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Montalbano al tempo di Salvini, più triste e impegnato

Fa uno strano effetto vedere che il commissario più amato dagli italiani è seguito dal ministro della propaganda, pardon, dell’interno. Riflessioni dopo il primo episodio della stagione

Il commissario Montalbano è andato in onda con un nuovo episodio lunedì 11 febbraio

Il commissario Montalbano è andato in onda con un nuovo episodio lunedì 11 febbraio

Che sarebbe stata una strana serata, lo si è capito subito. Mentre lo Zingaretti del PD era al Tg2, il fratello attore era al Tg1 a lanciare l’episodio di Montalbano in anteprima. Poi è arrivato Camilleri, in quel buffo prologo in cui si può permettere quello che nessuno potrebbe mai fare: spoilerarsi senza pietà un attimo prima che milioni di italiani vedano l’adattamento cinematografico-televisivo delle avventure del suo personaggio più amato. Immaginiamo i suoi cosceneggiatori Francesco Bruni, Salvatore De Mola e Leonardo Marini (gran lavoro il loro, dai dialoghi a una scrittura “visiva” di alto livello) strapparsi i capelli mentre lui annulla colpi di scena e regala agli spettatori un bignami di buona parte del loro lavoro, con disincantata serenità. Per fortuna al momento del finale, si ferma. E scopriamo che il buon Camilleri non ha fatto danni, anzi. Ha permesso a molti, con quelle parole, di godersi una visione di qualità, meno concentrata sulla trama, sul noir, sull’intreccio e più sulle finezze di regie di Sironi, sugli attori sempre preparati (i comprimari di Montalbano meriterebbero una recensione a parte ciascuno, pensate, per dire, ad Anna Ferruzzo), sullo script che ha una cura dei dettagli e una fluidità di rara forza.

C’è da dire, poi, che L’altro capo del filo ti spiazza. Forse perché viene dal romanzo omonimo edito da Sellerio nel 2016 e ci mostra un Montalbano più malinconico, una Vigata più cupa, un dolore sociale e non solo personale di chi è colpito da una tragedia incidentale in un luogo che sembra uscire dalla fantasia per entrare nella realtà. Vigata e Salvo lo hanno fatto spesso: pensate a come Montalbano prese posizione sulla Diaz. E così tu ti senti disorientato quando un paio d’ore prima di venire recensito da Salvini da Vespa – “lo leggo anche se non gli sono simpatico” –, Camilleri e Sironi e soci ti presentano una scena di eccezionale normalità su una nave italiana in cui con decisione, ordine, rispetto si affronta il tema dei migranti. Di fronte a naufraghi che vengono salvati e poi edotti sulla legge da rispettare. Senza presunti buonismi, senza alcuna bugia su Ong taxi del mare, solo con parole e umanità. Con quel Montalbano serio, quasi contrito che sovrintende a che tutto venga fatto nel rispetto delle norme e degli esseri umani. Senza divisa, mentre quel ministro che da Vespa fa propaganda si mette giacche a vento della polizia, felpe delle regioni e quelle istituzioni che un personaggio di fantasia rispetta con rigore, le insulta con i suoi comportamenti politici, comunicativi, elettorali.

Ed è proprio da questo confronto impietoso che ti rendi conto che Montalbano è l’Eastwood italiano. Nel senso profondo in cui quel personaggio e quel regista pretendono, con lineare semplicità, di incarnare un modello esemplare di umanità “territoriale”. Come Clint è il superamericano, nel bene e nel male, nel sogno come nell’incubo a stelle e strisce, è uno che non si vergogna di parlare in modo politicamente scorretto, perché pensa in modo retto persino quando prende la strada sbagliata, così Montalbano è un italiano vero. Non alla Toto Cotugno, alla Sordi o alla Zalone, non c’è in lui la cartolina o la cialtroneria comica, ma una sensibilità che lo porta ad abbassare la guardia troppo spesso, così come l’asticella delle regole, a subire il fascino delle donne che incontra – e che fascino: qui, in poche pose, Elena Radonicich – nonostante sia impegnato con una fidanzata storica e meravigliosa (Sonia Bergamasco), a fare la cosa giusta in un modo o nell’altro.

Il punto, però, è che in entrambi sembra essersi spezzato qualcosa. In The Mule Clint ha capito che il suo paese l’ha tradito e che quindi lui può fare altrettanto, e anche Salvo, il commissario, per la prima volta, si concede un errore. Non lo sbaglio, la dimenticanza, la rottura di schemi con cui aggiusta ciò che la legge non permetterebbe (c’è qualcosa di più italiano?), ma un errore vero. Di valutazione, di indagine. Perché non si riconosce più in quel mestiere che lo costringe a far da cane da guardia ad altri esseri umani, a scontrarsi con una meschinità individualista sempre più cinica. Forse anche per questo con i suoi sottoposti è più gentile, paziente, meno caustico. Persino la sua bella faccia da schiaffi, quel Luca Zingaretti che non si è fatto vampirizzare dal personaggio ma anzi l’ha innaffiato con la sua vitalità, conosce la malinconia di chi non si ritrova più con occhi, cuore e cervello nel mondo in cui vive. E si rinchiude nella sua famiglia.

L’altro capo del filo è quello tirato dai burattinai, che Salvo Montalbano si è sempre convinto di poter ingannare, o almeno prenderli in giro. Per questo anche alla fine degli episodi più tristi l’occhio aveva un guizzo, sulla bocca affiorava un sorriso. Questa volta no. Chissà, forse immaginava che dopo di lui un giornalista in ginocchio avrebbe intervistato per l’ennesima volta un Ministro che ha pensato bene di contestare in 55 secondi netti le Ong e il vincitore di Sanremo e i voti di “una giuria di otto radical chic”. Montalbano, abbiamo scoperto stasera, non guarda neanche il calcio in tv. Al massimo si fa guardare. Peccato, perché magari sulla Diciotti poteva indagare lui.

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