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Le dominatrici si sono incazzate per la serie ‘Bonding’ di Netflix

Lo show che racconta le avventure di una sex worker di New York è un'orgia di inesattezze, secondo chi questo lavoro lo fa sul serio

La protagonista di "Bonding", interpretata da Zoe Levin

Netflix

L’account Twitter di Mistress May mostra un ragazza castana dalla pelle d’alabastro che indossa un busto di pelle, impugna un frustino e guarda in maniera provocante verso l’obiettivo. “Benvenuti nel mio ufficio. Sono Mistress May. E non vi ho dato il permesso di scrivermi direttamente”, recita la sua bio. A prima vista, potrebbe sembrare uno dei tanti profili di dominatrici presenti su Twitter, con una fondamentale differenza: Mistress May si occupa soprattutto di retwittare recensioni positive di Bonding, la serie di Netflix online dallo scorso 24 aprile. E questo perché si tratta di un account fittizio, creato dal servizio di streaming per promuovere lo show. Altra palese differenza: al contrario di molte altre sex worker presenti sul social media, il profilo di Mistress May è verificato. E la cosa non è di poco conto: su un sito che in molti hanno accusato di essere complice in comportamenti discriminatori nei confronti delle lavoratrici del sesso, il fatto che venga fornita una piattaforma a una serie che promuove un ritratto inaccurato e potenzialmente dannoso del loro lavoro, è fonte di sdegno.  

Ma facciamo un passo indietro. Bonding racconta la storia di Tiff (Zoe Levin), una studentessa universitaria che assolda il suo migliore amico Pete (Brendan Scannell) come guardia del corpo/assistente per il suo florido business come dominatrice. La serie è presentata soprattutto attraverso lo sguardo di Pete, un pesce fuori dall’acqua nel sottobosco dell’industria del sesso, che all’inizio della storia è così naif, (o “vanilla” nel gergo BDSM) da essere scioccato al solo sentire nominare la golden shower – una pratica che lui stesso esegue appena una puntata più tardi. Questa prospettiva, fino a un certo punto, ha senso: la serie è stata creata da Rightor Doyle, un uomo gay che ha basato la trama sulla propria esperienza come assistente della sua migliore amica dominatrice.

Lo show, tuttavia, ha attirato un ampio spettro di critiche: in molti hanno preso di mira il fatto che Bondage sostanzialmente glissi sul modo in cui dominatrici e sottomessi si accordano su limiti e consenso dei loro incontri, un aspetto cruciale di ogni dinamica BDSM, mentre altri hanno criticato alcuni aspetti della produzione («Tiff dovrebbe essere una delle migliori dominatrici di NY, ma lavora in una prigione con la moquette per terra, una cosa non molto igienica», ha commentato a Rolling Stone Mistress Couple, capo delle dominatrici a La Domaine Esemar. «Vi sfido a trovare in qualsiasi prigione una moquette del genere»).

Finora la critica più comune, tuttavia, è che – per una serie che si dichiara interessata a promuovere una visione positiva del sesso e a rimuovere lo stigma che circonda pratiche sessuali e professionali alternative – Bonding sembra molto più impegnata a propagandare stereotipi dannosi sul feticismo e le sex worker. Tiff, per esempio, è una studentessa cinica e anaffettiva con un sottinteso passato di traumi sessuali – un cliché che circonda i sex worker che, in sé, è «piuttosto negativo. È un luogo comune che incoraggia le persone a vederci come vittime di traumi», dice Kitty Stryker, autrice, educatrice consensuale e sex worker. (È anche inaccurato: nonostante persista il mito che prostitute e sex worker siano stati abusati sessualmente da bambini, non esiste alcuna prova che lo supporti). Tiff, inoltre, è ritratta come una sorta di «principessa di ghiaccio vestita di latex», continua Stryker, come se questo fosse un requisito del mestiere. Semplicemente non è scontato che sia così, dice Couple: il lavoro con il sesso è lavoro, non un’estensione della personalità individuali, e «la maggior parte delle dominatrici che conosco non sono donne passive-aggressive che scaricano i propri traumi sui loro clienti». 

Per quanto la serie dipinga Tiff come una delle più richieste dominatrici di New York, non sembra troppo brava in quello che fa. Spesso dimostra un flagrante mancanza di comprensione di cosa siano la sicurezza e il consenso, due principi che la comunità BDSM considera sacrosanti. Costringe il suo migliore amico a lavorare con lei, e lo bullizza al punto da farlo diventare a sua volta un sex worker, quando lo inganna facendolo orinare su un cliente, in un momento della serie dai palesi intenti comici. Tiff non viene mai mostrata mentre discute con i clienti – i cui feticismi sono, di nuovo, utilizzati unicamente per far ridere il pubblico – per stabilire dei limiti. E in un episodio, lei rinuncia a stabilire limiti con un cliente a causa della quantità di soldi che questi le offre, qualcosa che rappresenta un comportamento estremamente pericoloso, dice Couple. Questo, soprattutto, sembra essere il peggiore difetto di Bonding – il fatto che, per uno show che vuole parlare di sex work e BDSM, non ha alcun interesse ad affrontare cosa significhi eseguire tali pratiche in modo sicuro. «Il BDSM senza consenso, senza attenzione reciproca e senza una componente di sessualità è soltanto violenza», dice Couple. «E trovo che Mistress May sia violenta non solo verso i suoi clienti, ma anche verso Pete e specialmente verso se stessa… compromette i propri limiti continuamente» 

