Guardare la serie di Zelensky è guardare l’arte che imita la vita | Rolling Stone Italia
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Guardare la serie di Zelensky è guardare l’arte che imita la vita

C’è il dualismo buoni contro cattivi, una visione della politica apparentemente più semplice e forse per questo impossibile nella realtà, alcuni riferimenti a Putin (non molti in verità, c’è più attenzione alla politica interna) e – per certi versi – l’ansia combattuta con il dark humour

Locandina della serie tv "Servant of the people"

Sul fantastico mondo dei social qualcuno dice che è bella, qualcuno che è brutta. La discussione verte essenzialmente sui canoni estetici, non si tratta quindi di voler polarizzare il dibattito con un giudizio attraverso il quale si potrebbe essere additati come filo-putiniani o meno. Stiamo parlando di Servant of the People, che è due cose insieme: una serie televisiva di satira politica del 2015 creata e interpretata da Volodymyr Zelensky, attuale presidente dell’Ucraina (nonché simbolo di coraggio, in questo momento), e un partito politico ucraino fondato dallo stesso Zelensky nel 2017. Una cosa è la conseguenza dell’altra. Nella serie Zelensky interpreta Vasily Petrovych Goloborodko, un insegnante di storia del liceo inaspettatamente eletto presidente dopo che un video virale girato da un suo studente lo mostra inveire contro la corruzione del governo nel Paese, radicata a ogni livello della società.

La serie dura tre stagioni (più un adattamento cinematografico), dal 2015 fino a marzo 2019. Il partito politico viene invece registrato un anno prima, nel marzo del 2018. Un anno dopo, ad aprile del 2019, Zelensky viene eletto presidente, per davvero. Non è la prima volta che un attore diventa presidente: è celebre, per esempio, il caso Reagan, ma con le dovute differenze, dovute perlopiù al contesto che si è venuto a creare in questo momento. Se di Reagan in pochi ricorderanno i suoi film, in questa serie si può invece intravedere il futuro presidente ucraino. Il candore, l’innocenza di chi è ancora puro e non sa cosa l’aspetta. Nel suo discorso di insediamento il professore dice: «Chiedo scusa, ma vorrei usare parole mie. Come sapete sono un insegnante di storia che è entrato nella storia. Secondo questo discorso oggi avrei dovuto promettervi un mare di cose, ma non lo farò: primo perché non è giusto, secondo perché non sono in condizione di farlo. Per ora, solo per ora, ciò che voglio è poter guardare negli occhi tutto il popolo ucraino senza provare vergogna e questo posso prometterlo. Questo è solo il primo passo».

In questo discorso c’è tutto e il contrario di tutto a cui siamo abituati dalla politica. Uno: iniziare un discorso chiedendo scusa. Due: non promettere nulla che non si possa mantenere. Tre: con quel «per ora, solo per ora», avere ancora la possibilità di non provare vergogna. Quattro: «usare parole mie», quindi non essere telecomandati da fili di potere invisibili. E poi c’è la storia, anzi, l’entrare nella storia.

Guardando Servant of the People con gli occhi pieni di questo ultimo mese e mezzo di guerra, non sorprende la capacità di comunicare di Zelensky, né quella di toccare i tasti giusti con le persone, né il fatto che per davvero è entrato nella storia. Il limite della serie è la traduzione. Un limite che vale quasi sempre, ma qui si sente ancora di più per la distanza culturale, ragion per cui si perdono nel doppiaggio molte sfumature più o meno satiriche.

Appena eletto Goloborodko accetta di rispondere alle domande dei giornalisti in conferenza stampa. Sembra incredibile, qualcosa di mai visto prima. Gli chiedono dove abbia trovato i soldi per registrare la sua candidatura alla corsa presidenziale un umile insegnante di storia. Risponde: con una campagna di crowdfunding. A fine conferenza il primo ministro Yuriy Ivanovich Chuiko, che lo consiglia ma è ovviamente compromesso, gli dice: ora puoi dirmi la verità sul crowdfunding. Goloborodko ripete che è stata un’idea e un’iniziativa dei suoi studenti dopo il video e il primo ministro ammicca: idea geniale usare la parola crowdfunding per non dire da dove arrivano davvero i soldi. E poi c’è il lavoro sull’immagine: «Qual è il suo preferito, Patek Philippe o Vacheron Constantin?», gli chiedono, e lui risponde: «Non li ho letti». E ancora, «sa chi indossa questo? – gli dicono – Putin». Un lavoro sull’immagine che oggi si può rileggere ulteriormente: la serie inizia con Goloborodko che chiede alla madre di stirargli le camicie. L’immagine attuale dello Zelensky reale e non personaggio è invece oggi una maglietta verde oliva.

In mezzo a tutto questo mondo così “reale” Goloborodko si addormenta su Plutarco e sogna i filosofi classici. I suoi studenti amano la sua onestà, i suoi famigliari e colleghi iniziano improvvisamente a credere in lui, mentre l’establishment guarda alla sua serietà sardonicamente. Quasi tutti cambiano dopo la sua vittoria: la banca gli estingue i debiti, un grande magazzino regala i vestiti alla sua famiglia, suo padre passa dal considerarlo un fallito a preparargli addirittura il caffè al mattino ed essere orgoglioso di lui.

Guardare questa serie ora, con tanto che i canoni estetici non sono quelli cui siamo abituati, porta quindi, tra le pieghe dello show, a rintracciare alcuni dei valori di Zelensky. Ha del surreale e, anzi, quasi del distopico, sapendo che quel personaggio, nella vita reale, in questo momento sta affrontando una guerra. C’è il dualismo buoni contro cattivi, una visione della politica apparentemente più semplice e forse per questo impossibile nella realtà, alcuni riferimenti a Putin (non molti in verità, c’è più attenzione alla politica interna) e – per certi versi – l’ansia combattuta con il dark humour.

Nella serie si parla di corruzione in modo buffo, goffo, quasi come una cosa scontata, che non si può sradicare in alcun modo, né con l’umiltà né con invettive diventate virali sui social. C’è un pensiero che va a The West Wing o House of Cards: e se anche in quel caso la realtà avesse superato la fantasia? Intrattenimento e politica sono sempre più spesso contaminate, così come realtà e finzione. La guerra però è vera, a dispetto di quei pochi negazionisti che ancora dicono il contrario.