‘Dopesick’ è la serie definitiva sulla crisi degli oppioidi che ha devastato gli Stati Uniti | Rolling Stone Italia
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‘Dopesick’ è la serie definitiva sulla crisi degli oppioidi che ha devastato gli Stati Uniti

‘La crisi di droga più letale della Storia americana’ (cit. New York Times) viene raccontata nella miniserie di Danny Strong starring Michael Keaton e Rosario Dawson facendo i nomi e i cognomi di chi l’ha provocata. Anche per questo è uno dei titoli più coraggiosi (e riusciti) dell’annata

Michael Keaton in ‘Dopesick’ è il dottor Samuel Finnix

Foto: Hulu

L’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’aveva definita «un’emergenza sanitaria nazionale», una piaga economica e sociale che nel 2021 in America ha causato 75mila dei 100mila decessi complessivi per overdose. La responsabilità è da attribuire a farmaci quali Vicodin, Oxycontin, Percocet, Percodan, Tylox, tutti a base di oppioidi come hydrocodone, oxycodone, fentanyl, e tutti approvati dalla Federal Drug Administration. Il Center for Disease Control and Prevention (CDC), ente che si occupa di sanità e prevenzione, nel suo report annuale sulla mortalità nel Paese era stato categorico: un bambino nato nel 2016 vivrà in media 78,6 anni, mentre uno nato appena due anni prima 78,9. Negli States l’aspettativa di vita non diminuiva per due anni di fila dagli anni Sessanta: molti la chiamano «epidemia da deindustrializzazione», altri «opioid epidemic», i giornalisti statunitensi preferiscono «opidemic»; per il New York Times è la «la crisi di droga più letale della Storia americana», e le sue origini non hanno nulla di illegale.

Nel 1996, nel tentativo di ridurre il peso della sottovalutazione e del trattamento inadeguato del dolore, l’American Pain Society istituisce la campagna «Pain as the 5th vital sign» («Dolore come quinto parametro vitale»), con l’obiettivo di rendere tale valutazione una misura del benessere del paziente tanto importante quanto i quattro segni vitali esistenti. Un fatto solo apparentemente irrilevante, se non fosse per l’introduzione di una domanda – poi eliminata nel 2016 – all’interno del questionario HCAHPS, utilizzato dagli ospedali e dagli operatori sanitari statunitensi per determinare la soddisfazione dei pazienti e facilitare il rimborso delle spese mediche: «Chi di dovere ha fatto ogni cosa che era in suo potere per controllare il vostro dolore?». È qui che si vanno a inserire i farmaci oppioidi, il cui scopo principale e “legale” consiste nel bloccare un dolore – post-operatorio, di natura neoplastica, ma anche dolori cronici, cefalee, comune mal di schiena – senza però curare la patologia. Un dolore che non attiene soltanto all’area fisica, ma sfocia spesso nella sfera emotiva e psicologica: l’anestesia indotta dal farmaco non fa sentire più la disperazione dovuta a un lutto, a una delusione, alla depressione, alla paura; il mondo è in un certo senso attutito, silenziato, e uno stato euforico aiuta a rendere sopportabile qualsiasi afflizione. Il rovescio della medaglia è rappresentato da una rapida tolleranza e da una fortissima dipendenza psico-fisica: non si riesce più a fare a meno dell’effetto analgesico-euforizzante, capace di dissolvere le difficoltà e di presentare una realtà diversa, più brillante e accettabile.

Rosario Dawson è Bridget Meyer. Foto: Hulu

Partendo dal libro-reportage pubblicato da Beth Macy nel 2018, Dopesick: Dealers, Doctors and the Drug Company That Addicted America, Danny Strong – che è una specie di one-man-band: attore, sceneggiatore, regista e produttore – ha creato Dopesick, miniserie di otto episodi che ha debuttato lo scorso 12 novembre su Star di Disney+. Strong riavvolge il nastro mescolando piani temporali diversi, riuscendo a definire i confini di quella che non è altro che una manovra spregiudicata, infame e ai limiti della legalità portata avanti dalla famiglia Sackler, proprietaria del colosso Purdue Pharma.

Breve digressione storico-scientifica: tutto ha inizio dal papavero da oppio, di cui morfina e codeina sono derivati naturali; l’eroina viene sintetizzata dalla morfina; l’idrocodone e l’ossicodone sono oppioidi semisintetici; il fentanyl e il metadone, invece, sono oppioidi totalmente sintetici. Non occorre scomodare Omero, Ippocrate, Galeno, Paracelso, Thomas De Quincey o Jean Cocteau per spiegare quanto l’oppio abbia influenzato le arti, la letteratura e la medicina, al punto che negli Stati Uniti e nel Regno Unito, prima degli inizi del Novecento, la vendita di oppioidi era assolutamente libera e l’uso quasi domestico. L’idillio americano con i farmaci oppioidi viene tuttavia stroncato nel 1914, quando il Congresso approva l’Harrison Narcotic Tax Act, che impone la prescrizione medica per qualunque farmaco derivato dall’oppio; nel 1924 l’Anti-Heroin Act bandisce dagli Stati Uniti la produzione e la vendita di eroina; nel 1970 il Controlled Substances Act crea una classificazione della pericolosità degli oppioidi sulla base delle loro capacita di provocare assuefazione e dipendenza: l’eroina viene inserita nella Categoria 1; la morfina, il fentanyl, l’ossicodone e il metadone nella Categoria 2. Le cose andavano bene, insomma, finché non ci si è resi conto che i sintomi della dipendenza creavano gli stessi mostri da cui gli utilizzatori desideravano fuggire: craving incontrollabile; pensieri ossessivi; mutamenti della personalità; scarse prestazioni lavorative o scolastiche; rifiuto delle responsabilità familiari; isolamento sociale; alcolismo; ansia; sbalzi d’umore.

