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‘Game of Thrones’ non lascerà eredi: perché la serie fantasy è unica e irripetibile

Uno show grandioso arrivato in un momento imperfetto: nessun altro prodotto televisivo potrà mai prendere il posto della serie HBO

Illustrazione di Lars Leetaru

L’eroe è trascinato davanti alla folla assetata di sangue, accusato di alto tradimento contro il re. Per arrivare qui ha fatto una serie di scelte folli, nate per assurdo dal suo senso del dovere, da una dignità che altrove sarebbe solo da ammirare. Ma è ancora l’eroe, interpretato dall’attore più famoso del cast della serie, e la storia l’ha messo di fronte a un bivio: esilio o morte. Sicuro, pensavamo, verrà bandito dal regno per una o due stagioni, poi tornerà più forte di prima per combattere le forze del male. Di solito funziona così, giusto?

Le cose funzionavano così prima che la testa di Ned Stark venisse mozzata verso la fine della prima stagione di Game of Thrones, dando vita all’ultimo grande fenomeno globale della televisione americana.

Una dozzina d’anni prima, i Soprano avevano infranto molte delle regole non scritte della TV con l’episodio in cui Tony strangolava un informatore a mani nude, un gesto che non aveva mai compiuto nei cinque decenni precedenti. (Sia quella scena che l’esecuzione di Ned sono accompagnate dalle immagini di uno stormo d’uccelli che vola lontano). Ma nel rinascimento creativo che ha investito il piccolo schermo da quel momento, c’erano ancora alcune regole sacrosante, in particolare: non uccidere il protagonista, e soprattutto non ucciderlo prima della fine della prima stagione. Game of Thrones l’ha fatto non solo con Ned ma, nella terza stagione, con sua moglie Catelyn, il figlio Rob e la neo-sposa (incinta) Talisa, dopo che il giovane comandante era stato eletto Re del Nord. Game of Thrones è uno show in cui non solo gli eroi perdono di continuo: muoiono in maniera brutale, e con loro, sembra, anche tutte le speranze di un lieto fine.

E noi abbiamo ingoiato tutto su un bel cucchiaio dorato.

Sono molte le ragioni che potrebbero spiegare perché GoT sia diventato un fenomeno globale. È uno show prodotto su scala globale, un set itinerante che si è spostato su diversi continenti, per non parlare dello spettacolo visivo su un livello diverso rispetto a quello che ci aspettavamo dalla televisione. È uno show ricco di personaggi memorabili, interpretati da attori meno famosi di Sean Bean, che nel 2011, quando iniziò la serie, ha indossato i panni di Ned. Ma la sua esecuzione – e le maledette Nozze Rosse – incombe minacciosa sulla leggenda della serie HBO. Una leggenda basata su scene come quella, sull’idea che anche dopo i Soprano, The Wire, Deadwood e Breaking Bad si potesse ancora cambiare il manuale delle regole della tv, che ci fossero ancora strade da battere, scelte che sembravano impossibili.

GoT è stata la serie giusta per un decennio molto sbagliato. Mentre il nostro mondo continuava a sembrare sempre meno sensato, tornare nell’universo fantastico creato da George R. R. Martin, e adattato per la tv da David Benioff e D.B. Weiss, aveva un che di catartico. Il mondo di Westeros ci ha fatto infuriare ed è capriccioso tanto quanto il nostro, ma in più ha draghi, giganti e magici demoni di ghiaccio.

Game of Thrones si è rivelato un classico, ed è per i Soprano quello che Star Wars era per il Padrino e Taxi Driver: un blockbuster che rende tutto quello che l’ha preceduto un esperimento pittoresco, un successo da boutique. Ha cavalcato due ere: il periodo rivoluzionario di Tony e del mare di copioni interscambiabili di quella che conosciamo come Peak TV. È arrivato qualche anno prima che Netflix entrasse nel business delle serie originali, presentato con la cadenza settimanale a cui eravamo così abituati. Ogni episodio – e con il tempo, ogni trailer o spot pubblicitario – è stato vivisezionato nei minimi dettagli, anche quando, come nelle prime cinque stagioni, il materiale era ancora molto aderente agli eventi raccontati nei libri di Martin, consentendo a ogni fan di andare su Wikipedia e scoprire sia le Nozze Rosse che gli altri colpi di scena della storia. Tuttavia, la serie aveva una struttura familiare al mondo dello streaming, dove la spinta a scoprire di più, ad andare al prossimo episodio, è più importante di qualsiasi altra cosa. Ci sono alcuni episodi di Game of Thrones che spiccano da soli, nella maggior parte dei casi ambientati in una singola location dove si riunisce gran parte dell’enorme cast di personaggi. Il resto delle puntate, invece, era felice di portarci in tour attraverso il continente di Westeros, rimbalzando da una città all’altra ed enfatizzando i momenti individuali rispetto allo storytelling più tradizionale.

