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Elisabeth Moss non ha più bisogno di ‘The Handmaid’s Tale’ (e non è più ‘solo’ la regina delle serie)

Mettere in fila i suoi cult tv è impressionante: ‘West Wing’, ‘Mad Men’, ‘Top of the Lake’ e, ovviamente, l’adattamento del bestseller di Margaret Atwood, che l’ha resa un simbolo. Ma legarla solo a questo immaginario di empowerment femminista ormai è riduttivo

Foto: Rich Fury/Getty Images for New York Magazine


Erano i primi mesi del 2017, The Handmaid’s Tale non era ancora partita (e dunque non aveva ancora fatto incetta di Emmy) e la testata statunitense Vulture, in un lungo profilo-intervista, già la definiva “la regina della Peak Tv”. Parliamo di Elisabeth Moss, naturalmente, dal 29 aprile di nuovo nei distopici panni di June nella quarta stagione della serie Hulu tratta dal romanzo di Margaret Atwood (in Italia su TIMVISION).

“Regina della Peak Tv” ci sembra, in effetti, una definizione più che appropriata. Anzi, fosse per noi toglieremmo pure la specificazione “Peak” (il termine, per chi non lo sapesse, si riferisce alla iper produzione televisiva degli ultimi anni, quella che coincide con l’arrivo sul mercato delle piattaforme streaming e dei loro sterminati cataloghi da riempire di titoli): Moss è sugli schermi, piccoli o grandi, fin dagli anni ’90, ed è già stata protagonista di almeno tre serie-icona, di quelle in grado di definire un’epoca, oltre che di un’acclamatissima serie d’autore. E la sua carriera cinematografica parallela, sempre più fitta e interessante, in dialogo costante col cinema indipendente americano (e non solo: pensate alla Palma d’oro svedese The Square), è tale che definirla solo “un volto televisivo” è ormai riduttivo.



Ma mettere in fila le sue serie tv resta impressionante: West Wing – Tutti gli uomini del presidente, Mad Men, Top of the Lake, The Handmaid’s Tale. A soli 17 anni, è nel cast della più celebre serie di Aaron Sorkin, ambientata tra i frenetici corridoi della Casa Bianca: la serie che ha “inventato” il walk & talk, quei lunghi piani sequenza in cui i personaggi parlano e camminano scambiandosi informazioni cruciali e battute veloci, una tecnica creata per valorizzare gli inconfondibili dialoghi sorkiniani e poi copiata e rielaborata da tanta altra tv. In West Wing (che potete recuperare interamente su Amazon Prime Video, cosa che vi consigliamo caldamente di fare), Moss è Zoey, la figlia più giovane del presidente Jed Bartlet interpretato da un grande Martin Sheen; è già magnetica e bravissima, protagonista di una love story complicata con Charlie, l’assistente personale di suo padre. Sorkin le costruisce attorno ben due “cliffhangerosissimi” finali di stagione, ma evitiamo i dettagli perché sarebbe un reato spoilerare. Resta che West Wing, per quanto oggi sicuramente datata sotto certi aspetti, è una di quelle serie che hanno fatto l’età dell’oro della tv, portando nella prima serata generalista (andava su NBC, non sull’”elitaria” HBO) una complessità sia di temi sia di scrittura ancora molto rara; insomma, uno di quei titoli capaci di far fare alle serie tv il “salto” verso la definitiva maturità. Ed Elisabeth Moss c’era.

Elisabeth Moss con Martin Sheen in ‘The West Wing – Tutti gli uomini del Presidente’

E poi, un anno dopo la fine di West Wing, cioè nel 2007, Elisabeth Moss c’è anche in un’altra produzione fondamentale, di quelle che, oltre che della tv, hanno fatto la storia della cultura pop e del costume: Mad Men. Di più: Moss interpreta uno dei personaggi più amati, nonché simbolici, cioè Peggy Olson, l’ingegnosissima segretaria che si trasforma in una delle più brave copywriter della Sterling Cooper. Sembra quasi superfluo ricordarlo (anche qui, se non avete mai visto Mad Men, cosa aspettate? È su Prime Video, su TIMVISION e su StarzPlay!), ma l’ambientazione è quella della Manhattan anni ’60, in un ufficio di pubblicitari di Madison Avenue. Tra le cose che la serie creata da Matthew Weiner (un “reduce” dei Soprano) sa fare meglio, c’è l’abilità di sprofondarci in un mondo profondamente diverso dal nostro, e che pure del nostro contiene già tutti gli indizi e le radici, nel bene e (soprattutto) nel male. Un mondo, tra le altre cose, profondamente ostile alle donne, che siano casalinghe disperate come Betty Draper (January Jones), femme fatale come Joan Halloway (Christina Hendricks) o, appunto, aspiranti copy come Peggy: la “scalata” professionale del suo personaggio è stata facilmente identificata come un percorso di emancipazione – e così Elisabeth Moss è diventata un’eroina femminista molto prima di The Handmaid’s Tale – anche se, come per tutti i personaggi di Mad Men, anche il suo è un viaggio complicato e contraddittorio, fatto di effimeri successi e di tanti compromessi. Ma c’è poco da discutere: la gif in cui lascia l’ufficio con sorriso soddisfatto, occhiali da sole, sigaretta tra le labbra e un quadro di tentacle erotica sottobraccio resterà per sempre una catartica immagine di empowerment.

