Lars sta male, viva von Trier. Storia di un artista folle e del suo regno | Rolling Stone Italia

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Lars sta male, viva von Trier. Storia di un artista folle e del suo regno

Il morbo di Parkinson che ha colpito il regista danese non può non fare da specchio al suo ultimo lavoro, il capitolo finale della serie cult ‘The Kingdom’ presentato a Venezia 79. Che gli serve per fare i conti con sé stesso e la sua arte

Un’immagine di ‘The Kingdom: Exodus’ di Lars von Trier

Foto: Zentropa Productions

Lars von Trier ha il morbo di Parkinson. Fa tenerezza vedere quest’uomo che aveva abituato stampa e pubblico alle sue continue provocazioni cinematografiche e pubbliche essere diventato fragile a causa della malattia, che si sta a quanto pare aggravando anche piuttosto rapidamente. Il collegamento in video conferenza con la Mostra del cinema di Venezia per presentare il terzo capitolo di The Kingdom, Exodus, ce lo ha mostrato tremante, stanco, ma sempre pronto e acuto, e anche con la voglia di scherzare propria di chi ha l’intelligenza di accettare una condizione non reversibile.

Per questo il ritorno al Rigshospitalet assume un significato ben più profondo di quello che possa sembrare. È la consapevolezza di un uomo che sta vedendo la vita sfuggirgli dalle mani, che è arrivato il momento di chiudere le questioni aperte, cosa che in realtà il buon vecchio Lars non ha mai amato fare. Quando ideò il provocatorio manifesto del Dogma 95, di fatto fu quello che meno applicò le regole di questo nuovo cinema da lui stesso teorizzato. Fece un solo film abbracciandone la filosofia in purezza, Idioti, che oltretutto era una straordinaria presa in giro che sin dal titolo faceva capire come considerasse chi avesse davvero creduto al decalogo. Stiamo ancora aspettando il terzo capitolo della trilogia di Grace Margaret Mulligan, dopo Dogville e Manderlay, e chissà che non voglia completarla prima che sia troppo tardi.

Exodus parte dove era finita la seconda stagione, nel vero senso della parola, con i titoli di coda dell’ultima puntata contrappuntati dalla filastrocca recitata dallo stesso regista («Rivedendomi oggi mi viene da pensare: ma chi è quel cretino», ha detto durante la conferenza stampa veneziana). Solo che Riget è sullo schermo del televisore di Karen, anziana signora che sta guardando la serie in DVD, salvo poi essere attirata dal richiamo dell’ospedale maledetto sorto sul terreno che in tempi antichi era una malsana palude di candeggio. C’è un gioco meta televisivo, von Trier è inviso a chi lavora nell’ospedale perché la sua serie ha messo in cattiva luce la struttura. Si diverte a prendersi in giro, quasi quanto si diverte a mettere alla berlina ancora una volta gli svedesi, con l’arrivo nel team del Dr. Helmer Jr., il figlio del chirurgo morto nella precedente stagione, deciso a scoprire cosa ha ucciso suo padre. Nel mentre, le misteriose presenze che abitano i sotterranei del Rigshospitalet tornano a manifestarsi.

Si va dall’horror, ovviamente, alla commedia grottesca, passando tra varie sfumature di genere per raccontare fondamentalmente la follia della vita terrena, fatta di miserie più o meno grandi per cui tutti prima o poi pagheremo il conto. Non ha una trama lineare Exodus, ancor meno delle prime due stagioni, di cui rivediamo oltretutto gran parte del cast. E rivedendolo oggi ci si accorge di quanto questo prodotto tendenzialmente di nicchia abbia influenzato persino una serie mainstream come Stranger Things (quel Sottosopra non ce la racconta giusta).

Non è un testamento artistico di von Trier, quello lo ha già fatto con La casa di Jack, la confessione di un artista assassino che ha cercato per tutta la vita di comporre l’opera d’arte assoluta. Non ci è mai riuscito von Trier, anche se ci ha provato nelle forme più diverse, un’ossessione che lo ha portato alla depressione, all’alcolismo, vestendo i panni di un poeta maledetto di inizio Novecento che aveva alimentato a un certo punto una visione di sé maledetta e compiaciuta per il puro gusto di osservare le reazioni soprattutto della stampa, mai particolarmente amata dal regista danese.

Il suo mito fu costruito anche dal Festival di Cannes a proprio a uso e consumo, e con altrettanta arroganza lo aveva rinnegato quando non ha potuto farne a meno a causa dell’infelice battuta su Hitler e il popolo ebraico a Cannes nel 2011 («Capisco Hitler, capisco l’uomo che è pieno di male, certo sono contrario alla Seconda guerra mondiale e non sono contro gli ebrei, ma in realtà non troppo perché Israele è un problema come un dito nel culo, fa cagare»). Nell’anno oltretutto in cui portò uno dei suoi film migliori e più rappresentativi del suo stato emotivo e mentale, Melancholia.

Come ha fatto David Lynch con la terza stagione di Twin Peaks, von Trier con Riget: Exodus ha voluto fare un regalo ai suoi fan, come una bonus track in una collection di vecchi successi di una rockstar a fine carriera. Perché lui, come Lynch del resto e pochi altri, questo sono, le ultime rockstar del cinema, a cui non interessa raccontare una storia che abbia un inizio, un’evoluzione e una fine, come la vita. Una noia tremenda per un maestro del caos.