogni momento, era recitare. Trangugiava il cinema da festival degli anni ’90 – Soderbergh e Tarantino su tutti – e già progettava, prima o poi, di mettersi dietro la macchina da presa. Il suo secondo successo, dopo la sitcom Una famiglia del terzo tipo, è una parte che all’inizio, con arrogante snobismo giovanile, non voleva nemmeno accettare, quella dell’adolescente Cameron nella teen rom com 10 cose che odio di te, nel 2000. Il film, una rivisitazione contemporanea e liceale della Bisbetica domata di Shakespeare, con gli anni è diventato un vero cult movie, uno di quei titoli che non manca mai negli elenchi delle migliori teen comedy di sempre, e non solo per la presenza del compianto Heath Ledger. E anche Joseph, con la maturità, è dovuto tornare sui propri passi e ammettere che, nonostante non sia evidentemente quel che i critici definiscono “cinema d’autore”, è un film niente male.

Per i primi anni del nuovo millennio, però, l’attore si è finalmente immerso nel suo adorato cinema indipendente: Mysterious Skin di Gregg Araki, Stop-Loss di Kimberly Pierce e la ripetuta collaborazione con Rian Johnson (colui che sarebbe diventato il contestato regista di Star Wars: Episodio VII – Gli ultimi Jedi, e poi di Cena con delitto – Knives Out – in entrambi Gordon-Levitt ha un cameo vocale), che dopo averlo voluto nel suo esordio Brick – Dose mortale l’ha richiamato per The Brothers Bloom (e poi, più avanti, per Looper – In fuga dal passato).

Gli scherzi del destino, però: è un’altra commedia romantica a regalargli la vera notorietà globale, un film da molti amatissimo e da altri parimenti detestato, (500) giorni insieme di Marc Webb, nel 2009. C’è chi lo considera l’apoteosi dell’hipsterismo – un film in cui si dice che il miglior Beatle è Ringo e si sogna un futuro romantico tra i mobili in esposizione all’Ikea – e chi invece, soprattutto con il tempo, ha individuato al suo interno una critica alla struttura illusoria e crudele delle commedie romantiche. Non sappiamo se sia voluto né consapevole, ma Mr. Corman e (500) giorni insieme hanno in realtà più di una similitudine: entrambi si svolgono in una Los Angeles illuminata di luce dorata, entrambi sposano il punto di vista del protagonista fino a esplodere in momenti onirici, psichedelici, musicali, surreali, ed entrambi portano lentamente il personaggio di Gordon-Levitt a scoprire di non essere il centro dell’universo.



Del lavoro con Nolan si è detto, di quello con Johnson pure, negli anni dieci Jospeh recita per Spielberg (Lincoln), Zemeckis (The Walk) e Stone (Snowden), ma soprattutto, nel 2013, debutta finalmente alla regia di un lungometraggio, da lui pure ideato e sceneggiato, e non è esattamente il tipo di storia che ti aspetteresti da un volto identificato con l’indie: Don Jon è la vicenda di un sessodipendente, un “maschio alfa” casa, chiesa, palestra e porno, insomma un debutto a suo modo “rischioso”, e che ancora una volta è una versione (distorta, ovviamente) di una commedia romantica, graziata anche da una splendida Scarlett Johansson.

Nel frattempo Gordon-Levitt porta avanti un altro progetto, ancor più personale, di nome “HitRecord”: una piattaforma, creata già nel 2004 con il fratello informatico Dan (purtroppo prematuramente scomparso), pensata prima ancora che per condividere il lavoro di filmmaker emergenti, per metterli in contatto tra loro e aiutarli ad unire le competenze per realizzare progetti insieme. Nel 2014 ne esce HitRecord on Tv, che potremmo considerare il terzo progetto “televisivo” di Gordon-Levitt, se non fosse più dalle parti di un varietà sperimentale e interattivo (per questa categoria ha vinto un Emmy) dalla distribuzione molto limitata. Anche HitRecord on Tv è un progenitore di Mr. Corman, perché anche quest’ultima serie sperimenta spesso e volentieri con il linguaggio, gli stili, i formati, l’indistinguibilità tra realtà e fantasia, prendendo pieghe inaspettate e non preoccupandosi di spiazzare lo spettatore.

Non sempre l’amalgama è riuscito, ma non si può negare l’impegno e la creatività nel provarci.
Ed eccoci arrivati a oggi: l’attore si è preso qualche anno di relax, di pausa dalla frenesia dei mille progetti lavorativi, anche per crescere i figli nati nel frattempo. Ma nell’ultimo anno e mezzo è tornato in forze, contemporaneamente in tre film: il thriller d’autore 7500 su Amazon Prime Video, il cinefumettoso Project Power su Netflix e il dramma processuale storico Il processo dei Chicago 7, sempre su Netflix, nettamente il titolo più prestigioso dei tre. E ora, appunto, Mr. Corman che, racconta, è anche un modo di riflettere sulla propria vita, avendo come protagonista una versione di se stesso, non direttamente autobiografica ma comunque con più di un punto di contatto con la realtà. «Cosa sarebbe successo se?» è la domanda da cui nasce: se invece di diventare celebre nel mondo dello showbiz, per esempio, si fosse optato per il posto sicuro e per un lavoro per nulla prestigioso? (A proposito: Joseph Gordon-Levitt vorrebbe che gli insegnanti fossero trattati come le superstar, e viceversa). Di certo c’è che l’attore californiano, in Mr. Corman, ha messo tutto ciò che ha imparato fin qui, per un risultato imprevedibile, inevitabilmente altalenante ma a tratti anche sorprendente. Che sia il suo prossimo successo?

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