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Jeffrey Epstein insegna: nulla ci soddisfa di più della caduta degli uomini di potere

Vedere la docuserie di Netflix per credere: godiamo delle sue disgrazie e, alla fine, chiudiamo gli occhi davanti al problema più grande che c’è dietro, lo stesso di 'Leaving Neverland'

Una protesta contro Epstein fuori dal tribunale federale di New York nel 2019

Foto: Stephanie Keith/Getty Images

Circa un anno fa, dopo l’arresto di Jeffrey Epstein all’aeroporto di Teterboro in New Jersey, un giornale con cui collaboro mi chiese di scrivere un profilo di questo (da noi ancora non troppo conosciuto) magnate della finanza, che nel frattempo negli Stati Uniti era passato da intoccabile a paria. Lessi un numero imprecisato di articoli del New York Times, New York Magazine, Washington Post, Vanity Fair US, Miami Herald, e come frutto delle mie ricerche consegnai un articolo parecchio approfondito su Epstein, che raccontava la sua scalata dalla Dalton School di New York – dove insegnava analisi e fisica – fino ai vertici della piramide sociale. Proprietà esclusive (penthouse e ville nell’Upper East Side, a Parigi, nel New Mexico, a Palm Beach, più una delle Isole Vergini); amicizie influenti e altolocate (Donald Trump, Bill Clinton, il Principe Andrea, l’imprenditore miliardario Leslie Wexner, Ted Kennedy, pure il nostro Flavio Briatore); vizi e depravazioni (un vasto e strutturato sistema di sfruttamento sessuale, le cui vittime erano spesso minorenni). Proposi come sempre un titolo, che conteneva la parola “pedofilo” e che mi venne giustamente cassato dal direttore. Dico giustamente col senno di poi, perché lì per lì ci rimasi male: a furia di navigare in una storia torbida e disturbante, mi ero lasciata prendere la mano, dimenticando che il processo doveva ancora aver luogo, che per il momento quelle a suo carico erano solo accuse e che l’istigazione alla prostituzione minorile non è pedofilia. Il mio desiderio di metterlo alla berlina senza se e senza ma aveva prevalso sull’oggettività dei fatti, e il suicidio di Epstein – avvenuto il 10 agosto, cinque giorni dopo la pubblicazione di quell’articolo – avrebbe comunque lasciato tutti, me per prima, senza risposte certe.

E forse è stata proprio la mancanza di una degna conclusione che ha spinto Netflix a commissionare a Lisa Bryant, Joe Berlinger e James Patterson la docuserie in quattro puntate Jeffrey Epstein – Soldi, potere e perversione, disponibile sulla piattaforma dallo scorso 27 maggio. Che presenta già una criticità alla nascita: il suo essere appunto postuma, com’è stato postumo Leaving Neverland (mosso da una volontà simile: affossare Michael Jackson – giudicato non colpevole dal tribunale di Los Angeles delle accuse di molestie sessuali a minorenni nel giugno del 2005 – con nuove denunce) e come sono postumi The Loudest Voice e Bombshell (qui si parla di una serie tv e di un film, ma l’intento è il medesimo: rivelarci gli abusi e tutte le sozzerie commesse da Roger Ailes). Tre casi assai diversi da loro, ma con una matrice comune che potremmo riassumere col verso di una ben nota canzone: «Let the motherfucker burn, burn motherfucker burn». Da un lato è innegabile che la discesa agli inferi degli uomini di potere – siano essi tycoon, popstar, dirigenti televisivi – solletichi non poco il nostro senso di giustizia catto-cristiano: sei ricco sfondato e hai fatto del male al prossimo, t’hanno beccato, ti meriti lo schifo e la sporcizia che ti travolgeranno, e io voglio vederti affogare. Ci sembra così che l’ordine cosmico venga di colpo ripristinato, che l’esposizione al pubblico ludibrio televisivo o cinematografico sia il legittimo scotto da pagare per chi non s’è accontentato di guadagnare montagne di soldi e vivere una vita felice, ma ha preferito assecondare basse pulsioni e macchiarsi di peccati che noi, pubblico da casa, riteniamo capitali.



