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L’hai mai visto bene un porno? Col lockdown è molto meglio

‘Vorrei ma non voglio’ di Francesco De Carlo è la prima stand up comedy pornografica italiana. E spacca il cervello

Foto: Unsplash @charlesdeluvio

Che cos’hanno in comune Stanley Kubrick, Henry Miller e Francesco De Carlo? Niente, in effetti. Ma una delle loro opere più geniali è attraversata dalla stessa “metafora”, seppur con significati diversi. «Drop your cocks and grab your socks», letteralmente: «Lasciate perdere i vostri cazzi e indossate i vostri calzini» è l’inizio di una delle scene più famose di Full Metal Jacket, quella in cui il sergente Hartman irrompe in camerata per intimare alla sua ciurma di darsi una mossa; è anche l’aforisma iniziale dell’Opus Pistorum di Miller, una sorta di enciclopedia “divertita” sul sesso come metafora dell’esistenza; in ultimo – lo so, il parallelismo è azzardato, ma mi piace il brivido della possibile critica – è il fil rouge di Vorrei ma non voglio, il primo “post porno” tanto della storia quanto di un comico.

Ed è qui che mi sono ritrovata invischiata l’altra sera, prima di vedere l’ultima puntata di The Undoing (l’unica serie tv in cui entrambi i protagonisti sono fuori parte, ma quella è un’altra storia). Programma “observational”, lo definisce Comedy Central, dal titolo The Roast of Italy (in prima tv ogni martedì alle 22.00, stasera puntata sulla trap), un format che sbircia dentro la società, rubando alla stand up la tecnica immersiva che i comici spesso adottano per scrivere i propri monologhi, uscendo dalla zona di comfort per imparare qualcosa di meglio su se stessi e gli altri. Nel ruolo di se stesso c’è il comico Francesco De Carlo, il nostro “avatar” che per l’occasione ha provato ad affinare la sua empatia verso i bambini immergendosi nel ruolo inappropriato di babysitter, un’altra volta ha misurato la temperatura del proprio populismo mettendosi nei panni del sindaco di Cerveteri per un giorno. Superate le prime esperienze, Francesco – forse vi ricorderete di lui per aver raccontato la Brexit da artista emigrato nel momento sbagliato in un libro edito da Bompiani e su Rai 3 – decide di trattare un tema tanto spinoso quanto attuale: il porno in pandemia. Filo conduttore della sceneggiatura è la perdita della libido ai tempi del Covid-19, ma i motivi non saranno da ricercare in quella domanda ormai psicanalizzata in un lungo e in largo “come faremo a riabbracciarci?” (che ancora affligge in particolare gli adolescenti, che per fortuna stanno protestando perché si stanno perdendo anni di socializzazione che non torneranno più), ma piuttosto saranno materia di confronto con i cosiddetti sapiosexual, che poi lo siamo tutti noi alfabetizzati con almeno un diploma di scuola superiore e una laurea (anche brevissima). In questo tipo di porno, alla base della perdita della libido c’è l’inesorabile impoverimento delle coscienze per via della scomparsa dell’esperienza culturale nella quotidianità, che sta portando a un calo dell’attività cerebrale volta alla curiosità e dello stupore, che sta portando a sua volta a un calo della serotonina.

