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I 50 anni di Jamie Lannister (scusaci, Nikolaj)

Se c’è qualcuno che non si è angustiato troppo per la conclusione di 'Game of Thrones' (e per come è finito) è proprio Coster-Waldau, che fin dal suo primo film ha conosciuto gli alti e bassi della fama

Nikolaj Coster-Waldau nei panni di Jamie Lannister in 'Game of Thrones'

Foto: HBO

Poco più di un anno fa, in quella che oggi sembra completamente un’altra epoca, finiva Game of Thrones. Ripensarci oggi fa un certo effetto – e in qualcuno risveglia perfino dolorosi flashback da sindrome da stress post traumatico. Ma, prima ancora che il series finale, sospiratissimo e stracarico di aspettative, andasse in onda, era partita la gara collettiva, da parte di piattaforme streaming e network televisivi: quale sarà il nuovo Game of Thrones? Succede sempre (ricordate il post Lost?), e finora abbiamo già avuto The Witcher, His Dark Materials, ora Cursed, Amazon sta rifacendo Il signore degli anelli (o qualcosa di adiacente, non è ancora chiarissimo), Apple le Fondazioni di Asimov, e millemila progetti sci-fi/fantasy sono in lavorazione.

Se c’è qualcuno cui non sembra interessare granché di trovare il prossimo Game of Thrones è Nikolaj Coster-Waldau, l’attore danese che per nove anni e otto stagioni ha interpretato Jaime Lannister. A dirla tutta, e anche ri-scorrendo le interviste rilasciate dal cast un anno fa per “promuovere” (come se ce ne fosse stato bisogno) l’ultima annata della serie HBO, tutti quanti gli attori sembravano un po’ stanchi. Bellissimo, eh, essere al centro dell’uragano per quasi un decennio, protagonisti dell’ultimo fenomeno televisivo globale prima che lo streaming ci frammentasse tutti in tante mini-bolle spettatoriali diverse, continuamente inseguiti dai paparazzi, assillati dai fan, impegnati a schivare ogni minimo dettaglio della trama nelle infinite ore e ore di interviste tv o ai junket per la stampa. Bellissimi i bagni di folla alle convention, e anche le cinquanta notti sotto la pioggia irlandese a girare la buissima battaglia di Winterfell. Belli i red carpet e le nomination agli Emmy (Coster-Waldau ne ha ricevuta una nel 2018, però ha vinto suo “fratello” Peter Dinklage). Ora, però, passiamo ad altro. Anche se il rischio di finire nel dimenticatoio o nella ripetitiva trappola del typecasting è sempre dietro l’angolo: non è assolutamente detto che un grande successo televisivo – anche il successo più grande del decennio – garantisca un futuro altrettanto sfavillante.

Ma Nikolaj Coster-Waldau, che il 27 giugno varca la fatidica soglia dei 50 anni, le montagne russe dello showbusiness le ha già sperimentate, tra i numerosissimi ex abitanti di Westeros sembra il più tranquillo di tutti. Forse perché è danese, e i danesi – si dice – sono “i più felici del mondo”, alla luce di candela della loro filosofia hygge. O forse perché è già stato baciato da un grandissimo successo a poco più di vent’anni, praticamente al debutto. Il guardiano di notte di Ole Bornedal, un thriller ad alta tensione in cui Coster-Waldau interpreta uno studente che, facendo la guardia notturna per arrotondare, viene coinvolto in una caccia al serial killer, fa il botto in patria nel 1994. Cresciuto in un paesino sperduto, con un papà con problemi d’alcolismo e una situazione familiare complicata, Nikolaj si era avvicinato alla recitazione in sordina, era stato ammesso giovanissimo alla scuola danese di teatro di Copenhagen, e prima del Guardiano di notte aveva recitato solo a teatro, in un corto e in un tv movie. Un tale riscontro ottenuto col suo primo film da grande schermo gli fa credere di esser già sistemato: si tratta solo di scegliere la prossima parte. E invece: le proposte successive non sono quelle sperate, molte meno del previsto e tutte per ruoli-fotocopia del Guardiano di notte.

