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‘Ginny & Georgia’, la serie teen in cui essere intelligenti è figo

Un po' 'Una mamma per amica', ma con un vantaggio: quello di esordire in un’epoca in cui tutto è sdoganato. E di non combattere gli stereotipi sugli adolescenti. Semplicemente li ignora e li supera

Brianne Howey (Georgia) e Antonia Gentry (Ginny)

Foto: Netflix


«Wellsbury fa schifo».

«Non è vero. Io sto ancora cercando di capirla, ma ho vissuto in molti posti e per me Wellsbury non fa affatto schifo. Lo sai, questo è il primo posto in cui è fico essere intelligenti e tutti vogliono avere successo».

Ci sono voluti tre episodi abbondanti prima che capissi davvero cos’è che funziona così bene in Ginny & Georgia. E no, purtroppo non è la soundtrack. Superando l’editing confuso e la presenza di qualcuno in montaggio che deve avere un rapporto conflittuale con la musica per usarla con tanta puntualità a svantaggio delle scene – altrimenti non si spiega – , qualcos’altro invece ha fatto breccia. Sarah Lampert ha scelto una narrazione teen slegata dalle piramidi scolastiche di bulli, pupe e secchioni che l’America si trascina dietro da anni.

In esclusiva su Netflix dal 24 febbraio, i 10 episodi della prima stagione hanno conquistato presto la top 10 dei più visti sulla piattaforma e anche una sfuriata su Twitter da parte di Taylor Swift. Agli autori della serie va la colpa di aver inserito la battuta «cambi uomini più spesso di Taylor Swift»; a lei quella di aver reagito con zero auto-ironia definendo il tutto «pigro e sessista». Lo è davvero? Oppure è solo uno spaccato di verosimile umorismo familiare tra due fanatiche del pop? Perché Ginny – la figlia 15enne, studiosa e matura – e Georgia – la madre single, trentenne e promiscua – amano il pop quasi quanto le Gilmore Girls che tanto ci ricordano. Ma le Lorelai e Rory 2.0 hanno anche il vantaggio e il peso di esordire in un’epoca più felice per la serialità, in cui parole come “pompino”, “vibratore” e “razzismo” possono convivere perfino con un dramedy per famiglie.



Ed eccoci qui: nella cittadina benestante del New England in cui Ginny si trasferisce con sua madre e suo fratello Austin, qualcosa gira subito controvento. Wellsbury è una comunità del nord America trita di equilibri alla Desperate Housewives: casalinghe inviperite, raccolte fondi e un attivismo civico che ruota attorno a eventi di beneficienza e gare di torte vegane. Ok, già visto: ci annoia un po’, ma tant’è. Fuori dallo schema sociale in cui vengono inquadrati gli adulti, però, saltano a sorpresa gli ingranaggi della nuova high school. E qui il discorso si fa interessante. Gli autori lo sanno bene, e ne fanno sfoggio piazzando una battuta precisa sul finire del terzo episodio: «Questo è il primo posto in cui è fico essere intelligenti». Ginny & Georgia non combatte gli stereotipi sui teenager in modo plateale, anzi, non li include proprio nello storytelling. Semplicemente li ignora e li supera. Decide Sarah Lampert cosa è “fico” e cosa invece no. E incredibilmente, ora ad essere fiche sono tutte le minoranze. Lo sono i capelli afro di Ginny, l’omosessualità dichiarata della sua migliore amica, la depressione da cui sta uscendo il suo vicino di casa nonché sua crush vorrei-ma non posso; è fico pure il suo fidanzato asiatico che dichiara amore con esibizioni e balletti nei corridoi in pieno stile Glee, e lo è perfino fare polemica durante la lezione di letteratura contro la supremazia di autori bianchi e uomini nel programma scolastico.

Ginny & Georgia racconta un’adolescenza senza bullismo: ma esiste? Quindi torniamo al solito grande dilemma sulla cultura di massa: è più persuasivo un cinema di denuncia o un cinema che influenza e detta tendenze? L’ago della bilancia qui è delicatissimo e, in particolare nella narrazione americana, pende quasi sempre nella direzione della denuncia. È un microcosmo scolastico che ormai conosciamo a memoria, costruito su personaggi-pedina di una struttura piramidale formata da api regine, atleti, sudditi, nerd e sfigati. Nella monarchia dell’high school in cima si posizionano, proprio per eredità genetica e diritto di nascita, studenti bianchi, belli e ricchi. Tutti gli altri – minoranze etniche, poveri, sovrappeso, studiosi, ragazze poco appariscenti oppure in confidenza con la sessualità, e in generale chiunque inciampi in una gaffe – finiscono nel baratro del bullismo o dell’indifferenza. È così, sempre: Gossip Girl, Una mamma per amica, Pretty Little Liars, Glee, The O.C., Riverdale, Tredici, Skins. Negli ultimi tempi ogni teenager-outsider (come se preferire l’informatica al football, poi, li rendesse tali sul serio) si è dovuto guadagnare rispetto tra il pregiudizio e il dolore di venire incasellato in una categoria impopolare.

Foto: Netflix

Film e serie tv raccontano ancora, ancora e ancora la piaga del bullismo nell’istituzione scolastica americana: è una sorta di monarchia reale in cui, tra chi comanda e chi è considerato uno sfigato, sembra non intercorrere nessun’altra classe sociale. Sono realtà talmente normalizzate da avere un codice registico di riferimento: la camminata nei corridoi della scuola in soggettiva, lo schieramento di bulli e studenti in piedi di fronte agli armadietti, le risate e i brusii di sottofondo guardando in macchina, verso il protagonista. È un must duro a morire. Così come i riferimenti ai segni lasciati dal liceo nella commedia young adult, dove, per quanto un trentenne possa essersi affermato nella vita, torna puntualmente a chiudere i conti con chi l’ha mortificato al liceo. Qualcosa vorrà dire. In Ginny & Georgia però il quadro cambia e gli ultimi diventano i primi, senza troppe spiegazioni: se succede, verosimilmente a quanto è migliorata ora l’integrazione nelle scuole, allora significa che in atto c’è un cambiamento palpabile. Se invece la serie azzarda una prospettiva diversa, invitando il suo pubblico teen a sovvertire regole e gerarchie sociali già a 15 anni, allora forse sì: vorrei più serie tv che creino la tendenza giusta, che affermino l’intelligenza come “in” e la prepotenza come “out”. Senza dover affrontare la parabola della sofferenza per trovare il coraggio di essere se stessi. Come a Wellsbury.

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