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Moana, santa o puttana? Solo una donna libera

Una delle ultime vittime degli anni ’80, epoca in cui tutto sembrava possibile ma che ci ha fatto scoprire che per far cadere il Muro di Berlino di muri ne abbiamo costruiti centinaia. Nelle nostre case, nei nostri letti, nei nostri sogni

Chi era Moana Pozzi? Una squillo che ce l’ha fatta come dice quel geniaccio intemperante di Fulvio Abbate o un’icona e un genio incompreso, la Marilyn del porno italiano, tutta cuore, cervello sottovalutato e sex appeal come dicono tanti, dal popolo all’intellighenzia?

Forse nessuna delle due. La morte l’ha consegnata al mito e a quell’isola immaginaria in cui tutti i più grandi, da Elvis a Jim Morrison, si sarebbero nascosti per sottrarsi al cinico mondo in cui siamo rimasti noi: la teoria che sia ancora viva non è mai morta, a confermare quanto sia rimasta nell’immaginario di un paese di cui era l’amante clandestina, anche grazie a un senso del marketing di se stessa straordinario. Il brand Moana non sta solo nei titoli hardcore, è nelle ospitate a L’appello del martedì con Maurizio Mosca, coperta solo di un lenzuolo di seta, nel cinema serio (ma non troppo) sfiorato più volte come immagine mitica più che come attrice, incrociando cineasti come Verdone, Dino Risi, Salce, Castellaro, i Vanzina, Corbucci, Martino, Parenti e persino Fellini, nella tv con Antonio Ricci che per colpa sua litigò con Berlusconi per Matrijoska, che poi divenne L’araba fenice e le fece incontrare una giovanissima Sabina Guzzanti. Sì, quella Sabina Guzzanti che la rese ancora più celebre con un’imitazione geniale nelle sue lezioni d’amore a Pier Francesco Loche ad Avanzi, su RaiTre. Il momento più alto, forse, per entrambe.


Moana era il sogno proibito, ma anche la donna emancipata che aveva ambizioni politiche e produttive, era la pornodiva che leggeva e aveva amicizie influenti da cui imparava molto, ma anche la mina vagante che in un libro diede i voti, a letto, a mezza Italia che conta.

Non era la donna eccezionale e geniale che ora molti si ostinano a ricordare, era solo una persona profondamente diversa dallo stereotipo che soffocava il sesso cosiddetto debole e ancor più chi, come lei, aveva fatto una scelta di libertà e controcorrente. Il corpo era suo e ne faceva ciò che voleva – compreso il sottrarlo, al tramonto della vita, alla curiosità altrui rifugiandosi in Francia – e aveva ostinatamente rifiutato tutti i ruoli più scontati per una come lei, cercando sempre altro. Non è un caso che l’avesse capita più Ricci di Schicchi, ad esempio, o che in politica invece di teatrini sexy e proposte pruriginose e paraluce si scagliasse contro corruzione e criminalità organizzata, chiedesse tutele per l’amore a pagamento e che come sindaco di Roma avesse appoggiato prima Nicolini e poi, al ballottaggio, Rutelli.

Moana, perché con lei è sempre bastato il solo nome, è stata resa santa e puttana, per lo stesso motivo: perché che fosse normale, fa ancora paura a tutti. Che fosse “solo” una donna consapevole, coraggiosa, avida d’amore ma non dei legacci che si porta spesso dietro quel sentimento, sempre refrattaria al controllo maschile e al giudizio femminile, avrebbe detto e continuerebbe a dirci che un altro modo di essere donna è possibile. E se ora, forse, lo sappiamo – poi vedi Asia Argento maltrattata proprio perché è una vittima non santificabile e ne dubiti -, allora era troppo spiazzante una figura come la sua.

Una che pretendeva le tribune politiche come le alcove sfatte che occupava lasciva davanti alle telecamere, una che frequentava più i salotti che le camere da letto dei vip (senza, ipocritamente, snobbare gli uno o le altre), una che, pur non avendo molto talento – era un po’ cagna maledetta, diciamocelo – ha sempre inseguito il sogno del cinema di serie A e chissà come invidierebbe ora Rocco Siffredi che è arrivato a recitare per Catherine Breillat.

Era donna vera e sensuale ma anche bambina, era scaltra ma pure ingenua, capace di costruire un personaggio complesso, affascinante e misterioso nel suo volto mediatico ma anche di subire delusioni cocenti e truffe clamorose nella vita privata. Era pur sempre quella che nel 1982 iniziò due carriere: una alla Rai, nel programma per bambini Tip Tap, una nel porno. E, possiamo giurarlo, la rappresentavano entrambe.


Era una che fai fatica a ricordarti nuda, anche se il suo corpo – non eccezionale, possiamo dirlo? E anche questo era un modo per essere diversa e contro – non lo nascondeva, ovviamente, neanche in tv (a L’araba fenice faceva la critica di costume integralmente svestita o al massimo incellophanata). Ricordi di più gli occhi malinconici e il sorriso, entrambi accesi e profondi. Parlava poco, il carisma era quell’aura che si portava dietro insieme a quei vestiti arditi e a loro modo eleganti, per cui nuda sembrava vestita e viceversa. Un fascino suo e quello sì unico, che forse solo in politica non ha attecchito, perché quella purezza maliziosa lì veniva svilita.

Era dolce e tormentata Moana, era fragile, nel corpo e nell’anima, era stata spesso strumentalizzata da amici e sodali, ha fatto parte di una rivoluzione sessuale a cui lei Schicchi, Cicciolina e soci non erano pronti e così sono stati travolti da incomprensioni, denaro e un potere che nel frattempo li usava per svilire il corpo della donna (le reti Fininvest che celebravano e osteggiavano quella diva, divennero una macelleria di tette e culi poco più coperti ma molto più pornografici).

Chissà come storcerebbe il naso, la Pozzi, di fronte al porno fast food fatto di 5 o 30 minuti su un portale, ma quanto le piacerebbe magari la comunicazione ironica di YouPorn e PornHub.

Non sarebbe sopravvissuta, comunque, al degrado estetico, etico e morale che già era cominciato nell’ultima parte della sua vita. Fu una delle ultime vittime degli anni ’80, quell’epoca in cui credevamo tutto possibile, in cui pensavamo di essere diventati migliori o almeno più liberi e che invece ci ha fatto scoprire che per far cadere il Muro di Berlino ne abbiamo dovuti costruire centinaia in tutto il mondo. Anche nelle nostre case, nei nostri letti, nei nostri sogni.

Cara Moana, speravamo nel Colpo Grosso, ma era tutto un bluff.

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