Confessioni di uno che non ha più tempo (né voglia) di vedere tutto | Rolling Stone Italia
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Confessioni di uno che non ha più tempo (né voglia) di vedere tutto

Prima sì: non c’era titolo che non fosse coperto. Poi è arrivata l’epoca dei contenitori e, di conseguenza, dei contenuti. E provate a starci dietro voi, a cinquanta nuove serie ogni settimana. Ah, no: forse vi siete ugualmente stufati

Foto: Ante Hamersmit/Unsplash

Sono, da sempre, la dannazione di mio marito, dei miei amici, di tutti. Vedo sempre tutto, ho sempre visto tutto. Ero la dannazione dei miei compagni di scuola quando, ragazzini analogici quali eravamo, andavamo da Blockbuster e loro dicevano “Che film prendiamo? Questo?”, e io “No, l’ho già visto”, e quello dopo pure, e l’altro ancora idem. Sono la dannazione di mio marito quando, adesso, lui vuole vedere Sorrentino e io l’ho visto a Venezia, e lo stesso vale per Almodóvar, e l’ennesimo inutile cinecomic no perché c’era l’anteprima, e di quell’altro ancora mi avevano mandato il link e l’ho messo su un pomeriggio. (Parentesi: i film belli son disposto a rivederli con sommo piacere. Sorrentino e Almodóvar li ho rivisti con lui. Ma lui non si fida. Dice che non vale. Forse per questo un giorno divorzieremo. Nel caso vi farò sapere.)

Sono, da sempre, la dannazione anche di me stesso. Quando faccio (facevo) viaggi intercontinentali, avevo già visto tutti i film disponibili sull’aeromobile di turno. Per tutti intendo: tutti. Restavano le ciofeche, e allora guardavo quelle. Scoprendo talvolta che avrei dovuto farlo prima, e che dunque non ero matto: era giusto che vedessi sempre tutto. Sull’ultimo volo pre-Covid (un volo da truffatore di Tinder: Milano-Punta Cana) mi sono sciroppato, per dire, Anna di Luc Besson, che è a suo modo notevole. (Me lo ricordo perché – da pazzo maniaco che vede sempre tutto, ha sempre visto tutto – so anche dove ho precisamente visto ogni singola parte di quel tutto.)

Dunque, se ancora non vi è chiaro: vedo sempre tutto, ho sempre visto tutto. Fino ad adesso. Adesso che viviamo nell’epoca del “prodotto”. Del “contenuto”. Delle venti serie che escono ogni settimana e che hanno tutti grandi nomi da vantare – registi, attori, creatori – e grandi storie – perlopiù vere, perlopiù noiosissime – e soprattutto grandissime durate: la miniserie è mini solo nel titolo, il limited originale sta più o meno per “storie chiuse in sé stesse che non prevedono seconde stagioni” (poi non succede praticamente mai, maledetti), perciò si arriva sempre e comunque a dieci comodissime ore.

Il punto probabilmente è proprio questo: ci sono tanti (troppi) contenitori, servono tanti (troppi) contenuti. Succede nello storytelling (pardon) di tutti i nostri Instagram, affollati di stories, dirette, fatemi-una-domanda; potrà non riguardare pure HBO e affini? Potremo non soffrire tutti indistintamente di questo horror vacui, di questo continuo e compulsivo bisogno di riempire ogni anfratto possibile? Ormai le piattaforme se la battono con le librerie: a fronte di cinquanta uscite editoriali la settimana (che non legge nessuno) ci sono venti serie ogni weekend (che non vede nessuno).

Foto: Amber Weir/Unsplash

Nemmeno io. Che – per lavoro, e perché sono un pazzo maniaco eccetera – vedo sempre tutto, ho sempre visto tutto. Ci provo, a starci dietro: perché faccio questo disgraziato mestiere e mi tocca dare un occhio a quello che esce; e per non restare indietro, per non fare la figura di mia nonna fissa solo su Rai 3 alla prossima cena tra amici. Che parleranno solo dello Squid Game di turno: quando una serie – una su cinquecento – diventa un fenomeno per davvero, l’hanno vista tutti-ma-proprio-tutti, e di sicuro indietro non sei rimasto. Gli altri duecentosessantasette titoli, appunto, restano in bella mostra sulle home page – e riempiono le pagine dei giornali (che nessuno legge) perché ci sono i grandi registi, attori, creatori.

È un circolo vizioso che, mi chiedo, fa gioco a chi? «Ho amici produttori disperati», mi diceva di recente un’amica romana. «Le piattaforme li chiamano e chiedono contenuti, perché le piattaforme vanno continuamente aggiornate. E loro non ci stanno dietro». Se succede a Prati, figuriamoci nell’industria vera. Contenitore chiama contenuto, ma tutto resta chiuso lì dentro, a non prendere aria. Gary Oldman, Jared Leto, Anne Hathaway, Oscar Isaac, Ben Stiller: sono grandi nomi coinvolti in grandi serie (sulla carta) uscite da pochissimo su varie piattaforme importanti. Sapreste dire – se non siete gente a cui arrivano seicento comunicati stampa al giorno, e che comunque quei comunicati li cestina, e che comunque quelle serie non le vede – chi fa cosa?

Poi qualcuno una serie ogni tanto la guarda pure (lo spero per chi le produce), perché viviamo l’epoca della passività, oltre che del contenitore/contenuto. E quindi pigia a caso sulla cosa che per prima, o che per quella settimana, compare nella schermata iniziale. Ma senza affezionarsi a nulla. Le serie di cui si parla a cena, dicevo, sono pochissime, o forse nessuna. Di certo non è più tempo dei Game of Thrones – e lo dice uno che ha sempre cordialmente detestato quei draghi.

Ci resteranno i film? Forse. Che potevano essere tutte quelle serie (non) citate sopra: invece, per ragioni principalmente produttive (il cinema classicamente inteso non investe più in quelle storie, a dispetto dei grandi nomi coinvolti), quei potenziali film diventano immancabilmente mini-mega-serie di dieci ore. Sarà per colpa della mia giovinezza analogica, ma i film continuo a vederli tutti. Pure le ciofeche. E qualcuno si dannerà ancora. Amici, marito, chicchessia. Per fortuna non esistono i Blockbuster delle serie: posso ancora fare quello che vede sempre tutto, ha sempre visto tutto.

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