'Facciamo ordine', perchè tutti sono ossessionati da Marie Kondo | Rolling Stone Italia
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‘Facciamo ordine’, perché tutti sono ossessionati da Marie Kondo

Lo show di Netflix con la guru giapponese del riordino promette molto più di una casa impeccabile

‘Facciamo ordine’, perché tutti sono ossessionati da Marie Kondo

Se trascorrete un po’ di tempo sui social media, probabilmente avrete notato un certo tipo di immagini che ingombrava la vostra timeline nelle scorse settimane. Sapete quali: un cassetto di magliette piegate in rettangoli perfetti, in piedi sull’attenti come soldatini serigrafati; un armadio di tela organizzato ad arte, sereno nella sua austerità; un bagagliaio zeppo di cose da dare via, pronte per essere portate alla Caritas più vicina. Quelli e abbastanza meme di “Does it sparks joy?” per non so quante vite. A partire dal nuovo anno, sembra che tutti (e soprattutto le loro madri) si siano sintonizzati su Facciamo ordine con Marie Kondo, lo show di Netflix per la casa che sapeva esattamente cosa stava facendo quando ha lanciato la sua prima stagione a Capodanno.

Quello dell’esperta di riordino giapponese Marie Kondo è stato un nome familiare negli Stati Uniti fin dal 2014, quando il suo libro Il magico potere del riordino ha fatto il suo debutto in America. Il suo metodo KonMari – una disciplina per organizzare le cose e, per estensione, la vita – ha attecchito tanto velocemente che la Kondo l’anno successivo è stata nominata nell’elenco delle 100 persone più influenti del TIME. (“Lo consiglio a tutti coloro che lottano con l’eccessiva quantità di oggetti in una società privilegiata”, ha scritto Jamie Lee Curtis nel suo blurb). L’approccio di Kondo è diventato onnipresente nella cultura pop, al punto che il tentativo fallito di Emily Gilmore di usare il metodo KonMari nella sua villa è diventato una chiave della trama nel revival di Una Mamma per Amica del 2016.

Tidying Up with Marie Kondo | Official Trailer [HD] | Netflix

Ma tutto quel rumore di fondo è diventato un ruggito con l’uscita della versione televisiva del Magico potere, che prene i metodi di Kondo dalla pagina e li inserisce, letteralmente, nelle case delle famiglie americane con troppa roba nei loro armadi (e garage, e stanze sottosopra, e cucine…). E in tutta la nazione, gli spettatori seguono l’esempio di KonMari tanto che i negozi dell’usato sono sommersi da oggetti donati. Nell’attuale momento caotico e massimalista della cultura americana, quando i poteri sono focalizzati su “più” e “quanto velocemente?”, cos’è che attrae tanto facilmente gli spettatori tra le braccia dell’estetica gentile e precisa di Kondo?

In un momento in cui tutte le notizie riguardano ciò che sta andando irreversibilmente male – cosa sta andando fuori controllo, quale alleato il presidente USA si sta alienando, che pezzo di calotta polare sta cadendo in mare – Facciamo ordine ci offre qualcosa che è raro come rubini: problemi che hanno soluzioni.

In ciascuno degli otto episodi della serie, Kondo e la sua traduttrice, Marie Iida, si presentano in una casa o in un appartamento che, in un modo o nell’altro, è sommerso dagli oggetti. La famiglia spiega la propria relazione con le cose e ciò che spera di ottenere, e offre a Kondo e Iida un giro per stanze in vari stati di caos. Non importa quale sia la scala del disordine – da un cassetto pieno di cavi di alimentazione a una tana piena di schiaccianoci natalizi – Kondo saluta tutto con una gioia vivace e contagiosa. “Adoro il disordine”, dichiara nell’introduzione di Facciamo ordine, e sembra che sia vero.

Dopo che Kondo “saluta” la casa in questione (un momento solenne in cui si inginocchia sul pavimento, silenziosa, con la testa china), conduce la famiglia passo dopo passo attraverso il processo di riordino, una pratica olistica che comporta la suddivisione degli oggetti per categoria e lo smaltimento coscienzioso di cose che non “suscitano gioia”. La frase ormai onnipresente è un’interpretazione creativa della parola giapponese tokimeku. Se l’idea di ringraziare la vostra vecchia felpa con cappuccio prima di consegnarla alla pila delle donazioni vi sembra sbagliata, considerate che il metodo KonMari è radicato nello shintoismo, il quale sostiene che l’energia spirituale sia presente in tutto ciò che ci circonda. (Da adolescente, Kondo è stata la vergine di un tempio shintoista).

È la delicata insistenza di Kondo sull’inestricabilità degli oggetti materiali dalle nostre connessioni emotive la chiave per capire l’appeal della serie. A differenza di molti show di makeover casalinghi, che adottano un approccio spassionato per smaltire il vecchio e logoro in favore del nuovo e cool, Facciamo ordine si basa sull’idea che sentimenti e ansie siano alla base delle nostre decisioni sulle cose che scegliamo di buttare via o di conservare. Le case che Kondo visita sono affollate con più roba di quanto chiunque potrebbe aver bisogno, ma in generale c’è una linea chiara tra ciò che viene gettato via e ciò che le persone che fanno piazza pulita amano e/o temono. Nel quarto episodio, ad esempio, una donna vedova da poco è meno interessata a passare in rassegna le sue cose che quelle del marito defunto. In un altro, un marito rimprovera la moglie per il suo accumulo di vestiti, ma è riluttante ad affrontare la sua piccola montagna di figurine da baseball.

Di conseguenza, il processo di riordino diventa una sorta di terapia di coppia o di gruppo, e porta a rivelazioni grandi e piccole. Non sorprende che le donne (la maggior parte delle coppie rappresentate nella stagione sono eterosessuali) tendono ad assumersi la responsabilità del disordine in cui si trova la casa. “Mi sento in colpa, perché io sono la mamma “, afferma una donna senza mezzi termini nel terzo episodio. “La mamma dovrebbe rendere la casa una casa“. Che sia intenzione dello show o meno, Facciamo ordine tende a bilanciare parte della responsabilità per cui la pulizia viene ingiustamente legata al genere.

I risultati alla fine di ogni sessione di riordino mancano del momento rivelatore wow che c’è, ad esempio, in Queer Eye o Trading Spaces. Kondo non trasforma le case, semplicemente dà alla persone gli strumenti di cui hanno bisogno per trasformarli da sole. Quello che vediamo in Facciamo ordine non è il deus ex machina che ci aspettiamo dagli spettacoli americani di makeover domestico, ma piuttosto gli essere umani che usano i loro modesti poteri per assumersi la responsabilità della propria merda.

Nulla di tutto ciò rende la serie tv particolarmente avvincente. Ma questo va oltre. Lo show ha una sorta di effetto cumulativo sul cervello, come la neve che cade su un campo incolto. Per prima cosa sarete confusi, poi affascinati, un po’ annoiati. E il passo successivo è che avrete organizzato tutti gli spazi nella vostra cucina e il vostro cassetto dei calzini sarà incredibile.

Facciamo ordine offre una promessa irresistibile: che in quest’ultimo periodo della nostra storia le vite possono essere ancora cambiate; che il danno può essere riparato; che abbiamo dentro di noi la capacità di tirare fuori la gioia dagli oggetti. E che aggrapparsi a qualcosa può essere confortante, ma può esserlo anche lasciarlo andare.