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La sconvolgente apparizione della musica a ‘X Factor 13’

Dopo due puntate dedicate alla costruzione dei personaggi dei giudici, il terzo episodio si concentra sulle esibizioni di qualità. Che finalmente arrivano, donandoci la speranza che il talent abbia ancora un senso nel 2019

Qualcosa che somiglia alla musica. Bella musica, ci azzarderemmo a dire, non tenessimo così tanto alla nostra reputazione di rompicoglioni mai contenti. Eppure proprio questo a tratti c’è parso di sentire durante la terza puntata di X Factor, che giovedì 26 settembre ha celebrato la conclusione del ciclo di Audition dal Pala Alpitour. I dubbi sull’esplosività (soprattutto sul lungo periodo) dei quattro giudici rimangono e complessivamente il livello musicale delle cinque ore circa di “provini” non vale esattamente Glastonbury, ma finalmente qualche concorrente su cui mettere due fiches è sbucato da dietro i tendaggi. 

Perché se l’episodio uno delle Audition e quello successivo erano stati abbastanza deprimenti da un punto di vista dei volti e delle storie, ma soprattutto delle esibizioni, nell’ultima ora e mezza di show torinese il ritmo è cambiato e non di poco, con notevole sollievo di tutti noi. Si parte subito forte, con una bella performance corale dei Keemosabe che coverizzano Motta. Sono una band vera, lo si capisce dal suono amalgamato e dalla consapevolezza artistica che il minutino di montaggio restituisce senza difficoltà. Non è mica poco, soprattutto in tempi di carestia. 

Poi tocca a Damiano da Roma, che conferma con la sua spaccata stilosissima che la serata promette bene. Impressione presto vanificata dall’animatore turistico chiamato Kobi che porta una versione chitarra e voce particolarmente inutile di Hey Ya! degli Outkast. Dopo aver visto negli anni diverse operazioni musicali altrettanto sciagurate essere ricoperte di complimenti per via della loro presunta creatività, fa un certo effetto assistere al trattamento da irretitore di sedicenni in spiaggia che gli riservano i giudici. Decisamente incoerente, ma non quanto il fatto che alla fine sia invitato lo stesso ai Bootcamp. 

Ecco che entra in scena Achille Lauro, con un playback dinoccolato e strafigo come ogni cosa che faccia da un anno a questa parte l’ex trapper di borgata divenuto icona di stile. Rimanendo in tema Sanremo, Gabriele porta Ghemon con Rose Viola. Che è davvero una bellissima canzone, e tale si conferma nella versione del giovane concorrente. Discorso simile per Lorenzo, diciottenne ricciolone umbro molto emotivo e molto innamorato, che canta Oscar Isaac con esiti più che soddisfacenti, e per la giovanissima che si confronta con Joan Baez e l’eterna Dona Dona

La sfilata dei volenterosi continua, e arrivano anche le famigerate Storie. C’è quella di una ragazza spagnola che sfoga con Malo di Bebe il suo dolore per l’abbandono da parte della madre. Non è chiaro perché lo stia condividendo con noi, che la conosciamo da pochi secondi e nemmeno siamo suoi connazionali. Però funziona discretamente, nonostante il tentativo di abbatterla di Sfera, che la paragona a Rosalia. Tocca poi a un ragazzo parecchio romano, ma nato in Costa d’Avorio, che mette in mostra una voce notevole, e a un ex corista che si immola con tutta la sua freakness a Billie Eilish. Benino anche qua.

L’attualità torna con l’esponente delle ong – o qualcosa di simile – con i dread che azzarda un pezzo dei Quintorigo. “Non mi sei arrivato”, dice il sovranista che è in ognuno di noi. Ma ai Bootcamp in qualche modo ci va lo stesso. Così come il duo che rivisita Milky Chance in chiave rap capitolino – con spruzzata di autotune –, una performance di un certo interesse per liriche e portamento. Sfera li boccia, e questo, visti alcuni suoi precedenti giudizi, non depone a suo favore. 

In generale la puntata scorre bene, molto più delle precedenti, proprio per via del cono d’ombra in cui sono confinati i giudici, a favore dei live sul palco. Ci voleva, dopo due settimane di occhio di bue fisso sul tavolo, con effetti non sempre esaltanti. Malika e soci tornano protagonisti nei minuti finali, quando viene comunicata la decisione di Cattelan, che per la prima volta quest’anno è incaricato di assegnare le quattro categorie che da giovedì prossimo si sfideranno in vista della finale del 12 dicembre.

Tutto abbastanza scritto nella scelta di affidare a Samuel i gruppi, così come in quella degli Over per Mara Maionchi. Per come si mettono le cose, risulta abbastanza prevedibile, e molto intelligente, anche lo scambio tra la Ayane e Sfera, la prima chiamata a occuparsi degli Under Uomini e il secondo incaricato di plasmare le pari età di sesso femminile. Con le altre lui farà pure lo stupido, con loro – e ciascuno dei colleghi con i 12 membri del proprio team – dovrà provare a continuare a regalarci un po’ di musica vera. 

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