‘La casa di carta’ era tutta un romanzo picaresco | Rolling Stone Italia
Home Opinioni Opinioni TV

‘La casa di carta’ era tutta un romanzo picaresco

L'ultima stagione è una fan fiction a tema 'Casa di carta' scritta dagli stessi autori in preda a un rigurgito collettivo di etica del lavoro. Invece che finirla in caciara, all’americana, il colpo di genio è stato buttarla in locura e letteratura. Spagnola

Álvaro Morte, alias il Professore

Foto: Tamara Arranz/Netflix

***Attenzione agli spoiler se non avete ancora visto l’ultima parte***

Siate avvertiti: il più grande spoiler che potreste subire sull’ultima parte della Casa di carta non è tanto esplicitare – cosa che era tutto sommato prevedibile – che abbia un lieto fine per i nostri rapinatori, facili al grilletto quanto agli amorazzi sul posto di lavoro; ma che la serie si concluda bene anche per i suoi sceneggiatori – svolta che invece era del tutto inaspettata.

Infatti il colpo di scena più spiazzante, in grado di stravolgere le sorti della lunga storia raccontata dallo showrunner Álex Pina e dalla sua gang di autori, nonché dal suo alter-ego sulla scena Sergio Marquina, ovvero il Professore; ben più sconvolgente del fatto che la soluzione finale sia offerta da un compromesso tra guardie e ladri degno di una trattativa Stato-Mafia, è che la natura di questo compromesso sia, da un punto di vista sia logico che narrativo, più che dignitosa.

Per come diverge dal resto della produzione, l’ultima stagione della Casa di carta è quasi una miniserie a sé, o, più precisamente, una fan fiction a tema Casa di carta scritta dagli stessi autori in preda a un rigurgito collettivo di etica del lavoro. Quello che hanno scritto è un finale talmente riuscito che (non avremmo mai pensato di poterlo scrivere) invita addirittura a una seconda visione delle prime stagioni col senno di poi o, per i meno attrezzati di pelo sullo stomaco o tempo libero, almeno a prendere in seria considerazione lo spin-off su Berlino solista, programmato da Netflix per il 2023.

Per prepararsi alla conclusione, Pina ha fatto diverse scelte vincenti. Prima di tutto ha sacrificato ogni elemento debole del passato. Un esempio su tutti è fornito dalla rinuncia di fatto al filone pentastellato. Piccole masse di manifestanti in favore dei rapinatori vengono comunque incluse in un paio di inquadrature ma, come vedremo, la loro opinione non è più determinante ai fini dell’intreccio. Di più: a conti fatti, sono proprio loro i veri sconfitti della serie. Ma un po’ se la sono andata a cercare, credendo anche solo per un fotogramma che avrebbero tratto dei qualsivoglia benefici dalla rapina, e quindi vale.

Un sacrificio che invece non ci è piaciuto è quello che ha portato alla grande assenza di Arturito. Nelle ultime cinque puntate il migliore personaggio comico dell’intera Casa di carta compare solo quando è evocato dalle visioni di Stoccolma, sotto psicofarmaci; e neppure con la dignità di una cutscene, ma tramite una semplice, misera menzione a voce. È una perdita di non poco conto per una serie che aveva fatto ridere più che altro involontariamente. Per inverso Pina ha teso a valorizzare al massimo i due asset più strategici che aveva a disposizione: la chimica tra gli attori e la letteratura spagnola del Cinquecento. Ma procediamo per gradi.

L’asso nella manica di Álex non è stato (o non è stato solo), come i più pollianneschi tra gli spettatori potevano aspettarsi, una maggiore cura per certi dettagli, apparentemente insignificanti, come la sceneggiatura o la regia. Aspettative che avevano del resto subito una lieve flessione dopo la conferenza stampa di lancio, la cui parola d’ordine era stata: più emozioni e meno spari. È comunque innegabile che nei due comparti citati siano stati fatti progressi significativi, eccome. Prendete i due momenti che, per brevità, chiameremo la sera della frittata e la notte del merluzzo.

Foto: Tamara Arranz/Netflix

Il primo è uno straordinario interno notte che vede protagonisti il Professore e Alicia Sierra. Mentre i due sono ricercati da 5000 uomini dell’esercito, come ha richiesto espressamente il Colonnello Tamayo, riescono a rifugiarsi in un appartamento libero da subito, completamente arredato e, si spera, termoautonomo. In un episodio da manuale di storia della meta-tetelevisione, Sergio e Alicia si rilassano e guardano in tv un documentario sui grandi predatori del regno animale. Poco prima il Professore si era messo ai fornelli. “È buona la frittata”, lo ringrazia Alicia. È in questo momento che nasce la fiducia reciproca tra quelli che fino a un attimo prima di rompere le uova erano stati due feroci antagonisti. Dev’essere per questo che lo show piace così tanto in India: i voli narrativi che si compiono tra una scena e l’altra non sono meno pindarici di quelli che a volte spiccano gli attori di un action movie bollywoodiano.

Il flash back sulla notte del merluzzo non è da meno e riguarda una burla a tema ittico ai danni del Professore. Il quale, invece che incazzarsi come un toro, come molti altri leader carismatici avrebbe fatto, si ubriaca, mette musica e balla fino alle otto del mattino con Tokyo. Come vedremo, non è possibile sovrastimare l’importanza della notte del merluzzo rispetto al finale. È essenziale per lo sviluppo psicologico del personaggio del Professore almeno quando l’episodio del Vuo’ fa pesce e pesce? lo è stato per il povero Salvatore Conte di Gomorra.

