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E se ‘Le terrificanti avventure di Sabrina’ fossero finite troppo presto?

In questa quarta (e ultima) stagione della serie con Kiernan Shipka, una cavalcata indiavolata durata a malapena un paio d’anni, c’è un episodio strepitoso. E viene da chiedersi se non avrebbe potuto esserci di più

Kiernan Shipka è Sabrina

Foto: Netflix

E così è arrivata anche la quarta e ultima stagione (o quarta parte? O seconda parte di seconda stagione? La suddivisione non è mai stata chiarissima) di Le terrificanti avventure di Sabrina. CAOS per gli amici, sia perché acronimo del titolo originale Chilling Adventures of Sabrina, sia perché, in effetti, “caos” è il miglior modo per descrivere la serie con protagonista Kiernan Shipka, l’ex Sally Draper di Mad Men. Non lo diciamo in senso dispregiativo, tutt’altro; è un semplice dato di fatto: dal primo episodio all’ultimo, in una cavalcata indiavolata durata a malapena un paio d’anni, Sabrina non si è data (e non ci ha dato) tregua, accatastando plot twist, rivelazioni shock, ribaltamenti di alleanze, pugnalate alle spalle letterali e metaforiche, pratiche sanguinolente, pentagoni amorosi, viaggi spazio-dimensional-temporali, mostruosità assortite, apocalissi e numeri musical, ficcando quanta più trama possibile nei suoi 36 episodi, con la stessa avventata spericolatezza che contraddistingue il carattere indomabile (e talvolta frustrante) della sua eroina.

È una serie strana, Sabrina. Sulla carta è un progetto che ha perfettamente senso: è l’adattamento contemporaneo, tra dark e camp, di un personaggio storico degli Archie Comics, evoluzione su piccolo schermo del restyling già attraversato nei fumetti, sempre a opera di Aguirre-Sacasa. È lo stesso “trattamento Riverdale”, testato e approvato dal pubblico solo un anno prima (Riverdale è cominciato nel 2017, Le terrificanti avventure di Sabrina nel 2018): la differenza tra i due show è innanzitutto di formato, perché Riverdale va in onda in USA su The CW, un episodio a settimana per 22 episodi l’anno, come le care vecchie “serie di una volta”; Sabrina è invece un originale Netflix, quindi molte meno puntate per volta, e pubblicate a blocchi di otto-dieci. Non andare in tv ma in streaming ha poi un innegabile vantaggio: niente censura. È pur sempre una serie a target adolescenziale, quindi non aspettatevi sesso esplicito e volgarità a palate, ma riuscireste a immaginarvi la stessa sfacciata adorazione del demonio, o celebrazioni dell’amore libero come i lupercalia, o uccisioni di bambini (per quanto diabolici) in una prima serata generalista? Nemmeno io.

Dunque: visto il successo di Riverdale, il team coordinato da Aguirre-Sacasa ci riprova con le avventure di Sabrina Spellman, una teenager metà mortale e metà strega, divisa tra la normale quotidianità della provincia americana e il mondo soprannaturale che vi scorre parallelo nella città di Greendale, la cui miniera di carbone confina nientemeno che con le porte dell’inferno. Come ben sa chiunque sia stato adolescente negli anni ’90, non è la prima volta di Sabrina Spellman in tv: nella sitcom Sabrina – Vita da strega ha avuto per sette stagioni il volto di Melissa Joan Hart, ha incontrato Britney Spears, Avril Lavigne e i Backstreet Boys, e ha bisticciato di continuo con un gatto nero di nome Salem cui tutti perdonavamo il fatto di essere un inquietante pupazzo impagliato in ragione delle sue fenomenali e sarcastiche battute da drama queen. La nuova Sabrina, ormai lo sappiamo, non potrebbe essere più diversa da quella anni ’90: puntate da un’ora, niente risate registrate, niente ospitate di popstar, il gatto Salem c’è ma miagola e basta (in compenso, però, è un vero gatto) e, almeno a tratti, la serie si fa stregonesca e horror per davvero.