Nel 1980, in pieno dibattito sull’uso dei derivati dell’oppio per la cura delle malattie terminali, sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine viene pubblicato un articolo – che in realtà è una semplice lettera, ma nessuno pare farci caso – destinato a cambiare radicalmente i corso della storia e l’approccio ai farmaci oppioidi. Gli autori, Jane Porter e Hershel Jick della Boston University, in sole 101 battute riportano che dei loro 12mila pazienti in cura presso l’ospedale di Boston trattati con narcotici, solo quattro avevano sviluppato una dipendenza dai farmaci. La conclusione è abbastanza affrettata: alcuni tipi di oppioidi sintetici non danno dipendenza, nonostante nulla si sappia – o venga detto – delle restanti 11.996 persone in cura. Sedici anni dopo, nel 1996, la Purdue Pharma mette in commercio l’Oxycontin, un oppioide sintetico a base di ossicodone ampiamente pubblicizzato come efficace e risolutivo per pazienti con problemi cronici di dolore e privo di possibili effetti collaterali. Richard Sackler (un ottimo Michael Stuhlbarg) decide di basarsi sullo “studio” del New England Journal of Medicine e di aggredire il mercato con una promessa appetibilissima: «Meno dell’1% dei pazienti trattati con oppioidi sviluppa dipendenza».

Agli americani viene quindi venduta una colossale truffa alimentata dalla scarsa attenzione (o forse connivenza?) della Federal Drug Administration e da rappresentanti farmaceutici senza scrupoli, istruiti a snocciolare a pappagallo slogan e dati per accaparrarsi il maggior numero di clienti tra i medici del Midwest – area a vocazione mineraria e industriale, dunque palcoscenico ideale per il lancio di nuovi antidolorifici per via dell’alta percentuale di individui soggetti a incidenti sul lavoro. Purdue Pharma, con l’Oxycontin, si dichiara intenzionata a porre fine alla cosiddetta “epidemia del dolore”, ritenuto nocivo, immorale, curabile grazie a un farmaco che promette meraviglie (un fantomatico rilascio graduale) e minimizzandone gli effetti collaterali (l’unico modo per sconfiggere l’insorgenza dell’assuefazione, si dice a un certo punto, consiste nell’aumentare il dosaggio). I medici cominciano a staccare ricette su ricette per qualsiasi cosa, dal mal di schiena al tunnel carpale, fino a incidenti sportivi o stradali: fra il 1997 e il 2002 le prescrizioni di ossicodone per il dolore non oncologico aumentano di 10 volte, creando un esercito di tossicodipendenti che, quando non riescono a procurarsi l’Oxycontin, passano velocemente all’eroina da strada.

Dopesick abbraccia la questione da tutti i punti di vista: quello della spudorata famiglia Sackler, covo di finti filantropi che credono nella religione del “profitto a ogni costo”; quello del dottor Samuel Finnix (Michael Keaton), medico di provincia che antepone l’umanità alle ricette, convertito all’Oxycontin da un giovane ed entusiasta rappresentante (Will Poulter) e fautore del lento processo di autodistruzione di sé stesso e della propria comunità. Quello di Rick Mountcastle (Peter Sarsgaard) e Randy Ramseyer (John Hoogenakker), integerrimi procuratori della Virginia che nei primi anni 2000 avviano un’indagine che permetterà di montare il primo caso legale contro Purdue Pharma, arrivando a un patteggiamento di 634, 5 milioni di dollari nel 2007. Quello di Bridget Meyer (Rosario Dawson), coraggiosa dirigente della Drug Enforcement Administration che sacrifica vita privata e matrimonio per combattere la piaga della tossicodipendenza, e si scontra con una prassi consolidata: Purdue Pharma che “compra” agenti della DEA e funzionari dell’FDA, assunti dall’azienda con stipendi da capogiro per indebolire e vanificare gli sforzi dell’agenzia federale. Quello di Betsy Mallum (Kaitlyn Dever), giovane lesbica non dichiarata che desidera disperatamente lasciare la sua cittadina per poter essere sé stessa, e che una ferita alla schiena porterà invece lungo un pericoloso percorso di dipendenza da Oxycontin.

Strong non ha paura di fare nomi e cognomi e di additare coloro che ritiene i veri responsabili di un fenomeno che ha devastato gli Stati Uniti: secondo il CDC, il costo economico dell’abuso di antidolorifici oppioidi legalmente prescritti – che include il costo delle terapie mediche e farmacologiche, la perdita di produttività, il trattamento della dipendenza e l’incremento dei costi per il sistema giudiziario – sarebbe pari a 80 miliardi di dollari l’anno. Cruda, coinvolgente, strutturata a mo’ di thriller e supportata da un’eccellente scrittura, Dopesick (nominata tra le miglior miniserie ai prossimi Critics’ Choice Awards) ha il merito di fotografare un quadro in cui s’accavallano interessi di tipo economico, religioso, politico, culturale, lobbismo e conservatorismo, che rendono complicato stabilire un approccio equo e corretto da parte delle istituzioni nei confronti degli oppioidi. Ecco allora che il paradosso è servito: se in America l’abuso di tali farmaci ha portato a una crisi di tossicodipendenze, nel resto del mondo (Italia compresa) questi stessi medicinali sono poco presenti o poco prescritti nelle terapie del dolore cronico da cancro, a causa di ostacoli di natura etica che s’intrecciano alla morale cristiana e allo statuto che il dolore riveste in essa. Il risultato, in entrambi i casi, è però il medesimo: l’unico a farne le spese, che vede il suo benessere messo a repentaglio, rimane il singolo individuo.

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