Detto questo, l’uovo di Colombo di Pina, grande quanto quello di uno struzzo che finalmente tira fuori la testa da sottoterra, è stato tutt’altro. Veniamo ai fatti che portano al finale. Il Professore è riuscito a ottenere, grazie a una megapompa rubata da Berlino e a un complicato sistema di tubi e specchi ordito da Palermo, le 90 tonnellate d’oro della riserva del Banco de España. La consegna avviene sotto forma della golden shower che genera più entusiasmo della storia, almeno in chi la riceve. Una volta che l’oro viene convertito nuovamente in lingotti, però, ecco che viene trafugato da Rafael, il figlio hacker di Berlino, e da Tatiana, l’ex suocera che proprio Rafael aveva rubato, ironia della sorte, alle braccia del padre.

Nel frattempo, complice un raro momento di distrazione di Palermo, le forze armate terrestri e aeree dell’intero Regno di Spagna riescono a irrompere da ogni porta, finestra e porta-finestra del Banco de España, tenuto sotto assedio da cinque giorni, com’è noto, da una decina dei nostri anti-eroi, anti-eroe più, anti-eroe meno, visto anche che un dignitoso, verosimile tasso di mortalità non ha risparmiato neanche la più sexy e agguerrita delle rapinatrici, Tokyo. I ladri sono in arresto. L’oro non c’è più. Tutto sembra perduto ma il Professore sa di potersi giocare “una possibilità su un milione” perché i suoi compagni escano liberi e ricchi sfondati dalla banca. E questa possibilità è consegnarsi al Colonnello Tamayo e trattare.

Il problema costituito dal fatto che il Professore non dispone realmente dell’oro non è una priorità. Sarà risolto, a lato, grazie alla consegna a Rafael di un pizzino che il Professore ha affidato a Sierra, il cui contenuto non verrà mai rivelato ma che sarà certamente molto persuasivo agli occhi del figlio di Berlino, laureato al MIT; almeno quanto il celeberrimo invito del Libanese in Romanzo Criminale: Stecca para pe’ tutti. Certo, non è il massimo che Rafael ceda così facilmente, ma da un sosia di Diego Fusaro così poco amato dal pubblico, dalla critica e, se dobbiamo dare credito al modo in cui lo tratta, anche dalla sua compagna, non potevamo aspettarci molto di meglio.

Foto: Tamara Arranz/Netflix

I contenuti della trattativa sono presto sintetizzati. Ci torturate un po’ ma poi noi ci teniamo l’oro vero, vi diamo altrettanti lingotti in ottone – tanto chi vuoi che vada a controllarli – e ci fingiamo morti ammazzati. Voi, come sistema Paese, vivrete per sempre in questa menzogna, altrimenti spiffereremo agli Eurocrati che i lingotti sono falsi e la Spagna andrà in default. L’accordo è fatto.

Privando la Spagna della sua riserva aurea, dunque, i nostri antieroi non commettono un furto più grave di quello che Tamayo e Governo faranno ai danni della popolazione e dei mercati internazionali. Il Lazarillo non lo hanno scritto gli inglesi, ricorda Lisbona in un improvviso attacco di cultura, esplicitando finalmente anche per tutti gli altri spettatori quello che i dottorandi in letterature comparate in ascolto sospettavano già da tempo: era tutto un romanzo picaresco. Del resto, come darle torto, mentre guarda orgogliosa il suo uomo con la tempia sanguinante ma il cervello che gli fuma.

Invece che finirla in caciara, all’americana, il colpo di genio di Pina è stato che, davanti alle difficoltà estreme in cui si trovava al termine della seconda stagione, quando l’annui sembrava aver preso il sopravvento sulla trama, e il vuoto semantico sui caricatori pieni, l’ha buttata in locura, alla spagnola. La metafora del pubblico da casa come ostaggio di sceneggiatori e ladri perditempo e poco professionali è di fatto svanita, sostituita in corsa da quella del Professore come Lazarillo.

Quest’ultimo è il piccolo eroe, tra l’altro, di una struggente origin story del suo perfezionismo. L’ennesimo flash back è essenziale per farci capire che Sergio non voleva derubare il suo Paese di un futuro solo per i soldi o per il LOL, ma anche per vendicare la morte del padre, causata da un imprevisto occorso durante una rapina a mano armata organizzata con tempistiche decisamente last-minute e, per di più, senza complici fedeli o fotogenici come Denver.

Ma ancora più picaresca di ciò è la conferma che il piano migliore del Professore non era quello in cui aveva previsto tutto, o quello in cui simulava di averlo fatto. Il suo piano definitivo è dimostrare di sapere fare propria l’eredità del carattere irrazionale e un po’ picchiatello – e molto iberico – del fratello Berlino. Il quale, in un apposito flash back, viene poi visto sfasciare la lobby dell’hotel della sua Tatiana, a mo’ di trattamento fine rapporto.

Terminare così queste vicende è molto più di una straordinaria lezione di marketing territoriale sullo spirito di una nazione, anche se neppure una pro-loco nord-coreana avrebbe saputo collocarla in un prodotto televisivo con tanta naturalezza e organicità. La più importante informazione che riceviamo dal finale della Casa di carta è infatti che il vero protagonista della serie non era il Professore ma la vocazione all’azzardo di Paese che pranza alle due del pomeriggio e cena alle dieci di sera.

Altre notizie su:  La casa di carta