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‘Love Is Blind’, l’amore non è cieco: ma trovate un guilty pleasure migliore per la quarantena

Chiudersi in una capsula per capire se si può trovare l’anima gemella senza mai vederla. Cosa buona e giustissima di questi tempi: il reality show su Netflix aveva previsto il contagio da coronavirus. O, forse, ci crede davvero

Mi era passato già sulla home di Netflix almeno tre volte Love Is Blind. Alla prima avevo pensato: no, dai. La seconda volta, per lavarmi la coscienza anche solo dal pensiero, ero finita a guardare Yellowstone con Kevin Costner su Sky, che almeno è una serie d’autore. La terza non ce l’ho più fatta: siamo in quarantena, siamo tristi, e allora guilty pleasure sia. Quello che non sapevo però è che sarebbe stato il più guilty dei guilty pleasure, quello di cui pure mio marito si vergognerà quando potremo invitare di nuovo a casa gli amici e sulla home di Netflix si leggerà: “Tizio, continua a guardare… Love Is Blind”. Roba da divorzio, lo so. Ma ormai è andata, il profilo è macchiato per sempre. Tanto vale approfittarne.

Fondamentalmente Love Is Blind è la versione Benjamin Button dei reality show sul corteggiamento, che a tratti pare pure strano che non ci abbia pensato Maria, anche se poi ti rendi conto che ogni cosa è troppo americana. In pratica si fa tutto al contrario rispetto al normale processo di innamoramento: i concorrenti si incontrano e chiacchierano chiusi in capsule per capire se possono trovare l’anima gemella semplicemente parlando con l’altra persona, senza mai vederla. Figuriamoci toccarla o abbracciarla: cosa buona e giustissima di questi tempi. Avranno previsto il rischio di contagio da coronavirus, direte voi. E invece no. Ci credono davvero. Potete provarci pure voi intanto che pratichiamo il distanziamento sociale: volano “ti amo” a caso che è un piacere.

Nick Lachey, più conosciuto per essere l’ex marito di Jessica Simpson che il cantante dei 98 Degrees, e consorte (la modella e conduttrice Vanessa Minnillo) provano a convincerci con giustificazioni pseudo intellettuali che si tratti di un esperimento unico nel campo delle scienze dell’amore, ripetendo ossessivamente la domanda secolare: “L’amore è davvero cieco?”. La risposta è: ovviamente no. O meglio, non lo sapremo mai, visto che nel cast c’è solo gente benedetta da madre natura. Insomma, il reality accoppia i belli con i belli, e allora che gusto c’è. Anzi, a conti fatti il pitch suona più così: “Che cosa succede se individui che sono attraenti in un modo socialmente riconosciuto hanno anche difficoltà a trovare l’amore, soprattutto perché spesso vengono scelti prima per il loro aspetto fisico?”. Porelli eh.

Nella dozzina masochista lanciata in questa ricerca emotivamente mortificante della dolce metà non manca anche la giusta dose di politically correct: la coppia interrazziale (lui è così di buona famiglia che ha pure il doppio cognome e fa lo scienziato, cosa vuol dire non è dato sapere), il ragazzo bisessuale che non sa se questo può cambiare le cose con la sua innamorata platonica, il ragazzo cresciuto in una famiglia messicana molto cattolica, la giovane venezuelana che manda i soldi ai parenti a casa, la ballerina di colore che lotta per farcela, la ragazza estroversa e weirdo cresciuta in un quartiere difficile. Ma poi c’è anche l’americanissima bionda 34enne che guadagna stipendi a sei cifre l’anno e si lamenta di non essere mai riuscita a trovare l’anima gemella, per poi confessare: “Esco solo con uomini che hanno da uno a cinque anni più di me, sportivi e realizzati nella carriera”. Eh, grazie. E poi c’è il triangolo, anzi, il quadrato del classico bambinone che non sa decidere fra tre, e dico tre ragazze. Insomma va bene un po’ di diversity (ma proprio il minimo indispensabile), basta che la taglia del girovita e la misura dei pettorali sia quella giusta, siamo pur sempre in televisione, signori. E se i nostri eroi non trovano l’anima gemella, non li trasformano in animali come in The Lobster: semplicemente i loro 30 minuti di celebrità sono finiti, tornano a casa senza onore né gloria, ma almeno con quel minimo di dignità intatta rispetto ai colleghi che vanno fino in fondo.

Già, perché non abbiamo ancora detto una cosa importantissima: l’esperimento si spinge così oltre che, una volta innamoratisi al buio, i ragazzi devono chiedere alle ragazze di sposarli, così, a scatola chiusa. Sì, avete capito bene, i ragazzi. È tutto un discutere di wife, della moglie perfetta: è lui che sceglie in primis, lui che chiede, lui che si inginocchia per fare la proposta davanti a un muro, sperando di sentire dall’altra parte una vocina entusiasta che dice: “Sì”. Tranne in un caso, che quando lei lo interrompe e si inginocchia, il montaggio e la situazione la trasformano nella femminista delle femministe.

A questo punto i concorrenti possono finalmente vedersi per la prima volta: sono agitati come se temessero di incontrare il signor Creosote dei Monty Python o Mariangela la figlia di Fantozzi, e ovviamente si trovano davanti quasi modelli e modelle fasciati in abiti da sera. “Sei bellissimo”, “Mio Dio, sei magnifica”: ma dai. Ah, uno degli effetti collaterali del reality è che vi troverete a parlare con la tv: tutto normale.



Accantonata la premessa solo apparentemente coraggiosa, arriva la seconda fase, quella più interessante: prima le coppie partono per una settimana in un lussuoso resort messicano, dove devono capire “se la loro intesa emotiva può trasformarsi anche in un’intesa fisica”, come spiegano i Lachey 10 volte a puntata. Poi si passa finalmente al mondo reale (o quasi): la convivenza in attesa del matrimonio, che si terrà da lì a un paio di settimane. E il drammone umano che ne scaturisce è il vero motore dello show, perché nasce chiaramente da nevrosi reali più che da macchinazioni della produzione: miss “Esco solo con tipi più grandi” si ritrova fidanzata con un tipo che ha 10 anni meno di lei, e questa cosa la manda al manicomio. Tutti si scontrano con le differenze di razza, classe o età e, soprattutto, di prospettive, che essere fighi e interessanti a questo punto non basta più: ognuno di loro trascende la follia iniziale, caratterizzandosi come un personaggio a 360 gradi. Love Is blind ovviamente è molto più finto, manipolato e prodotto di quanto già non sembri, ma nella sua esplorazione approfondita dei cliché è fin troppo reale, soprattutto quando mette a nudo le incertezze dei rapporti.

A questo punto, pur rendendovi conto dell’assurdità di continuare a guardare questo Uomini e donne made in USA riveduto e corretto, non potrete fare a meno di arrivare alla fine: vuoi non scoprire se i tuoi preferiti si diranno davvero sì a un mese dalla prima volta che si sono parlati senza vedersi? Davanti a lacrime e scetticismo di parenti ed amici, il finale (spoiler-free) suggerisce involontariamente che per avere un lieto fine forse, anziché andare in tv a cercare l’amore, la maggior parte dei concorrenti doveva andare in terapia.

Chiusa la pratica del vissero o non vissero felici e contenti, il problema ora è che sono state confermate due nuove stagioni di Love Is Blind, e già vedo il mio algoritmo di Netflix che si sfrega le mani. Chissà cosa dovrò guardare per fare ammenda. Ma non adesso, ci pensiamo dopo la quarantena.