In tal modo, però, l’accusato perde ogni diritto di difendersi, che è un suo diritto inalienabile: pure se è brutto, lurido e cattivo. E, in particolare nella docuserie su Jeffrey Epstein – che Indiewire definisce «una totale perdita di tempo» –, emergono due ulteriori aggravanti che insieme affossano lo sforzo di regista e produttori. La prima: nonostante le tante interviste alle altrettante vittime di Epstein, nonostante il tentativo di scavare un po’ più a fondo nella personalità dello stesso Epstein e nelle sue connessioni politiche e finanziarie, nonostante l’ansia di voler scoprire come sia riuscito a eludere la legge per tanto tempo, chiunque abbia seguito la vicenda attraverso i media italiani o americani non imparerà nulla che già non sa. O che non può apprendere dalla lettura della pagina Wikipedia di Epstein. Gli interrogativi assai più interessanti che in molti ci siamo posti – in cosa consisteva la sua genialità finanziaria? Chi erano i suoi clienti, oltre a Wexner? Com’era arrivato a conoscere Donald Trump e Bill Clinton? Che intrallazzi aveva con Clinton? Come ha fatto, senza una laurea e con solo sei anni d’esperienza alle spalle, a fondare nel 1982 la sua società di gestione finanziaria? – rimangono interrogativi. Jeffrey Epstein resta un mistero, un self-made man con parecchie zone d’ombra che nessuno si prende la briga d’indagare sul serio. L’attenzione è esclusivamente per le vittime, anzi, per le sopravvissute e le loro testimonianze, che avvalorano l’esistenza di una solida rete di sfruttamento della prostituzione (anche minorile) e di abusi sessuali.

E qui arriva la seconda aggravante: le testimonianze delle sopravvissute. Il MeToo c’ha insegnato, nostro malgrado, che le vittime vanno sempre credute e mai giudicate. E ormai ci siamo talmente assuefatti a tale logica che tendiamo a zittire il buonsenso. Nello specifico, per circa quattro ore ascoltiamo donne oggi adulte, ai tempi in alcuni casi minorenni, che riferiscono di: aver accettato 300 dollari per massaggiare un uomo di cinquant’anni; una volta capito che non si trattava soltanto di un semplice massaggio, avergli comunque presentato la sorella più piccola alla quale è stato riservato il medesimo trattamento (ma toh); una volta intuito qual era l’andazzo, averlo comunque seguito sulla sua isola privata nel Mar dei Caraibi; una volta capito che tipo di uomo fosse, essersi comunque fatte pagare studi, viaggi, appartamenti, varie ed eventuali; una volta intese le sue intenzioni, aver alimentato il giro attraverso amiche, conoscenti, le suddette sorelle.
Il punto d’accesso, per ragazze in genere povere e provenienti da famiglie disagiate, è il denaro, e con lui la promessa di una sorta di riscatto. In una nazione che idolatra i soldi, dove non esiste lo stato sociale (bizzarro: fu Bill Clinton a decretarne la morte il 1° ottobre 1996 con la controversa Welfare Reform, i cui effetti sono esattamente questi) e dove l’educazione porta a indebitamenti lunghi una vita (curioso: Bernie Sanders, l’unico candidato democratico che si batteva per la sanità pubblica e l’università gratuita, è stato sconfitto nelle recenti primarie), Jeffrey Epstein diventa paradossalmente l’unica via di fuga percorribile.

Con questo non voglio sminuire la sua responsabilità nell’intera faccenda, tutt’altro. Ma Epstein non è che la punta dell’iceberg di un sistema spesso malato, capace di dare grosse opportunità, sì, ma a una fetta assai risicata di popolazione che non parte completamente svantaggiata. Godiamo dunque nell’osservare il potente predatore cadere in disgrazia o finire dietro le sbarre, accontentandoci di una piccola soddisfazione e fingendo di non vedere il problema più grande che sta alle sue spalle. Lo stesso problema di Leaving Neverland, quando ci chiedevamo tra lo stupito e l’infastidito quale famiglia lascerebbe mai il proprio figlio di 8 anni andare a giocare a casa di una rockstar. O di Weiner, il documentario sull’ex candidato a sindaco di New York ed ex deputato democratico Anthony Weiner, coinvolto in un enorme scandalo sessuale: quale donna intraprenderebbe una relazione online solo per rivendere gli screenshot delle conversazioni e le foto del pene di un promettente politico a un giornalaccio che si chiama The Dirty? Viviamo in un’epoca, però, che può annoverare un unico colpevole e l’azzeramento di qualsiasi potenziale contraddizione. Siamo per le interpretazioni univoche, c’indigniamo con estrema facilità di fronte a ingiustizie, abusi, soprusi, e disquisiamo di privilegio bianco sui social direttamente dal divano del nostro appartamento in centro, mentre aspettiamo la peruviana che viene a spicciarci casa per dieci euro l’ora, ché «è bravissima e super economica: se vuoi ti do il contatto». Certo, i ricchi alla Epstein sanno essere belli stronzi. Ma a volte pure noi, nel nostro piccolo, non scherziamo per niente.