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Interrompete tutto quello che state facendo e guardate ‘Tiger King’ su Netflix

Tutti parlano della docu-serie sul fantomatico Joe Exotic. Perché è il titolo più incredibile in circolazione. E perché è il ritratto dell’America 'white trash' che nessuno aveva ancora osato fare

Foto: Netflix

Prima qui era tutto gattini. Ora il gioco si è fatto duro, dunque arrivano i big cats, magnifica espressione sotto cui gli americani mettono tigri, leoni, pantere, insomma i felini taglia grossa che, scopriamo oggi, laggiù sono un’ossessione di molti. Tiger King, docu-serie da poco su Netflix, è il racconto di quest’ossessione e non solo, ma ci arriveremo tra poco. Tiger King è, per prima cosa, la nuova ossessione degli americani in tempo di quarantena, e – a guardare i primi post e commenti della bolla su Facebook e affini – sta per diventare anche la nostra. È la sensation del momento, come si dice, il talk of the town anzi dell’Internet, perché le città le hanno chiuse. L’endorser numero 1 si chiama Kim Kardashian, e se Kim dice di guardare una cosa, dobbiamo farlo. Di più: quella cosa dobbiamo studiarla.

Nei tag sempre involontariamente comici della piattaforma, Tiger King sta sotto la dicitura “true crime”, dopotutto il sottotitolo originale è Murder, Mayhem and Madness. Per quanto riguarda il “murder”, si può dire – senza spoilerare – che la serie promette più di quello che mantiene, ma non è questo il punto. Il punto è che questo è il più bel ritratto dell’America da molto tempo a questa parte. E dei personaggi che popolano il “Paese reale”, quelli che ci convincono una volta di più che Trump 2020 non è una possibilità: è già una certezza. L’altro tag che andrebbe messo alla serie, dunque, è “white trash”. A cercare un titolo che abbia ben sbozzettato questo tipo d’umanità, tra i recenti viene in mente il favoloso Tonya, pure quello da una storia vera, sì, ma biopicizzata (da Margot Robbie, stupefacente protagonista e produttrice). I contorni, a ben guardare, sono simili: un americano-spazzatura, per capirci, che vuole primeggiare nel proprio campo (in Tonya il pattinaggio sul ghiaccio, in Tiger King i cosiddetti zoo domestici) e si fa mandante di un crimine quantomeno presunto (là la gambizzazione della rivale, qua: vabbè, lo vedrete). Tutt’attorno, una corte dei miracoli che è il vero fenomeno da circo.

Il protagonista è Joseph Maldonado-Passage, nato Schreibvogel ma più noto come Joe Exotic, (ex) patron d’un parco per animali esotici in Oklahoma, ed è già bellissimo così. Joe ha i capelli ossigenati, le giacche con le frange, molti anelli alle orecchie, due mariti contemporaneamente (poi ne arriverà un terzo), un’ossessione – ciò che è al centro di tutto, s’è capito – per i big cats e soprattutto per Carole Baskin, erede delle fortune di un marito scomparso (in circostanze ovviamente misteriosissime), fervente animalista che si presenta negli uffici dei governatori vestita in total-leopardato e acerrima nemica di Joe. In realtà, è la titolare d’un altro parco “per la salvaguardia dei felini”, dove però ci sono sempre le tigri in gabbia e le stesse code di visitatori fuori dai cancelli.

Carole Baskin con il marito Howard

Si parteggia, che discorsi, per lo sfrenato Joe, sarà anche per via dei suoi singoli di culto immediato, dalla hit I Saw a Tiger in giù (s’è scoperto che la voce non è la sua: che delusione). E per la fauna attorno a lui, non felina ma umana: il primo marito senza denti, lo scagnozzo senza gambe, la tuttofare senza un braccio. E poi il proprietario dello zoo rivale con la fissa dello yoga e delle troppe mogli (pure lui: tigri e poligamia, evidentemente, vanno insieme), il tizio con la faccia da film di David Lynch giunto nella tenuta di Exotic per girare un reality poi andato storto (chi l’avrebbe mai detto), il piccolo boss di Las Vegas chiamato per risollevare le cose quando si mettono male (si metteranno peggio), perfino un señor del narcotraffico, pure lui ossessionato da linci e tigrotti. Tutti meravigliosi, soprattutto se confrontati tra la versione di ieri e quella oggi (lo fa Variety, peccato manchi all’appello del “dove sono ora” il nostro preferito: quello senza gambe).

Tiger King è il racconto di molte ossessioni: vi diranno l’American Dream, i quindici minuti di celebrità, le campagne presidenziali a portata di tutti (succede anche questo), insomma la solita sbobba. La cosa vera è che, più di mille altri film e serie, becca soprattutto l’ossessione – la nostra – per l’America: un Paese che ci siamo confezionati come volevamo, per poi accorgerci del fatto che la sua faccia sudicia era ciò che ci interessava davvero. Come dice Carole (vado a memoria), «nella vita bisogna occuparsi di una sola cosa e farla bene: io ho scelto i felini». Noi abbiamo scelto quel Paese incredibile, eterna proiezione e rimozione, specchio dei desideri e insieme affresco lontano, che ci fa tirare un sospiro di sollievo: «Noi siamo meglio di loro».

Dalla storia di Tiger King faranno, naturalmente, anche una serie di finzione. Baskin sarà interpretata da Kate McKinnon, e non convince granché: l’originale ha quegli occhioni pazzi alla Susan Sarandon, ma pure una svanita Julianne Moore sarebbe stata perfetta. A giocare di fanta-casting, nel ruolo (e nell’accento) del protagonista potrebbe gigioneggiare Matthew McConaughey, come coniuge sdentato si divertirebbe di sicuro James Franco, lo scagnozzo senza gambe è chiaramente Woody Harrelson, il secondo marito di Carole (ad essere generosi) Jeff Goldblum, il picciotto di Las Vegas un Edward Norton in rispolvero (il quale però, nella realtà, s’è candidato per il personaggio di Joe). Sogniamo in grande, anche se già li sento i nostri cori, quando quella serie uscirà: era meglio il documentario. Era meglio la vita, la trashissima America ce l’ha insegnato pure stavolta.

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