Anche il debutto a Hollywood, nel 2001, non è troppo in sordina: Coster-Waldau esordisce oltreoceano in Black Hawk Dawn, blockbuster di guerra diretto da Ridley Scott, che poi lo richiama per il kolossal storico Le crociate. Eppure, anche in America, l’attore fatica a sfondare, anche un po’ per colpa di una certa sfortuna: viene scelto come protagonista di una serie generalista, New Amsterdam (no, non l’attuale medical drama trasmesso da Canale 5, ma un procedurale fantasy del 2008, in cui Coster-Waldau interpreta un detective immortale in cerca del vero amore), un’opportunità d’oro per gli emergenti, ma la serie viene cancellata dopo soli otto episodi. Agguanta un altro ruolo principale in un progetto promettente, Virtuality, dramma fantascientifico dall’autore di Battlestar Galactica Ronald D. Moore, ma il pilot non viene confermato a serie (per inciso, è ancora una delle occasioni mancate più dolorose della tv anni zero: il pilot era talmente bello che venne comunque mandato in onda come tv movie).

Poi, finalmente, arriva Game of Thrones. E il suo non è un personaggio qualsiasi. Incarnazione dell’ideale platonico di principe azzurro – biondo e bello come il sole, per giunta in armatura dorata – si presenta con un soprannome che suona tostissimo – kingslayer – ma che in realtà sta a indicare un marchio d’infamia: il fatto che abbia ucciso l’ultimo re Targaryen quando il suo compito era quello di proteggerlo. Primogenito maschio degli arroganti Lannister, sembra inizialmente l’equivalente fantasy-medievale del jock del liceo, lo sportivo popolare e bullo. In più, ha una relazione incestuosa con la sorella gemella Cersei. Tanto per chiudere in bellezza, alla fine del pilot, scaglia un bambino giù da un’alta torre con rilassata nonchalance. Ah, the things I do for love. «Come attore, non avrei potuto sperare in un ruolo migliore», dice. E infatti: Jaime Lannister è uno dei personaggi migliori della serie, capace di svelare, un episodio dopo l’altro, contraddizioni umanissime e un senso d’eroismo sofferto e autentico. L’ossessione per Cersei e il percorso di redenzione accanto a Brienne fanno pulsare il cuore dello show, ben oltre le battaglie spettacolari e i draghi sputafuoco. Perfino quando gli tagliano la mano destra – privandolo così dell’unico tratto che lo definiva, la sua imbattibilità nel maneggiare la spada – riesce a diventare in qualche modo ancora più figo, grazie a una protesi d’oro.



Non c’è da stupirsi che la conclusione del suo arco narrativo – una marcia indietro per moltissimi aspetti fuori dal percorso del personaggio – abbia deluso molti spettatori. Ma Nikolaj Coster-Waldau non ci si è angustiato troppo. Durante gli anni di Game of Thrones, ha tenuto in piedi una carriera cinematografica solida, alternando lavori hollywoodiani e progetti europei, o più specificamente scandinavi. Ha recitato nel bell’horror La madre di Andy Muschietti, accanto a Jessica Chastain. È apparso in blockbuster più (Oblivion) o meno (molto meno: Gods of Egypt) riusciti. Ha lavorato con Brian De Palma, in quello che è probabilmente il film più tormentato (e massacrato dalla critica) di Brian De Palma: Domino. Ma – lo dice anche Nikolaj – «De Palma è sempre De Palma». Il suo ultimo lavoro, il thriller The Silencing, viene distribuito in USA in questi giorni, e approderà praticamente subito on demand causa Covid, ma lui non si scompone, anzi: come ambasciatore di buona volontà delle Nazioni Unite, è impegnatissimo sul fronte ambientalista (che il cambiamento climatico portato dagli Estranei in Game of Thrones ci abbia messo lo zampino?). «Dobbiamo sfruttare la pandemia come un’opportunità per cambiare un sistema che non funziona», ha dichiarato recentemente. Come ha detto, una volta, in Game of Thrones? «There are no men like me. There’s only me»? Beh: non è così difficile da credere.