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‘Gangs of London’: i gangster british che si ripigliano quello che è ‘o nuost’

La nuova epopea criminale inglese, che strizza l'occhio a ‘Gomorra’, supera in brutalità pure ‘Peaky Blinders’. E picchia durissimo, in una Londra che pare Gotham City. Grazie al re dell’action-fighting Gareth Evans

Joe Cole e Michelle Fairley in 'Gangs of London'

Foto: AMC/SKY

Lo skyline di una Londra cupissima, visto a testa in giù. Un uomo appeso che ansima, urla, supplica: “Ti ho detto tutto quello che so. No, ti prego, no!”. Il perpetratore ha un volto familiare: quello di Joe Cole (ma come chi? Il John Shelby di Peaky Blinders!) che replica: “Cos’altro posso fare?”. Poi getta benzina addosso al prigioniero e gli dà fuoco. Pare di essere a Gotham City, sembra di stare dentro un cinecomic, dove il vendicatore del caso fa giustizia giganteggiando nell’inquadratura e il villain precipita bruciando in slow motion. Ah, non è spoiler, perché sono passati esattamente tre minuti dall’inizio di Gangs of London, il nuovo crime thriller targato Sky Studios, Pulse Films e Sister Pictures (dal 6 luglio su Sky Atlantic e NOW TV). E la dichiarazione d’intenti non potrebbe essere più cristallina: qui si picchia duro. E se siete deboli di cuore forse non fa per voi.

Il confronto con un’altra epopea criminale british DOC di culto è scontato, e non solo per la presenza di Cole. Ricordate la scena introduttiva di Peaky Blinders? Dopo aver convocato una ragazza che compie un rituale sul suo cavallo da corsa, Thomas Shelby (Cillian Murphy) incede con autorevolezza sul suo destriero nero, mentre tutti i cittadini della degradata zona portuale di Birmingham si nascondono terrorizzati ma anche affascinati. Se la brutalità dell’instant-fenomeno di Steven Knight è indiscussa, ma sono stati anche e soprattutto l’atmosfera e il simbolismo dello show a renderlo ciò che è diventato, Gangs of London (scontato l’omaggio a Scorsese) invece è azione pura e tostissima, senza scuse o divagazioni. D’altra parte il creatore (insieme a Matt Flannery), nonché regista di alcuni degli episodi, è Gareth Evans, già dietro la macchina da presa dell’acclamatissimo The Raid, featuring “le più grandi scene di arti marziali mai girate”, e talento assolutamente folle, maestro indiscusso dell’action-fighting.

Lee Charles e Sope Dirisu. Foto: AMC/SKY

L’altro inevitabile riferimento è la nostra Gomorra. Siamo in una Londra contemporanea quasi irriconoscibile, melting pot di razze e interessi criminali. Come i Savastano a Napoli, la famiglia Wallace controlla i traffici e assicura la pax nel ventre della City da almeno vent’anni, ma, Don Pietro docet, morto un padrino non se ne fa subito un altro. E quando il patriarca con il pugno di ferro Finn Wallace (Colm Meaney) viene ucciso (non da Ciro l’Immortale of course, ma non vi diciamo altro), si crea un vuoto di potere che mette a repentaglio gli equilibri della parte più oscura e nascosta della città. Toccherà al figlio Sean, praticamente un novello Genny Savastano in salsa british, capire cosa è successo, scoprire l’identità dell’assassino del padre e cercare vendetta. Intanto però le alleanze malavitose traballano: il delfino sarà in grado di raccogliere eredità e responsabilità della famiglia? In quella prima, clamorosa scena, c’è anche molto del personaggio di Joe Cole, Sean Wallace: è proprio qui che l’attore tira fuori il suo meglio, restituendo il tormento di un’anima complessa e repressa, di un ragazzo pronto a uccidere e torturare in nome dell’onore, ma il cui cuore e occhi dicono ben altro. Al suo fianco nei panni di mammà Wallace, una Donna Imma di oltremanica, c’è un altra “faccia da serie” notevolissima: quella di Michelle Fairley, la Catelyn Stark di Game of Thrones, ancora una volta first lady sì, ma di un regno decisamente meno nobile e molto più proficuo di Grande Inverno.

Sope Dirisu e Joe Cole. Foto: AMC/SKY

Portate un po’ di pazienza per i primissimi episodi che chiaramente mettono in scena dinamiche già viste, ma che servono a costruire il mondo di Gangs of London (anche se pure qui a tratti non mancano le orge di sangue). Ben presto la preparazione del terreno narrativo e i dialoghi lasciano spazio a grandiose coreografie action con protagonisti pugni, calci e qualsiasi tipo di arma. Ci sono spettacolari esplosioni e crudissimi massacri, uno contro uno degni dei miglior combattimenti di arti marziali, feroci corpo a corpo nei pub, sparatorie d’autore che sono piccoli capolavori e scelte registiche che “fanno” davvero la serie: da piani sequenza notevolissimi a scene girate interamente con camera a mano per seguire la dinamicità della lotta senza esclusione di colpi. È tutto esagerato, überviolento, ben oltre anche il pulp di Tarantino per entrare nel territorio gore di Takashi Miike. Poco importa la trama (a volte inutilmente complicata), gli sviluppi nascono per fare da riempitivo a questa fiera del Grand Guignol, che porta l’azione di lusso del cinema orientale nella grande tradizione della serialità inglese. Per creare qualcosa che perfino i cockney gangster di Guy Ritchie invidierebbero.