Elisabeth Moss in ‘Mad Men’

Mad Men nemmeno è finito, ed ecco per Moss un altro ruolo, forse meno visto e conosciuto dal grande pubblico, ma altrettanto cruciale: quello della detective Robin Griffin in Top of the Lake. Anche in questo lavoro, realizzato in Nuova Zelanda, co-creato e co-diretto da Jane Campion, scorre, sotto le forme rarefatte del giallo prestige e all’ombra degli incombenti e bellissimi scenari naturali, un discorso femminista non indifferente: Robin cerca una ragazzina scomparsa, incinta perché abusata da qualcuno di cui non si sa il nome, mentre la comunità omertosa osserva in silenzio (Robin ha anche dei traumi tutti suoi da sciogliere, ma pure qui, non sveliamo troppo e vi lasciamo alla visione).

Elisabeth Moss in ‘Top of the lake’

Ed eccoci, nel 2017, a The Handmaid’s Tale, di cui Moss è protagonista assoluta, ma anche – e l’ha posta come condizione per accettare la parte – co-produttrice e, in quest’ultima stagione, per la prima volta regista. La prima annata, nella primavera del 2017, fu una tempesta perfetta: Trump si era appena insediato, capolavori della letteratura distopica come 1984 di Orwell e appunto Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood erano tornati ai primi posti delle classifiche di bestseller, i diritti delle donne erano sotto attacco quasi ovunque ci fosse un’ascesa delle destre sempre più estreme. Gli abiti rossi e le cuffie bianche delle Ancelle di The Handmaid’s Tale sono stati usati, in questi anni, come simboli di lotta per i diritti civili, mentre nella distopia di Gilead, che spoglia le donne di diritti e identità per farne solo “uteri ambulanti” in nome di una dittatura teocratica, in molti hanno visto riflesse paure contemporanee più che verosimili. Ed Elisabeth Moss, quasi in automatico, è diventata di nuovo un’attrice-simbolo, a sua volta.

Elisabeth Moss nella quarta stagione di ‘The Handmaid’s Tale’

La cosa interessante è che, stando a quel che racconta Moss in prima persona, sono stati proprio i suoi personaggi a farle prendere coscienza del proprio posizionamento politico: a livello ideale, racconta, è sempre stata “femminista”, solo non sapeva che si diceva così. Viene da una famiglia “progressista”, entrambi i genitori sono musicisti, ma anche adepti di Scientology (una scelta che l’attrice non ha mai rinnegato), e infatti qualcuno ha storto il naso davanti a quella che sembrerebbe una plateale incoerenza: ma come, in The Handmaid’s Tale il nemico è una dottrina settaria, tirannica e misogina, e la sua attrice e produttrice è vicina a un movimento religioso che, secondo molti, assomiglia in modo preoccupante a una setta oppressiva e lobotomizzante?

Ma Elisabeth Moss, come i suoi personaggi, rifiuta le generalizzazioni: la sua esperienza è stata positiva, dice, e in ogni caso si schiererà sempre per la libertà di culto. D’altra parte, bastano la sua carriera e le sue scelte a tranquillizzare chi possa temere che non sia abbastanza “libera”: come dicevamo, parallelamente alla tv, ha coltivato collaborazioni proficue con nomi interessanti dell’indie americano, da Alex Ross Perry (per cui ha recitato in tre film: Listen Up Philip, Queen of Hearts e Her Smell) a Ben Wheatley (High-Rise), fino a Jordan Peele (Noi – Us). Nel suo affollatissimo e proficuo 2020, mentre il mondo era immobilizzato dalla pandemia, ci sono stati due ruoli straordinari, nuovamente impregnati di sottotesti femministi oltre che di venature orrorifiche: Shirley di Josephine Decker, una rielaborazione sulla biografia della grande scrittrice gotica Shirley Jackson, e L’uomo invisibile di Leigh Whannell, una versione del famoso mostro Universal che parla in modo efficace di stalking e gaslighting. Presto – si spera – la vedremo nell’ultimo atteso Wes Anderson, The French Dispatch, e poi in una commedia di Taika Waititi. Ma, soprattutto, da meno di un anno ha lanciato la propria casa di produzione, Love & Squalor Pictures, con cui ha già in lavorazione diversi progetti, da attrice e non; e ha debuttato alla regia di tre episodi proprio di quest’ultima stagione di The Handmaid’s Tale.

Elisabeth Moss nell”Uomo invisibile’

Insomma, più che regina di tv o cinema, dovremmo probabilmente chiamarla regina, e basta. Grazie ai suoi personaggi, Elisabeth ha trovato la propria voce, e ci ha invitati a fare altrettanto.

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