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‘Lovecraft Country’ è il nuovo ‘Watchmen’?

La serie, in onda su Sky da stasera, si appropria in modo rivoluzionario dell’opera del padre della letteratura horror e sci-fi USA e ne affronta di petto anche il razzismo. Che fa più paura delle sue creature terrificanti

Courtney B.Vance, Jonathan Majors e Jurnee Smollett in 'Lovecraft Country.'

Foto: Joshua Ade/HBO/Sky

Forse non ce ne siamo accorti tutti subito, ma Watchmen – la serie di Damon Lindelof ispirata al seminale fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons: se non l’avete vista, fatelo, sta su Now Tv – iniziava come Superman: con un bimbo destinato a grandi cose messo in salvo dai genitori e spedito nel cuore d’America mentre il suo mondo di provenienza viene polverizzato. Solo che il suo mondo di provenienza non è un pianeta lontano e immaginario, ma un luogo e un tempo precisi, proprio sulla nostra Terra: la città di Tulsa, in Oklahoma, e per la precisione il quartiere di Greenwood, soprannominato “Black Wall Street”. Un quartiere nero, economicamente fiorente, che nel 1921 fu protagonista del più grande attacco terroristico interno della storia statunitense: una folla di concittadini bianchi, composta anche da membri del Ku Klux Klan e delle forze dell’ordine, rase al suolo Greenwood e massacrò i suoi abitanti, anche aiutandosi con piccoli aerei, lasciando pochissimi sopravvissuti.

Fino a poco più di un anno fa, il massacro di Tulsa era uno di quei fatti perfetti per illustrare come esistano diverse Americhe parallele che non s’incontrano: non veniva insegnato a scuola (neanche, per la maggior parte dei casi, nella stessa Tulsa), nella comunità nera era un trauma noto e riconosciuto, quasi tutti i bianchi non ne avevano mai sentito parlare (lo stesso Damon Lindelof non ne aveva idea fino a poco prima di iniziare la scrittura di Watchmen, quando ne ha letto nell’articolo The Case for Reparetions di Ta-Nehisi Coates). Oggi, dopo esser stato il punto di partenza (e per certi versi di arrivo) di Watchmen, sarà al centro anche di una puntata di Lovecraft Country, la nuova serie HBO in onda su Sky Atlantic dal 31 ottobre. Non vi diciamo di più a riguardo, per non fare spoiler e perché Lovecraft Country è uno di quegli show di cui meno si sa e più ci si diverte, ma l’apparizione di Tulsa 1921 è sembrata confermare quello che in molti avevano sospettato fin dal trailer: Lovecraft Country è la nuova Watchmen.

È sia vero sia falso, ma andiamo con ordine. Anche Lovecraft Country comincia con un’opera letteraria, il romanzo omonimo scritto da Matt Ruff, scrittore cinquantacinquenne bianco e newyorkese, pubblicato in italiano proprio in questi giorni da Piemme (in USA è uscito nel 2016). Prima di essere un libro, però, Lovecraft Country era stato un pitch per una serie tv che Ruff non era riuscito a vendere a nessuno: per portare sul piccolo schermo questa storia servivano il produttore Jordan Peele e la sceneggiatrice e showrunner Misha Green. Il primo, dopo i successi cinematografici di Scappa – Get Out e Noi, è ormai “Hollywood royalty”, nonché produttore iperattivo (anche se con risultati altalenanti: la nuova Twilight Zone, la serie YouTube Weird City e quella di Amazon Prime Video Hunters). La seconda è relativamente giovane – ha 36 anni – ma questo è già il suo secondo show: il primo, Underground, era ambientato nel sud pre Guerra di Secessione e incentrato sulla “ferrovia sotterranea”, come veniva chiamato il sistema clandestino attraverso cui gli schiavi cercavano di fuggire al nord. Tra i produttori di Lovecraft Country c’è anche l’onnipresente J.J. Abrams, ma l’impronta autoriale è evidentemente di Peele e Green: il primo ci porta il social horror di cui negli ultimi anni si è dimostrato maestro, la seconda un’inventiva, un’energia e una spericolatezza (e una prospettiva femminile: rispetto al romanzo alcuni personaggi cambiano genere, aggiungendo ulteriori livelli di lettura) sempre più rare in questi tempi di serie fatte con lo stampo dell’algoritmo.

La showrunner Misha Green

C’è poi l’elefante nella stanza (ricordate? Ce n’era uno letterale in Watchmen; c’è anche qui, bello metaforico): H.P. Lovecraft. Lo scrittore di Providence, padre della letteratura horror e sci-fi americana al pari di Edgar Allan Poe, è tra i più influenti di sempre al punto che temi e stili lovecraftiani fanno parte dell’immaginario collettivo e sono familiari anche a chi non ha mai letto una sua riga: lo trovate in Stephen King e in Neil Gaiman, in John Carpenter e Guillermo del Toro, negli xenomorfi di Alien e nel Demogorgon di Stranger Things, in True Detective e nelle Terrificanti avventure di Sabrina. Ha da sempre la fama di essere “infilmabile” – anche se poi di film tratti dai suoi libri ce n’è eccome, l’ultimo, Il colore venuto dallo spazio con Nicolas Cage, va in onda proprio su Sky, e proprio il 31 ottobre. Dobbiamo a Lovecraft i miti di Cthulhu, il cosmicismo, la weird fiction moderna, l’invenzione di alcuni bei mostri (in Lovecraft Country vedrete gli Shoggoth), l’idea di un male atavico e inestinguibile celato appena sotto la superficie delle cose, la consapevolezza che l’uomo non è che un inessenziale granello di polvere nell’universo, al cospetto di Grandi Antichi che di lui non si curano, forse non sanno neanche che esiste. Fatti tutti i distinguo del caso, gli appassionati di Lovecraft sembrano aspettare un adattamento degno proprio come i fan del fumetto ne attendevano uno di Watchmen, anch’esso ritenuto “infilmabile”.