Vorrei ma non voglio è il titolo del contraddittorio film che De Carlo ha girato con il supporto di un vero attore e regista porno nonché grande appassionato di stand up comedy, Francesco Malcom. Il risultato è sorprendente pure per gli stessi protagonisti, che volevano semplicemente scardinare schemi ben radicati giusto per far ridere, ma che sono riusciti a fare di più, sollevando in modo inusuale un tema oggi più che mai sentito: in questa condizione di lockdown perpetuo vediamo film, ascoltiamo musica, leggiamo libri, tutte pratiche che fanno parte di una esperienza culturale, perché cultura è anche quella libertà di accrescere e coccolare il nostro spirito, d’altronde. «No, aspetta, il mio intento era proprio questo, non mi sminuire», mi dice De Carlo. «È solo il mio punto di partenza, che non è nobile come il tuo. Sono partito piuttosto da una personale riflessione sul perché il porno oggi mi annoia: perché si è piegato alla volontà del pubblico. Questo costante conflitto tra quello che un artista si sente di fare e quello che il mercato richiede, non è un segreto che sia da tempo un gioco al ribasso: quando si cerca di inserire dei contenuti all’interno di un prodotto artistico, ci si sente dire che bisogna abbassare il livello altrimenti il prodotto non vende. Così la qualità dell’intrattenimento è costretta a piegarsi fino ad assottigliarne a volte il senso. Il porno è una metafora». In Vorrei ma non voglio, infatti, vengono scardinati i vecchi cliché della pornografica tradizionale, per mettere in luce temi quali il precariato (il rider che porta la pizza a cui, in cambio della remunerazione, viene proposta una prestazione sessuale – con tanto di panna sui capezzoli – reagirà ricordando il valore della sua prestazione professionale), l’ignoranza spicciola (il proprietario di casa non sa cosa farsi di una sexy colf fino a quando non entra in gioco La critica della ragion pura di Kant) e così via, fino ad arrivare ad un improbabile coro greco che culminerà in un’orgia liberatoria. La profonda lezione di questa storia sarà che grazie alla cultura gli esseri umani ritorneranno in possesso della loro sfera erotica.

Il tema del porno, però, apre scenari sconfinati che in questa sede non sarà possibile approfondire tutti, purtroppo, ma trovo doveroso qualche ulteriore appunto sul tema: oggi il porno non è più un mondo sotterraneo, è intrattenimento pop e fa parte della vita, se qualcuno non se ne fosse accorto; nell’industria del porno la lotta contro gli stereotipi è ancora in atto, e purtroppo in linea di massima vincono gli stereotipi; durante il primo lockdown il porno ha aiutato oltre 8 milioni di italiani a superare la quarantena, 1e infatti è nata l’idea di fare del porno una metafora», riprende De Carlo, «perché se nessuno sente il bisogno di tutelare l’industria culturale, noi ne inseriamo dei rimandi dove la gente meno se l’aspetta». Sagace.

Ma, nel frattempo, ricorderete che come ultimo strascico di 2020, MasterCard e Visa, le società che gestiscono i più grandi circuiti di carte di credito al mondo, a un certo punto hanno interrotto la possibilità di pagamento verso la società che controlla il più seguito sito di porno in streaming. In pratica, niente più transazioni Pornhub Premium per gli utenti. Decisione drastica a seguito della pubblicazione di un’inchiesta del New York Times, dove il colosso del porno veniva accusato di avere pubblicato contenuti che mostravano abusi sessuali su minori. Tra le altre, Valentina Nappi si spese contro – l’occasione era stata una puntata di Pigiama Rave di Saverio Raimondo, su Rai4 – in primo luogo per gli attori che ne stanno pagando le conseguenze, in secondo luogo perché le “categorie” sotto accusa sono mere messe in scena. Ma la questione è più arzigogolata di cosi, ed è ancora aperta. Se interessa il tema, si può approfondire qui.

Nel frattempo, viene quasi da pensare che la privazione del piacere stia diventando un progetto di forze oscure atto a tenerci nevrotici e infelici. Non voglio fare la complottista che non sono, ma di certo si comincia a sentire più veemente la limitazione delle libertà più immaginifiche, tanto che di tutta risposta si avverte un brulicare di reazioni al proibizionismo di questo secolo, dove il sesso si fa sempre più forma d’arte. Mi è stato definitivamente chiaro quando ho scoperto che per San Valentino, a Palermo, andrà in scena un evento dal titolo SEXOPHILIA, bi-personale degli artisti De Grandi-Franzella, con la partecipazione delle musiciste Serena Ganci e Simona Norato, che riporterà all’erotismo dell’Henry Miller di cui sopra attraverso acquerelli e brani dal sapore noir: tutto torna. Perché nella vita «non è come in un porno, porco mondo è molto meglio. L’hai mai visto bene un porno? Spacca il cervello», per citare Margherita Vicario. Ah, non vi ho parlato del finale di Vorrei ma non voglio perché purtroppo è antiretorico (spoiler): a vincere sarà comunque il male (il mercato) sul bene (la cultura), così De Carlo verrà umiliato da un “Voldemort Rocco Siffredi” che riporterà il porno alla (s)confortante e noiosa normalità. Fine.