‘Fondazione’ rifonda davvero la serialità sci-fi? | Rolling Stone Italia
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‘Fondazione’ rifonda davvero la serialità sci-fi?

La domanda è lecita, visto che il Ciclo di Isaac Asimov è considerato uno dei titoli più ‘infilmabili’ di sempre (al pari di ‘Dune’, almeno prima che arrivasse Villeneuve). Ci prova, oggi, Apple TV+: vediamo se ci riesce

Foto: Apple TV+

E così, dopo ben più di mezzo secolo, ben due opere letterarie ritenute a lungo “infilmabili” sono approdate sui nostri schermi a solo una settimana di distanza l’una dall’altra. Una, ovviamente, è Dune, la cui versione di Denis Villeneuve è in sala dallo scorso 16 settembre, dopo ben due tentativi andati, in modi diversi, male (il film mai fatto di Jodowrosky e il film che Lynch non avrebbe mai voluto fare). L’altra è Fondazione, tratta dal Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov, serie originale Apple TV+ i cui primi due episodi sono approdati sulla piattaforma di streaming il 24 settembre (gli altri otto seguiranno uno a settimana, fino a metà novembre).

La coincidenza è ancor più interessante se si considera che le due saghe si “parlano” fin dal principio: tra le motivazioni che spinsero Frank Herbert a scrivere Dune nel 1965 c’era anche il desiderio di “rispondere” al poderoso ciclo asimoviano (la cui prima trilogia era stata pubblicata in forma di romanzi tra il 1951 e il 1953). Che è considerato ancora oggi un testo cardine della fantascienza tutta, un po’ quel che Il signore degli anelli è per il fantasy, qualcosa di talmente influente da aver fondato (chiedo scusa) tutto quel che è venuto dopo. Un impero galattico, una quantità di pianeti diversissimi colonizzati e abitati da società antropologicamente distanti e complesse, una narrazione che attraversa gli anni e i secoli allineando generazioni e generazioni di personaggi, discorsi su tecnologia, scienza e fede, metafore della storia e dell’oggi… i mattoni della fantascienza, come diamo per scontato che sia, sono tutti qui. E, se lo si è detto giustamente per Dune, a maggior ragione vale per le Fondazioni: tutto ciò che è venuto dopo ha preso qualcosa da qui.

Allora, se anche tanto cinema successivo ha pescato a piene mani da loro, perché le abbiamo sempre dette “infilmabili”? Ci sono ragioni pratiche, naturalmente, legate alla dipendenza da effetti speciali di questo tipo di fantascienza “monumentale”: proprio com’è accaduto al fantasy, abbiamo dovuto aspettare un certo sviluppo del digitale per evitare che i mondi di Tolkien assomigliassero troppo a quelli di Hercules. Ma, ancora di più, evidentemente, le ragioni sono narrative: come traslare in un racconto per immagini, per giunta (almeno nel caso di un film) limitato nel tempo, una storia che si svolge nel corso di secoli, se non di millenni, il cui fascino sta anche nella precisione di dettagli quotidiani e nella complessità delle elucubrazioni (e nella psichedelia dell’esperienza, evidentissima in Dune, non dimentichiamolo)?

Basta la premessa del ciclo delle Fondazioni a dare un’idea: c’è un matematico di nome Hari Seldon (nella serie interpretato dall’abitualmente meraviglioso Jared Harris) che ha sviluppato una scienza chiamata psicostoria. Si tratta di una disciplina matematica in grado di prevedere l’evoluzione dei sistemi sociali e il comportamento collettivo, dunque, sostanzialmente, il futuro dell’umanità. Attenzione: non il singolo futuro di una singola persona, quello è saldamente nelle mani del libero arbitrio di ognuno. Ma ciò che accadrà a tutti quanti, collettivamente, sì, e anche con incredibile precisione. E ciò che predice, con incredibile precisione, Hari Seldon è che, in circa 300 anni, l’impero galattico – un impero sterminato e popolosissimo, tecnologicamente avanzatissimo, che occupa tutti i pianeti della galassia – si dissolverà sprofondando l’umanità in 30.000 anni di violenza, morte e barbarie, tipo il Medioevo, ma molto molto peggio. La psicostoria però può anche venire in aiuto, ci consola Seldon. Come? Beh, seguendo attentamente il Piano da lui elaborato (tanto per cominciare, si fa esiliare su un pianeta ai confini dell’universo, Terminus, insieme a un gruppo di fedelissimi per lavorare alla conservazione del sapere umano, una Fondazione – appunto – su cui ricostruire la civiltà perduta), la barbarie potrà durare solo mille anni, dopodiché l’umanità potrà tornare a fiorire più forte di prima. Evviva!

Insomma, Fondazione è un affresco gigantesco che si apparecchia lungo un tempo imponderabile, in cui le azioni (non che ce ne siano moltissime, di azioni in senso stretto) di un singolo personaggio (fatta eccezione per Seldon e il suo Piano), da sole, contano pochissimo nel grande quadro generale; e per di più i libri del ciclo asimoviano non sono nemmeno romanzi canonici, ma si compongono di diversi racconti, ambientati in periodi e con protagonisti diversi (anche perché originariamente furono scritti proprio come racconti, per la rivista Astounding Science-Fiction). D’altronde, l’ispirazione principale di Isaac Asimov non era la fiction – romanzesca o mitologica che sia – ma i poderosi sei volumi dell’opera storica settecentesca Declino e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon. Per farla breve: quelle di Fondazione non sono esattamente le formule consolidate che siamo abituati a usare in un racconto cinematografico e/o televisivo.