E la soluzione, di Lindelof da un lato e di Ruff e Green dall’altro, è simile: farne un remix. Non una trasposizione diretta, ma una rielaborazione che prende i testi originali, li smonta, li studia, li ama, li ricompone aggiungendoci anche i pezzi di cultura pop che quegli stessi testi hanno influenzato, per poi consegnarci qualcosa di nuovo, che conserva tutto lo spirito dell’opera di partenza ma ci aggiunge anche qualcosa di più, che prima non c’era e che risuona straordinariamente con l’oggi. In Lovecraft Country ci sono svariati mostri e temi lovecraftiani, dunque, ma anche molto altro. Ci sono la magia nera e l’occulto, fantasmi e case infestate, viaggi spaziotemporali e multiversi, stregoni e demoni, avventure alla Goonies e alla Indiana Jones, Frankenstein e Dr. Jekyll e Mr Hyde, Il conte di Montecristo e le Cronache marziane, oltre a gran parte del cinema horror classico e moderno. È una cavalcata instancabile d’intrattenimento, che non ha paura di aggiungere carne al fuoco, di rischiare con lo strambo, il surreale, il grottesco: se anche qualcosa non funziona, fa niente, si passa alla prossima strabiliante idea.

C’è poi l’altro elefante nella stanza, cioè il razzismo: Lovecraft era profondamente razzista, ed esprimeva le sue convinzioni suprematiste sia esplicitamente – nel primo episodio di Lovecraft Country i protagonisti ne parlano direttamente, citando la poesia On the Creation of N***** – sia subliminalmente, facendole filtrare nei propri lavori. L’horror e la fantascienza, in generale, sono stati a lungo tradizionalmente ostili alle persone non bianche: avete presente la “regola” secondo cui negli slasher l’unico personaggio nero è quello che muore per primo? E la triste battuta secondo cui nessuna persona nera viaggia nel tempo, perché nel passato troverebbe solo situazioni peggiori? Quanti protagonisti non bianchi ricordate nelle avventure sci-fi classiche? E non è forse “l’Uomo nero” la quintessenza del mostro nelle storie di paura infantili?

Come Watchmen, Lovecraft Country affronta quest’elefante di petto, ma con una differenza fondamentale: Watchmen è un’ucronia, cioè una vicenda ambientata in una versione alternativa della nostra Storia; Lovecraft Country, invece, si svolge (quasi) tutto fermamente nella nostra realtà. La serie inizia (e per la maggior parte del tempo resta) negli anni ’50: il protagonista è Atticus “Tic” Freeman (l’ottimo Jonathan Majors di The Last Black Man in San Francisco e Da 5 Bloods – Come fratelli), ventenne appena tornato dalla Guerra di Corea; da Chicago parte per un viaggio, insieme allo zio George (Courtney B. Vance) e all’amica Letitia (Jurnee Smollett, a tutti gli effetti la co-protagonista), alla ricerca del padre scomparso Montrose (Michael K. William), nella cosiddetta Lovecraft Country, cioè quell’inquietante New England in cui H.P. ambientava quasi tutte le sue vicende. Sono gli anni ’50, dunque il sud è ancora segregato, ma non è che al nord vada molto meglio: anche solo l’idea di spostarsi in auto da una città all’altra, nella cosiddetta “land of the free”, per una persona nera è un’impresa pericolosissima e faticosa. Nell’episodio pilota di Lovecraft Country i canonici mostri compaiono solo a qualche manciata di minuti dalla fine, e paradossalmente fanno l’effetto di una liberazione: perché per tutti i minuti precedenti, spostandoci on the road con Tic, Leti e George, abbiamo sperimentato l’oppressiva onnipresenza del razzismo sistemico e legalizzato, temendo per la vita dei nostri protagonisti a ogni passo, e non per la minaccia di presenze oscure o creature terrificanti, ma per quella di “persone normali” sempre a un passo dalla violenza e dal linciaggio.

È accuratissima nella sua ricostruzione degli anni ’50, Lovecraft Country (ispirata, tra le altre cose, ai lavori dei fotografi Gordon Parks e Margaret Bourke-White), e fitta di riferimenti a fatti storici, come il linciaggio del giovanissimo Emmett Till, ragazzino nero brutalmente massacrato da due uomini bianchi nel 1955: non è la “solita” ostentazione di lusso produttivo di HBO, ma una scelta necessaria per far sperimentare alla nostra pelle di spettatori che quel famoso male atavico nascosto nella superficie delle cose esiste davvero, non è un concetto filosofico astratto, ma una violenza quotidiana e sistemica, intessuta nella fibra stessa della società americana.

Nella complessa diatriba sulla separazione (o no) di opere e artisti, Lovecraft Country (il libro come punto di partenza, la serie come ulteriore evoluzione anche visiva) sceglie la via più difficile, sovversiva ed efficace: l’appropriazione rivoluzionaria di un autore e di un intero genere narrativo. Impugna la passione per i racconti di Lovecraft e per tutte le storie che ci stanno attorno e la rilegge attraverso punti di vista inediti, mettendo al centro personaggi che finora non avevano quasi mai avuto modo di essere gli eroi di una storia di mostri, di un’avventura archeologico-soprannaturale, di viaggi nel multiverso. Afferra un’eredità ingombrante, che è sia esaltante sia dolorosa, e la trasforma, facendola propria. Insomma, prende in parola l’assunto di base di sci-fi e fantastico: quello per cui tutto, tutto, è possibile. Per davvero e, soprattutto, per tutti.

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