Sabrina ha un’anima doppia, e vale sia per la serie sia per la protagonista, che non sa mai decidersi tra l’amabile tranquillità della propria esistenza mortale – col fidanzatino Harvey, gli amici Roz e Theo, l’impegno nei comitati scolastici e nel team di cheerleading, le maratone di film horror – e l’eccitante promessa dell’universo magico – con la sua Accademia di stregoneria, i riti satanici, i misteri demoniaci, le profezie, una quantità impressionante di MacGuffin incantati e l’irresistibile corteggiamento del tenebroso Nick. Nella prima stagione Sabrina doveva scegliere se accettare il potere sconfinato offerto dalla magia nera ma rinunciare alla propria libertà individuale diventando una serva del Signore oscuro, oppure il contrario. La risposta, ovviamente, è stata: e perché non entrambi, la libertà E il potere? Al punto che, siccome in questa serie il passaggio da metaforico a letterale è un attimo, a fine terza stagione Sabrina si è esplicitamente sdoppiata. Il femminismo dello show non è mai stato timido, tutt’altro, associando il turbolento e rocambolesco coming of age della giovane strega a un percorso di empowerment e scoperta di sé cui nessun potere patriarcale ha potuto resistere: non il misogino e tirannico padre Blackwood, non Lucifero in persona, non il paganesimo disumanizzante portato da un inquietante circo ambulante, e neppure, in quest’ultima quarta stagione, tutti gli orrori lovecraftiani del cosmo, spediti contro Sabrina e i suoi amici uno dopo l’altro sotto comoda forma di “mostro di puntata”.

Come Sabrina Spellman, anche la serie ha rifiutato testardamente di rinunciare a qualcosa, costeggiando spesso l’horror, sì, ma anche l’horror vacui: un’infinità di personaggi, ciascuno con la sua storyline (e qualcuno si è inevitabilmente perso per strada, come la Mary Wardwell/Lilith, davvero sacrificata in quest’ultima annata); un’infinità di nemici, quest avventurose, cliffhanger, scene madri, momenti cruciali; un’infinità di toni e registri, così che nella stessa puntata si possa passare da uno sventramento a un matrimonio, da una resurrezione “zombie” a una gara tra band musicali, da un appuntamento romantico a un sacrificio umano, e via discorrendo. Per chi scrive, la quarta stagione è (insieme alla prima) la più riuscita: sarà che ho un debole per Lovecraft, sarà che l’idea dell’“orrore della settimana” – per quanto sia quasi impossibile non bersi Sabrina in poche sessioni di binge watching – riesce a dare almeno una parvenza di struttura a questo travolgente e incontenibile calderone stregonesco.

In questa quarta stagione, poi, c’è un episodio strepitoso, di cui evitiamo di rivelare troppo per non rovinare la sorpresa: sappiate che comprende l’apparizione delle zie Zelda e Hilda di Sabrina – Vita da strega, cioè interpretate da Beth Broderick e Caroline Rhea; e, anche, del caro vecchio insopportabile impagliatissimo parlante Salem. È un episodio super meta, in cui i debiti di questa serie con l’imprescindibile Buffy l’ammazzavampiri di Joss Whedon, già evidenti, danno il proprio meglio. Ed è una puntata che dimostra finalmente una certa “maturità” nella consapevolezza con cui è concepita, scritta e interpretata: ci si chiede se, in futuro, non sarebbe stato possibile vedere ulteriori evoluzioni della serie, capaci di smussarne i difetti senza perdere l’energia, la follia e il coraggio che l’hanno contraddistinta.



Invece Le terrificanti avventure di Sabrina è stata cancellata da uno dei tanti colpi di bacchetta magica di Netflix, gli stessi che con nonchalance hanno portato nel corso dell’ultimo anno a chiusure non completamente spiegabili (come quella di GLOW, per esempio, che già era stata rinnovata per una quinta annata): non sarà stata un ciclone inarrestabile alla Stranger Things, ma il suo bel pubblico affezionato e un discreto fandom la streghetta di Greendale ce li ha eccome. E nonostante in questi anni ci abbia dato tanto, perfino troppo, nonostante il finale chiuda bene o male tutto quanto con più di una contraddizione, la sensazione di un’occasione non del tutto concretizzata resta. Se c’è una cosa che Sabrina Spellman ci ha insegnato, però, è che di definitivo non c’è mai nulla, nemmeno la morte, figuriamoci una cancellazione: basta sfoderare un’aria risoluta, recitare qualche arcana formula in latino, appellarsi alla triplice dea Ecate, confidare nel potere del caos, e chissà.