La quarta stagione di ‘Big Mouth’ andrebbe proiettata nelle scuole | Rolling Stone Italia
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La quarta stagione di ‘Big Mouth’ andrebbe proiettata nelle scuole

Dopo una terza stagione che aveva perso lo smalto degli esordi, il teen cult Netflix torna ispiratissimo. Con nove episodi che sono pura educazione sessuale e sentimentale (ma col solito cazzeggio)

Foto: Netflix

Ok, è andata: c’è ancora vita sul pianeta Big Mouth. Già, perché la terza stagione della serie animata Netflix su pubertà, Mostri degli ormoni, doppi sensi, approcci grotteschi e paranoie da adolescenti ci aveva fatti tribolare, persa a metà fra la freschezza pionieristica dell’inizio (quella di un prodotto che senza filtri faceva parlare dei ragazzini dei nostri problemi col sesso) e il peso di un teen drama – del resto i personaggi crescono, e qui lo dicono: «Mica come Bart Simpson che sono trent’anni che fa la quarta elementare» – di cui visti i competitor (su tutti Sex Education) non si sentiva necessità, e comunque timido nel risultato.

Invece, con questa quarta infornata – in streaming da venerdì scorso – la creatura di Kroll e soci si sdogana dalle ultime velleità, per fortuna. E non dico che torni alle origini, perché non avrebbe neanche senso a questo punto. Ma ecco, almeno ricomincia a battere sulla propria peculiarità: allineare con disinvoltura e creatività (dio benedica i cartoni animati e il loro potenziale, in questo senso) gag sconce e allusioni volgari, cercando di distruggere – rigorosamente col cazzeggio – ogni cliché o pregiudizio di sorta. Niente di troppo nuovo, insomma. Ma i difetti recenti sono limitati, ed è prova di maturità. Al punto da farti sospirare che, sì, Nick e i suoi compagni stanno crescendo bene, sebbene i tredici anni (ormai) e relativi sbalzi ormonali. Tanto ormai è chiaro: nel loro impaccio ci somigliano anche troppo.

E quindi, appunto, i protagonisti. Dopo lo stacco fra seconda e terza stagione, in cui il roster di personaggi tutt’altro che centrali a cui viene dato spazio si era allargato, ora gli autori tornano a lavorare “di profondità”, pure perché l’impianto di base assorbe ormai una mole di dinamiche esemplificativa (prime cotte, addii, tradimenti, relazioni omosessuali), orientando la narrazione verso l’autocoscienza della propria identità culturale e di genere. C’è Nick che per la prima volta riflette su ciò che sarà (lo dicevano anche i Tre allegri ragazzi morti, che l’adolescenza inizia quando «pensi ai problemi che puoi avere in futuro» e non ai giocattoli); c’è Missy, afroamericana in conflitto coi genitori, che stenta a comprendere le proprie radici; e c’è una nuova fiamma per Jay, anche lei come lui di famiglia disfunzionale e con carenze affettive. Ecco le vere novità di questo giro, ma limitiamo i voli pindarici: sono tutte, giocoforza, esibizioni grottesche, parodia di quelle perfette e cinematografiche. E, per questo, funzionano.

Per il resto, l’impianto degli episodi è più autoconclusivo che mai, rinunciando alla flebile patina di malinconia della scorsa stagione e alle storie che riguardano i genitori dei ragazzi, rigorosamente più confusi dei figli e che pure tanto hanno dato alla serie in termini di un continuum fra adolescenti in scena e noi. Evidentemente per gli autori l’immedesimazione deve avvenire tutta tramite Nick e amici, col solo Coach Steve (il loro maestro di ginnastica: un ingenuo buzzurro che sta vivendo una pubertà tardiva a cinquant’anni) come superstite macchiettistico della vecchia guardia. Rimane confinato a poche gag, però, mentre i Mostri degli ormoni Connie e Maurice si prendono la scena con quei doppi sensi che sin dall’inizio hanno dettano i tempi della comicità (e dell’arrapamento dei protagonisti). Anche perché, sebbene passi il tempo, il compromesso di toni va mantenuto, che si tratti di black humor (Un episodio molto speciale per l’11 settembre, in questo senso, va tramandato ai posteri), di “cazzi” e di splatter nonsense (vomito a profusione, sangue).

Ma il punto è che tutto ciò è solo la cornice su cui innestare un altro discorso, che è la vera prova di quanto ormai Big Mouth sappia badare a sé stesso. A fronte di una puntata “di Halloween” (La confraternita degli errori) unica testacoda perché inutile divertissement, sotto strati di volgarità gli altri nove episodi sono pura educazione sentimentale, prove del fuoco fatte di campeggi e porno-dipendenza. Violente, certo; sguaiate e senza filtri. Ma comunque unico modo per parlare senza pregiudizi di masturbazione (con un seguito degno del brillante Come avere un orgasmo, della scorsa stagione), assorbenti interni, mestruazioni, andare in bagno lontano da casa. E ci cascano con entrambi i piedi, i protagonisti. Andrew soprattutto, con cui diventa sempre più facile creare empatia – arrapato, insicuro, incredibile vittima degli eventi – è povera vittima prediletta di tutto ciò. Però, per noi che li osserviamo, vederli umiliarsi è liberatorio: ci siamo passati anche noi, e forse non ne siamo mai del tutto usciti.

In scena vanno quindi la vergogna, gli inutili sensi di colpa, le ansie (qui incarnate dalle zanzare, con tanto di attacchi di panico: altra novità). Con Big Mouth che, alla fine, ci fa stare bene perché esorcizza le nostre vergogne con gag esagerate, stereotipate in maniera grottesca. Con un risultato che, ritrovato integro alla quarta stagione, emana sex positivity come nessuno: non c’è perversione, qui; anzi tutto è ammesso, seppur con coscienza. L’approccio, infatti, è spensierato ma mai frivolo, rigoroso (soprattutto delle necessità del consenso, del dialogo fra partner) e per niente banale. La sessualità è centrale però valorizzata, non ridotta a cliché. E c’è bisogno eccome, di un approccio del genere. Per i più piccoli, poi, figuriamoci: la serie parla il loro linguaggio e le metafore – scorrette, esilaranti; lucide – che trapassano determinati tabù fanno sembrare il prodotto persino educativo. Magari traumatizzante, in certi punti. Ma non è che scoprire come nascono i bambini sia stato una passeggiata per nessuno. Quindi ben venga la positività al sesso di Nick e soci di questa quarta stagione. Anche nelle scuole, chiaro.

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