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‘Emily in Paris’ non è il nuovo ‘Sex and the City’

Il creatore delle avventure di Sarah Jessica Parker & Co. si lancia in un divertissement senza pretese. Che, tra cliché, soliti vestiti over the top e sfottò al MeToo, non va oltre la Insta-cartolina a cui mettere un like

Lily Collins in 'Emily In Paris'

Foto: Stephanie Branchu/Netflix

«Mi sento come Nicole Kidman in Moulin Rouge!», squittisce la protagonista di Emily in Paris mentre apre la finestra della sua chambre de bonne che dà su Place de l’Estrapade, nel quinto arrondissement. (E in un certo senso pure io – pure voi, vedrete –, per questo i francesismi si sprecheranno già da ora, pardon). La nuova serie di Darren Star (ci torneremo) non è nemmeno iniziata – siamo nel primissimo episodio – e già fissa la sua raison d’être: esiste un modo più frivolissimamente americano di raccontare la Ville Lumière? Mais oui, accompagnare il quadretto con il consulente immobiliare belloccio che, essendo francese, inevitabilmente ci prova con la nostra eroina: «Hai un fidanzato negli Stati Uniti, ma non he hai uno a Parigi». Ecco, se state seguendo il dibattito in rete, la prima cosa da dire di Emily in Paris è che i francesi (e ancora di più i parigini) sembrano essersela un po’ presa per i cliché e gli stereotipi (che sono numerosi, ma qui e là pure deliziosi) con cui vengono rappresentati. C’est la vie. Ma non Achille Lauro, piuttosto le B*Witched.

Facciamo un passo indietro, giusto per fissare un paio di coordinate, tra baschi francesi e pains au chocolat. Emily in Paris è la nuova serie originale Netflix creata da Darren Star, che poi è monsieur Sex and the City (e pure, a suo tempo, il creatore dei cult Beverly Hills 90210 e Melrose Place). Ma qui siamo più dalle parti di un altro suo titolo recente, Younger, dove una madre 40enne (Sutton Foster) si fingeva 25enne per avere un’occasione nel mondo dell’editoria, a cui invece la millennial interpretata da Hilary Duff stava dando la scalata. Una rieducazione sentimentale e professionale che per certi versi ricorda quella di Emily, solo che qui lo sfondo è cambiato: adieu New York, bienvenue Paris. La nuova eroina urbana è sempre made in USA, di cognome fa Cooper, lavora per una società di marketing digitale di Chicago e viene mandata in Europa quando i suoi capi acquisiscono un’azienda francese per “portare una prospettiva americana”. Eccoci qua: la prospettiva americana. Con tutti i cliché di riflesso che si porta dietro.

Emily è una millennial ambiziosa, sempre convinta di piacere a tutti e un po’ arrogantella, arrivata in Francia senza conoscere mezza parola di francese e senza nemmeno aver troppa intenzione di recuperare, ma che non si capacita del comportamento respingente dei colleghi. Il vicino di casa (nonché beau della nostra) è uno chef (Lucas Bravo), astro nascente della cucina, che le fa scoprire l’omelette (!), mentre uno dei suoi primi flirt parigini è con un professore di semiotica instancabile sotto le lenzuola, ma pure snob e un po’ stronzo. Poi c’è il profumiere che «avere un amante è ok anche per la moglie, ma tradire l’amante con una terza persona non si fa!», spiegano a Emily i colleghi quando lui le regala un completino La Perla. Già, perché il profumiere (titolare di una società di profumi di lusso, cliente della società e protagonista di un francesissimo ma pure intelligente e divertente sfottò al MeToo) ha una liaison decennale con il nuovo capo di Emily, Sylvie, chic e pure lei stronza ovviamente, interpretata da Philippine Leroy-Beaulieu, che – sì – è la figlia del grande Philippe Leroy. Le feste, quelle top, sono tutte vista Tour Eiffel, i pranzi nei bistrot, le serate nelle gallerie d’arte. E, dimenticavo, fra tutte le canzoni francesissime ci sono due momenti musicali da ricordare: La vie en rose, cantata a cappella al Jardin du Palais Royal da un’ereditiera cinese (!) che è fuggita dalla famiglia e ora fa la babysitter per mantenersi, e una versione di francese di These Boots Are Made for Walkin’. Giuro. Non manca anche un’altra nuova amica: la sua famiglia – indovinate – possiede uno château e produce champagne (!). E, bien sûr, c’è un triangolo, sennò mica saremmo in Francia, no?



Mentre Emily scopre Parigi come fosse il Paese delle Meraviglie, il suo seguito su Instagram cresce man mano che posta foto delle sue nuove esperienze. Il problema è che la base di partenza è 48 follower che, a suon di selfie con cappellini su sfondi pittoreschi e morsi a croissant, diventano centinaia di migliaia durante una notte o poco più. Esperti di social media, a voi l’analisi. In ogni caso, Emily in Paris è quello che ti aspetti, e niente, ma proprio niente di più: escapismo fin troppo escapista, senza nessuna pretesa di una qualche profondità, una foto su Instagram a cui mettere un like. Le riflessioni sull’amicizia, sull’amore e sul sesso che con Sex and the City hanno cambiato la rappresentazione femminile sono rimaste a New York. E anche quella rotondità complessa dei personaggi, quella comprensione così precisa di cosa significhi vivere a Manhattan – le nottate fuori, sì, ma pure la solitudine, la ricerca di compagni di vita mentre si cerca di sopravvivere nella Grande Mela. L’unica Parigi che vediamo qui è quella da cartolina. Dalla serie cult però Star si è portato dietro qualcosa, anzi, qualcuno: la costumista Patricia Field, colei che ha messo addosso a Sarah Jessica Parker un tutù da 5 dollari e ne ha fatto un’icona. Emily ha un suo senso della moda e fin dal primissimo episodio sfoggia un outfit dietro l’altro, che però di certo non entreranno nella storia del costume. E peccato anche che la protagonista Lily Collins, figlia d’arte (di Phil), abbia sì la freschezza, ma non certo il carisma pure modaiolo di una Parker, per reggere sulle spalle un intero show. No, Emily in Paris non è certo un nuovo Sex and the City. Ma (forse) va anche bene così.

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