Alla fine della serie, Tiff si ritrova in una situazione violenta. Ma mentre la violenza contro le sex worker è tristemente comune, i sex worker che hanno commesso atti violenti nella vita reale, come Alisha Walker – una sex worker di colore condannata a 15 anni di prigione per avere ucciso un cliente che l’aveva presa a pugni e aveva cercato di pugnalarla – vengono puniti con severità, per la sola colpa di avere lottato per sopravvivere. È poco probabile che Tiff, una giovane, attraente donna bianca benestante, dovrà affrontare simili conseguenze, nel caso in cui Bonding venisse rinnovato per una seconda stagione. E dato che Tiff è l’unica sex worker dello show a cui viene concesso un po’ di tempo sullo schermo, è poco probabile che Bonding sceglierà mai di affrontare la realtà delle vite delle donne che hanno un aspetto diverso dal suo. 

Se la serie fosse stata creata da qualcuno che ha lavorato o stia attualmente lavorando come dominatrice, molte di queste inesattezza avrebbero potute essere evitate, sostengono Couple e Stryker. Non è dato sapere se la serie abbia consultato veri sex worker durante la produzione o la stesura della sceneggiatura, ma anche questo avrebbe potuto offrire uno sguardo più autentico su questa industria. (Abbiamo contattato Netflix per ricevere chiarimenti su questo aspetto, e aggiorneremo l’articolo in caso di risposta).

Il fatto che Mistress May abbia il proprio profilo Twitter verificato, in un momento in cui i sex worker sono soggetti a censure e ban sui social media, è un ulteriore problema per molti spettatori della serie. Lo shadowbanning – la pratica con cui i social media tolgono visibilità a determinati profili, rendendo difficile essere trovati dagli utenti – è largamente utilizzata dalle piattaforme di social media per silenziare i sex worker, dice Jessie Sage, editorialista su temi di sessualità per il Pittsburgh City Paper e attivista con l’organizzazione SWOP Pittsburgh, che ha subito lo shadowbanning e ha scritto articoli sulla discriminazione di Big Tech verso i sex worker. Nonostante Twitter abbia negato di praticare lo shadowbanning, Sage sostiene che molti sex worker hanno denunciato il contrario, e la cosa ha avuto un impatto sui loro affari. «Molti sex worker raccontano di avere avuto forti ripercussioni sui loro ingaggi», continua Sage. Quindi vedere che Twitter «banna i nostri profili, ma poi verifica l’account di una pessima serie sul nostro lavoro», suona come una beffa particolarmente amara.

Couple collega la censura dei sex worker all’approvazione di leggi come la SESTA/FOSTA, una norma anti-trafficking che ha innescato la chiusura di network come Backpage, che secondo molti attivisti li ha derubati di un network necessario a selezionare la clientela e guadagnarsi da vivere in sicurezza. Alla luce delle nuove normative, dice, la dissonanza dello show – e della campagna social di Netflix – è ancora più irritante. «Se vivessimo in un momento storico migliore per i diritti dei sex worker – soprattutto su Internet – forse molte più dominatrici riuscirebbero a vedere che questo show è inaccurato tanto quanto quelli dedicati ai dottori o ai poliziotti. Il loro unico obiettivo era girare qualcosa di divertente», dice Couple. «Ma la verità è che queste comunità stanno vivendo una tragedia, sono oppresse da un clima politico che ci rende extra sensibili a chi ci ritrae in un modo che non rappresenta la nostra esperienza reale».

Per quanto gli riguarda, il creatore Doyle sembra davvero determinato a eliminare parte dello stigma che avvolge i sex worker e chi ha una sessualità alternativa. Come ha spiegato al New York Post, «la cosa più importante dello show è esplorare questo mondo, non sfruttarlo». Per riuscirci, però, avrebbe dovuto assumere veri sex worker – come è successo con Mercy Mistress, creata dall’attivista Yin Q – e studiare i veri problemi che affliggono questa comunità. «La mia paura più grande è che lo show faccia pensare ai giovani che questo lavoro sia una scorciatoia per lucrare sui traumi di qualcuno, che se i clienti non pagano per fare sesso allora questa è una forma più leggera di sex work, più giustificabile», dice Couple. «Sono tutte ragioni sbagliate per iniziare a fare questo lavoro, è una visione totalmente sbagliata della nostra vita e potrebbe mettere le donne in situazioni difficili».

 

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