In teoria, però, un formato seriale dovrebbe funzionare meglio per un adattamento, visto che già i libri, a loro volta, sono una serie letteraria – e infatti anche Villeneuve, per tornare a Dune, ha spezzato (almeno) in due capitoli la storia del primo volume. Le fondamenta (chiedo ancora scusa) di tutto devono essere obbligatoriamente quel che si chiama world building: la costruzione dettagliata e credibile di un mondo alieno e complesso, attraverso dettagli, oltre che di scrittura, anche e soprattutto scenografici, linguistici, di costume e di costumi. E sia Fondazione sia Dune questo lo fanno benissimo, ed entrambi in modo sorprendente: Villeneuve scegliendo una tavolozza cromatica rigorosissima e un approccio essenziale e maestoso, e Apple TV+ non badando a spese e concedendo al progetto un budget elevatissimo, che si vede in ogni sequenza di ogni scena. Qualcosa di assolutamente non scontato, per un prodotto tv: se si pensa a un altro grande cult (pure lui debitore di Asimov, naturalmente) come Star Trek, dalla prima iterazione degli anni ’60 fino anche alle ultime versioni di questi anni, ci si accorge di come i punti di forza siano sempre stati scrittura e interpretazioni, non certo costumi, set ed effetti speciali. Il team produttivo di Fondazione riesce davvero a evocare un mondo fantascientifico credibile, addirittura variopinto se confrontato a quello del Dune villeneuviano, con richiami evidenti all’iconografia sci-fi un po’ vintage e contemporaneamente a un minimalismo levigato quando serve. Alcune regole del futuro di Fondazione, d’altra parte, sono anche più complesse del normale, basti pensare all’affascinante e inquietante figura dell’imperatore e della sua discendenza genetica: da centinaia d’anni a governare l’impero galattico è il clone del medesimo monarca, contemporaneamente presente in tre versioni, l’Alba (l’infanzia e l’adolescenza), il Giorno (la maturità) e il Tramonto (la vecchiaia), un’idea molto interessante per esprimere, anche nell’entità che si contrappone alla Fondazione, un senso del “tempo” che trascende quello del singolo umano. Il Giorno (che è poi l’imperatore è in carica) nella serie è interpretato con efficacia da Lee Pace, ormai un’autorità nell’incarnare figure di potere “aliene” (Thranduil nella trilogia di Lo Hobbit, Ronan nel Marvel Cinematic Universe).

Lee Pace e Jared Harris in ‘Fondazione’. Foto: Apple TV+

E allora, David S. Goyer e Josh Friedman, gli autori e showrunner di Fondazione, sono riusciti finalmente a filmare l’”infilmabile” Asimov? Non esattamente. Entrambi sceneggiatori navigatissimi e autorità nella sci-fi contemporanea – Goyer ha scritto, tra le altre cose, la trilogia di Blade e quella del Cavaliere oscuro di Nolan; Friedman è stato il creatore di Terminator: The Sarah Connor Chronicles, e più recentemente della serie tratta da Snowpiercer – applicano anche a Fondazione il manuale della scrittura tv, e sulla trama base innestano qualche intrigo politico (alla Game of Thrones, visto che il “nuovo Game of Thrones” è quello che tutti stanno cercando) e soprattutto delle storyline d’azione, in linea con quello che ci si aspetta da questo genere oggi. Il fatto è che così, nonostante il poderoso e coinvolgente world building, la sensazione finisca per essere quella di un progetto contemporaneamente un po’ pasticciato e un po’ generico, in cui momenti di grande spettacolarità e altri di novità assoluta si alternano a scelte prevedibili e al tedio di discorsi solenni o confusi.

Qualcuno ha detto che Dune di Villeneuve è una serie tv più che un film, ma rispettosamente dissento, e proprio metterlo vicino a Fondazione svela la differenza: proprio perché stava plasmando a un’esperienza temporalmente limitata (due ore e mezza non sono poche, ma non sono neanche le dieci della prima stagione di Fondazione) e pensata per il grande schermo, il regista canadese ha potuto asciugare Dune il più possibile, affidarsi totalmente alla monumentalità della messa in scena, alla radicalità di un approccio – nei toni, nei colori, nel ritmo – che può anche essere respingente ma è frutto di scelte precise e, soprattutto, puramente cinematografiche. Sul piccolo schermo anche il più raffinato e attento dei world building, anche i migliori effetti speciali e i valori produttivi più alti devono lasciare che il loro “effetto wow” soccomba a due ragioni più forti e fondamentali: una trama che avanzi e una scrittura che appassioni. Goyer ha comunque dichiarato di aver già programmato ben otto stagioni di Fondazioni: se il pubblico apprezzerà e Cupertino continuerà a metterci i soldi, non è detto che non trovi più avanti un equilibrio, visto che le potenzialità ci sono tutte. Ma non siamo psicostorici, quindi… dobbiamo stare a vedere.

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