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Evviva i polizieschi fatti come dio comanda, evviva ‘Avvocato di difesa’

A metà tra legal e procedural drama, la nuova serie Netflix prodotta da David E. Kelley e firmata da Michael Connelly vince e convince. Merito di un’ottima scrittura, sì, ma pure di Mickey Haller, il difensore che tutti vorremmo

Manuel Garcia-Rulfo in 'Avvocato di difesa'

Foto: Netflix

La mia nonna materna è stata la nave scuola che m’ha introdotta al culto del poliziesco. Quando eravamo insieme, passavamo i pomeriggi a guardare Colombo, Perry Mason, La signora in giallo (no, L’ispettore Derrick no: era troppo teutonico per i suoi gusti). Il nostro era un momento sacro – «Marianna, c’è il poliziesco» –, scandito dai tempi della programmazione televisiva che lei controllava religiosamente ogni giorno sul giornale. Ormai conoscevamo a menadito gli orari (solitamente intorno alle cinque-sei del pomeriggio), i canali («Metti sul quattro»; «Lo danno sull’uno»), le singole dinamiche investigative. Il mio preferito era e rimane Peter Falk e il suo tenente Colombo che prendeva sempre per il culo tutti, fingendosi più scemo di ciò che in realtà era: lui con la moglie sempre citata e mai vista, con la Peugeot 403 grigia, l’impermeabile e il basset hound pigrissimo che chiamava semplicemente «Cane», come il «Gatto» di Holly Golightly.

Un buon poliziesco – oggi definito legal drama, territorio spesso erroneamente confinante col thriller e col noir – per poter essere tale non deve trasgredire alcune regole base. Innanzitutto, deve contenere più pensiero che azione: un paio di cazzotti e qualche inseguimento ci stanno, sia chiaro, ma ciò non deve andare a detrimento della strategia investigativa del protagonista. Poi, fino all’ultimo deve tenere lo spettatore col fiato sospeso: potete avere dei sospetti, fare delle congetture, avanzare delle ipotesi, ma mettetevi pure il cuore in pace: saranno sbagliate. Infine, niente sesso, siamo investigatori: inciuci, divorzi, relazioni eccetera sono consentiti, ma non si va mai al di là di qualche bacetto o un limone appassionato.

Tra gli obiettivi che mi sono posta nella vita, oltre alla ricerca della t-shirt bianca perfetta (questa è un’altra storia), c’è la volontà di ritrovare un poliziesco coi fiocchi, che non sbrodoli appunto nel thriller o nei noir (senza nulla togliere a entrambi, li amo indistintamente, però sono un’altra cosa) e che mi ricordi i pomeriggi passati davanti al Quattro insieme alla mia nonna. Con David E. Kelley (Ally McBeal, The Undoing, Big Little Lies, Anatomia di uno scandalo) forse condivido un’infanzia trascorsa a venerare il tenente Colombo nonché le medesime aspirazioni presenti: il buon David, infatti, ha pensato di produrre Avvocato di difesa, serie che ha debuttato lo scorso 14 maggio su Netflix, e che in pochi giorni è già diventata una specie di pietra miliare per gli amanti del genere.

Il titolo originale è The Lincoln Lawyer, come il film uscito nel 2011 tratto dal primo romanzo omonimo di Michael Connelly – nel nostro caso sceneggiatore e supervisore – che ha per protagonista l’avvocato Mickey Haller. Il risultato sono dieci episodi che t’inchiodano al divano senza soluzione di continuità, un tunnel in cui si entra felicemente e dal quale non si vuole più uscire, la rinascita del classico telefilm poliziesco che tutti attendevamo. Qui il romanzo di partenza è La lista, il secondo della serie: Haller (un bravissimo Manuel Garcia-Rulfo), brillante avvocato difensore noto per lavorare a bordo di diverse Lincoln, dopo un tragico incidente sportivo e una dipendenza da antidolorifici oppioidi, è finalmente ripulito ma con una carriera andata a farsi benedire. Ha due ex mogli (Maggie, una Neve Campbell ormai ostinata a non voler invecchiare, e Lorna, una frizzantissima Becki Newton) che gli vogliono molto bene nonostante le paturnie e le stramberie, una figlia adolescente (Krista Warner) e un caro amico investigatore privato dal passato non esattamente rose e fiori (Angus Sampson).

La svolta arriva quando un collega, morto assassinato, gli lascia in eredità i propri clienti, tra cui il caso di altissimo profilo di Trevor Elliott (Christopher Gorham), guru tech accusato di aver freddato partner e amante a pistolettate. Accanto alla storyline principale – l’elaborazione di una difesa in pochissimo tempo, senza potersi avvalere degli appunti misteriosamente scomparsi del collega deceduto – si dipanano le vicende personali e professionali dei personaggi, nonché i vari casi della settimana che Mickey Haller deve affrontare in tribunale e che si risolvono nell’arco narrativo di un episodio. E infine, una chicca per veri fanatici: degli stacchi in cui Haller, a bordo della Lincoln con la sua autista (Jazz Raycole), spiega i segreti di un ottimo avvocato difensore, dalle tecniche di formazione della giuria in vista del processo alle modalità più furbe per giocarsi gli assi nella manica e uscire dai vicoli ciechi in cui la pubblica accusa vuole cacciarti.

Neve Campbell in ‘Avvocato di difesa’, Foto: Netflix

A metà tra classico legal (ehm, poliziesco) e procedural drama, Avvocato di difesa non solo funziona benissimo (ricordate i tre ingredienti che elencavo all’inizio? Ci sono tutti, sapientemente dosati), ma regala pure un protagonista figo come ultimamente se ne vedevano pochi. Mickey Haller è affascinante, arrogantello, sfrontato, astuto, intelligente, megalomane e sexy: uno che sì ha i suoi demoni personali, ma che non lascia nemmeno che questi gli sbarrino la strada; uno che è ugualmente generoso e paterno, però allo stesso tempo egoista e sornione. Un personaggio nient’affatto scontato e multi-sfaccettato, insomma, una ventata d’aria fresca in un panorama televisivo pieno di ruoli che paiono scritti con lo stampino.

La mia nonna, che era un’acuta osservatrice, forse a un certo punto alzerebbe la mano: «Marianna, ma non ti sembra un po’ strano che Mickey Haller navighi nel traffico losangelino manco fosse a San Pancrazio e che riesca ad arrivare sempre puntuale ai suoi appuntamenti?». Al che le proporrei di farci una fetta di pane e Nutella di nascosto da mia madre e, con la bocca piena di cioccolata, la tranquillizzerei: «Hai ragione nonna, però freghiamocene: da quanto tempo non vedevamo un gran bel poliziesco?».

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