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‘Il Nome della Rosa’ spacca, il doppiaggio invece no

Un cast straordinario rovinato da un italiano asettico, da televendita. Non sarebbe meglio, nel 2019, mandare in onda un programma in lingua originale come fanno in tutto il mondo?

Foto: Fabio Lovino

Quando guardi la tv non contano le opinioni, conta solo la verità. E la verità è il telecomando. Siamo tutti uguali, anche i più colti si fermano impallati per un servizio delle Iene o dell’orrida Isola e magari cambiano canale quando Recalcati intervalla l’ennesimo «Lacan!» a delle supercazzole filosofiche. Per questo principio basilare, dopo venti minuti de Il Nome della Rosa ho iniziato a scrollare l’iPhone. La visione de Il Nome della Rosa, trasmesso in anteprima mondiale su Rai 1 mi urtava. Non perché fosse brutto, che ne so se è brutto o meno non sono Aldo Grasso, ma perché suonava male.

Quella lingua, il parlato… il doppiato. Quel tipo di doppiato, senza suoni d’ambiente, senza vento, asettico, da studio; in quell’italiano così fluido e corretto. Finto. Un italiano che parlano solo gli attori di teatro o che senti in tv.

Foto: Fabio Lovino

Peccato. Ero così gasato. Erano giorni che aspettavo di vedere Il Nome della Rosa. Ci sono cresciuto con Sean Connery che rischia di morire per mettere in salvo i libri. Va detto che Turturro è immenso, uno che basta che muova un sopracciglio per fare la scena. Sono in astinenza da Turturro sin dai tempi di The Night of che lo guarderei anche fare l’apparizione del sabato a C’è posta per te.

Idem per Michael Emerson, potente nel suo ruolo quanto lo fu in quello di Benjamin per Lost. Rupert Everett sempre sopra le righe e Bentivoglio dovunque lo metti sta bene (non ho mai visto un film in cui Bentivoglio non spaccasse). Però una cosa va detta: a che serve avere John Turturro nel cast se lo fai parlare con la voce di un qualsiasi spot del detersivo? Che poi lo doppia Angelo Maggi, che è un mito, uno che si è inventato la voce del commissario Winchester nei Simpsons, quindi mi viene da pensare che sia stato espressamente richiesto che Guglielmo da Baskerville parlasse come un agente del Folletto.

Me li immagino i grandi capi che chiedono un “prodotto per tutti”, sottovalutando le capacità di un pubblico ritenuto sempre composto da capre. Gugliemo parla liiiscio liscio come l’olio, potrebbe andare avanti per ore senza un sussulto. Nel medioevo non parlavano così. Specialmente gli uomini di Chiesa. La lingua era spaziale, tutta un incrocio di latino, dialetti, influssi francesi, germanici, occitani, regionalismi, parole arcane, un fiume in piena in cui ogni accento era frutto di conquiste territoriali, invasioni, sangue. Quantomeno potevano essere doppiati in un linguaggio riscritto su quella falsa riga.

Vabbè ma guardati il film che per una volta è una figata tutta italiana e non te menare. Chiaro… mi direte che queste sono astrazioni da linguista, ma poi vi scandalizzate tutti per “petaloso” e ci impestate di status a riguardo. Non siete voi quelli che mettete in bacheca Nanni Moretti con: «Le parole sono importanti!» ogni volta che qualcuno dice cose a caso? Quando vi pare la lingua conta, siete dei grammar Nazi e la menate a un politico perché sbaglia un participio passato (che è grave), ma non notate la contraddizione?

Turturro, Sammel e Lombardi. Foto Fabio Lovino

Il Nome della Rosa lo hanno girato in inglese. A quel punto aveva più senso farlo vedere in inglese. Poteva essere una buona scusa per mandare in onda in prima serata per la prima volta nella storia, un programma in lingua originale. Lo fanno in ogni buco sperduto del mondo le tv di stato, tranne che da noi. Sarebbe stato dissonante, dato l’italianità del romanzo di Eco, ma almeno avrebbe mantenuto coerenza verso il cast. Attenzione, lo ripeto non ce l’ho coi doppiatori, so benissimo che in Italia vantiamo una tradizione unica di talenti (anche perché siamo ancora gli unici che doppiamo), ma da qualche parte dovremmo pur iniziare, no?

Ci lamentiamo di continuo di quanto non si respiri un’aria internazionale nel nostro paese. Tolte le grandi città (e forse nemmeno li) un turista straniero deve comunicare a gesti. Ovunque spuntano ambigui istituti privati che ti pubblicizzano corsi di inglese. Nel 2019. Lo devi imparare dai privati l’inglese in un paese in cui la lingua ormai si studia dalle elementari? Ma ha senso? Ho comprato il mio primo corso di inglese a sette anni, nel 1989, con Repubblica. In audio cassette. Trent’anni dopo non credevo che ci fossero miei coetanei così in paranoia a chiedere una birra a Londra, nonostante abbiano studiato per almeno quindici anni le regole basi della lingua. Forse aiuterebbe mandare in onda un film in lingua origiale, no? Già è quasi possibile fuori da Milano trovare dei cinema che lo facciano. Uno deve andare al Festival a Venezia per un film in lingua originale…

Foto: Fabio Lovino

Per Il Nome della Rosa bastavano i sottotitoli, ormai tutti siamo abituati a vedere un film coi sottotitoli. Quando incontrate quelli che vi dicono che si sconcentrano a leggerli siete di fronte a gente che sta mentendo. Non ci hanno mai provato a vedere un film sottotitolato. I sottotitoli ormai sono a prova di pigro, la gente si fa sottotitolare anche Gomorra che invece dovremmo essere tutti obbligati a vedere in chiaro per sforzare l’orecchio alla rotonda cattiveria melodica del napoletano. In tv non ho mai visto niente di sottotitolato, ma da quando esiste lo streaming ho scoperto la gioia della lingua orgininale, anche se fosse il coreano. Mi scoccia che ci arrivino quelli di Netflix e non Mamma Rai che se la mena tanto con l’anteprima mondiale di una serie che possiamo capire solo noi. Ecco perché Netflix lo pago e invece il canone Rai me lo tolgono a forza dalla bolletta della luce.

Per Il Nome della Rosa ho lo stesso groppo in gola che per Il Primo Re. C’era tutto, ma non è bastato. Borghi: la stella nascente, gli americani che ne parlano benissimo, il film girato in pre-latino, il cast che ha dormito nei boschi e digiunato, il realismo totale della barbarie magico-pagana antecedente a Roma. Ero prontissimo per il cinema ma mi sono ammalato e ho saltato la prima. Era venerdì. Già mercoledì non era più nelle sale di tutta la provincia dove potevi vedere solo Green Book. Una volta che c’è un film italiano che spacca non sappiamo valorizzarlo. Una volta che abbiamo una lingua che spacca, facciamo altrettanto.

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