‘Game of Thrones’ premiato agli Emmy, voi tutto bene? | Rolling Stone Italia
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‘Game of Thrones’ premiato agli Emmy, voi tutto bene?

Con la consacrazione di Phoebe Waller-Bridge per 'Fleabag' e di Billy Porter per 'Pose', all'Academy bastava poco per fare tutto giusto. Tipo non dare la statuetta come miglior drama a Jon Snow e soci, dopo il disastroso finale

Il cast di 'Game of Thrones' alla 71esima edizione degli Emmy

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

Sì, possiamo tirare un sospiro di sollievo: alla fine Kit Harington non ha vinto l’Emmy come miglior attore protagonista. Ma tranquilli, è comunque riuscito a salire sul palco. Perché l’Academy non ha saputo, anzi, più probabilmente non ha voluto scegliere del tutto tra il prevedibile addio ai vecchi, cari favoriti – tipo Game of Thrones – e la consacrazione delle nuove (e fighissime) forze del piccolo schermo, leggi Phoebe Waller-Bridge. Conclusione: ha fatto di tutto un po’.

Se “la televisione non è mai stata così grande, importante e di qualità”, come ha sottolineato Bryan Cranston, GoT ha certamente fatto la sua parte: ci ha mostrato quanto la tv possa essere ambiziosa, ha saputo diventare un evento collettivo di massa nell’era dello streaming e del binge watching ‘ognuno per i cavoli suoi’. E poi, dai, non vuoi dare un ultimo riconoscimento – il quarto – come miglior serie drammatica allo show più premiato nella storia degli Emmy (anche se lo show più premiato nella storia degli Emmy ha avuto il peggior finale possibile? Chiedo per un amico)?

Tagliamo corto, anche perché GoT non ha vinto tutto ciò che poteva – indiscutibile la statuetta come supporting a Peter Dinklage – e chiaramente l’Emmy è un omaggio alla serie fantasy che ha cambiato la tv nel suo complesso, e non di certo alla sua ultima stagione, al punto che i creatori David Benioff e Dan Weiss sono rimasti a bocca asciutta per regia e sceneggiatura. Diciamo solo che Jon Snow, Dany e soci si sono portati a casa la vittoria in una categoria in cui c’erano Better Call Saul, Pose e Succession, perché improvvisamente miglior serie drammatica è diventato sinonimo di show che ha fatto più discutere, di prodotto più twittato, più visto, più chiacchierato. Proviamo ad applicare il teorema alla nostra tv per spiegarci meglio: se da noi esistessero ancora i Telegatti, Temptation Island e Rosy Abate non avrebbero rivali. E qua la chiudiamo.

La stessa teoria di GoT – ultima stagione-Emmy in saccoccia – però non è valsa per Veep e per la sua protagonista Julia Louis-Dreyfus, che pure si era aggiudicata ogni-singolo-Emmy-da-sei-anni-a-questa-parte. Per fortuna almeno qui l’Academy ha deciso di portare l’istanza di rinnovamento fino in fondo e di istituzionalizzare il culto di Phoebe Waller-Bridge, nuova divinità dello showbiz, e di Fleabag con quattro, sacrosante statuette: miglior comedy, attrice, regia e sceneggiatura. Occhiolino a favore di camera. Phoebe ha anche conquistato definitivamente il web al fianco di Billy Hader, miglior attore comico per Barry. C’è chi li vede bene insieme in una commedia romantica e chi (noi) li vorrebbe protagonisti della nuova stagione di True Detective. Ah dimenticavo, Jodie Comer è la miglior attrice in un drama con Killing Eve. E chi è la showrunner di Killing Eve? Una certa Phoebe Waller-Bridge. Altro occhiolino a favore di camera. E un saluto a Lena Dunham.

Da Fleabag in poi, l’Academy ha fatto tutto giusto, vedi Chernobyl e Tony Shalhoub, e, nel caso di Billy Porter, giustissimo. Il meraviglioso protagonista di Pose è il primo attore afroamericano e dichiaratamente omossessuale a vincere come lead actor in a drama nella storia degli Emmy. E decisamente sa come fare un’entrata in scena, con un abito tempestato di cristalli e un imponente cappello asimmetrico. Ma ancora più indimenticabile del suo outfit è stato il suo discorso, che ha aperto citando il suo personaggio, il maestro di cerimonia dei drag Ball Pray Tell: “La categoria è… amore!”. Porter ha nominato l’attivista per i diritti civili James Baldwin e ha parlato del suo durissimo viaggio verso l’auto-accettazione, sottolineando la capacità e la responsabilità degli artisti nel “cambiare la struttura molecolare dei cuori e delle menti delle persone”. Uno dei momenti più belli degli Emmy. Di sempre.

Chapeau anche per la scelta di Michelle Williams, che è salita sul palco come miglior attrice in una miniserie per Fosse/Verdon e ha sottolineato l’importanza della parità retributiva nell’industry, e di Alex Borstein, non protagonista in una comedy per The Marvelous Mrs. Maisel, che ha ricordato come la nonna sia sopravvissuta all’Olocausto, chiedendo a un soldato cosa sarebbe successo se fosse uscita dalla fila in cui si trovava, in attesa di essere giustiziata. Lui ha risposto che non le avrebbe sparato, ma che sarebbe toccato a qualcun altro. E lei lo ha fatto comunque. “Uscite dai ranghi, superate il limite, signore”, ha detto Borstein. Che magari quel passo in più la prossima volta lo fa pure l’Academy.