E che momenti! Mentre la maggior parte delle serie in streaming, basate sul modello “film da 10 ore”, diventano lente e faticose nella sezione centrale, GoT è in grado di presentare scene incredibili ogni settimana – scene magnifiche dove draghi danno fuoco a intere armate, ogni anno più impressionanti. Il racconto non è sempre sullo stesso livello di quanto fatto dagli antenati di HBO, ma i suoi punti più alti ci hanno fatto slogare la mascella.

Tutto questo grazie al controllo-qualità della produzione e alla ricchezza del materiale di Martin, che funzionava come una specie di Idra: taglia la testa a uno Stark, ed ecco altri cinque personaggi incredibili a prendere il suo posto. E grazie a un casting impeccabile, anche i ruoli di secondo piano, anche i cattivi monodimensionali hanno sempre una profondità inaspettata – pensate al lavoro di Lena Headey sulla fredda Cersei o di Jack Gleeson sul sadico Joffrey.

Foto: HBO

Per Benioff e Weiss, i libri si sono rivelati sia una benedizione che una maledizione. Alcuni personaggi si sono ritrovati parcheggiati per intere stagioni perché Martin (che ha scritto una manciata di episodi) preferiva conservarli per il futuro. La serie, poi, ha spesso trattato la violenza sessuale contro le donne come una risorsa drammaturgica a basso costo, magari ignorando le conseguenze di questa violenza sulle vittime.

La serie ha superato gli eventi dei libri due anni fa. Martin ha già svelato a Benioff e Weiss il finale della storia, ma non è chiaro come gli sceneggiatori ci porteranno lì, e nemmeno se lo scrittore riuscirà mai a completare i due romanzi rimanenti. Lo show, che è sempre stato piuttosto libero nella riproposizione degli eventi dei libri, è diventato, nel bene e nel male, sempre più libero. I personaggi si spostano da un luogo all’altro quasi istantaneamente, un modo per accelerare la trama e riunire grandi gruppi di eroi in modi sempre utili alla storia. Storia che però si è fatta sempre più traballante, soprattutto quando personaggi come l’orgoglioso ma stupido Jon Snow e il cavaliere in conflitto Jaime Lannister sfuggono con troppa facilità a situazioni letali.

Non è una coincidenza, forse, che nessun personaggio importante sia morto da quando la serie ha superato i libri. Insomma, il fan service è più facile quando i fan non si aspettano che il loro personaggio preferito muoia. Allo stesso tempo, però, questo cambio di rotta sembra una mossa saggia. Sono troppi gli showrunner che si sarebbero adagiati sulle qualità più superficiali di GoT, trasformando l’idea di confezionare morti sempre più scioccanti – e, in generale, gettare gli eroi nella disperazione – nello strumento più utile della loro cassetta degli attrezzi. Ma quando tutto è scioccante, niente lo è davvero. Due tra le sequenze più potenti delle ultime stagioni di GoT, l’esplosione del Tempio di Baelor e la fine di Hodor, avevano a che fare con la morte, ma le vittime erano personaggi minori che non erano più utili alla narrativa della serie. Ma quelle scene erano potenti perché ci dicevano molto dei personaggi sopravvissuti, come la spietata Cersei, o perché mettevano sotto una luce tragica anche il servo sciocco Hodor.

Quando la serie finirà, in molti proveranno a imitarla, qualcuno a prendere il suo posto. Amazon ha speso l’assurda cifra di $250 milioni per adattare Il signore degli anelli, un numero esorbitante anche paragonato ai $15 milioni di budget a episodio per l’ottava stagione di GoT. Ma questo è un approccio troppo banale per riempire il vuoto che lasceranno Daenerys, Tyrion, Brienne e tutti gli altri, sia chi morirà sia chi fuggirà verso il tramonto cavalcando un drago. Non si tratta solo degli inevitabili paragoni che investiranno tutte le serie fantasy del futuro. Questa è una serie nata in un’epoca in cui tutti guardavamo la TV nello stesso momento, a scadenza settimanale. Certo, non tutti esattamente nello stesso momento, ma sempre abbastanza vicini da soffrire insieme per le Nozze Rosse, per la Battaglia delle Acque Nere, per la camminata di Cersei nelle strade di Approdo del Re, nuda e con una suora che le ripeteva allo sfinimento “Shame!”.

Game of Thrones è stato uno show grandioso. Ma è arrivato in un momento imperfetto, e per questo è diventato un fenomeno globale. Un fenomeno che potremmo non rivedere più.

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