Come truffare il gotha di New York e vivere (quasi) felici: l’irresistibile imbrogliona Anna Delvey | Rolling Stone Italia
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Come truffare il gotha di New York e vivere (quasi) felici: l’irresistibile imbrogliona Anna Delvey

Arriva l’11 febbraio su Netflix ‘Inventing Anna’, la serie di Shonda Rhimes dedicata alla (finta) socialite che ha fregato il jet-set ‘che conta’. Una parabola assurda che racconta molto del nostro tempo. E anche di noi. Ecco il super recap per arrivare preparati

Anna Sorokin, più nota come Anna Delvey, durante il processo nel 2019

Foto: Timothy A. Clary/AFP via Getty Images)

Cosa siamo disposti a fare pur di avere accettazione e rispetto da parte di quella cerchia che per noi conta più di ogni altra cosa? In una normale situazione, quanto siamo portati a dubitare della ricchezza esibita da chi ci sta intorno? Probabilmente Anna Delvey avrebbe risposto rispettivamente «tutto» e «nulla», perlomeno stando al modo in cui per mesi ha truffato mezza New York tra banche, hotel, ristoranti e amici, solo per entrare nell’élite cittadina e ottenere prestigio sociale. Le sue vicissitudini, lungi dall’appartenere a un mondo distante anni luce e quasi irreale, raccontano parecchio anche di noi, delle nostre perversioni e dei nostri desideri inconfessabili, al punto che Sua Signora Della Tv Shonda Rhimes le ha dedicato una serie, Inventing Anna – dove nei panni dell’imbrogliona per antonomasia troveremo la bravissima Julia Garner di Ozark e The Assitant – che debutterà su Netflix il prossimo 11 febbraio.

La differenza tra la maggioranza delle persone e Anna Delvey è – forse – che lei ha avuto la faccia tosta e il pelo sullo stomaco sufficienti per andare (quasi) fino in fondo per vedere realizzato il suo sogno di, cito testualmente, «essere presa sul serio». Se non fosse per quei 270mila e passa dollari di debiti che il 9 maggio 2019 le sono valsi una condanna da quattro a dodici anni di carcere, oltre a una multa di 24mila dollari e all’ordine di restituirne circa 200mila. «Sono sbalordita dalla profondità dell’inganno dell’imputato, dalle labirintiche bugie che hanno tenuto a galla la sua truffa», ha commentato il giudice Diane Kiesel, aggiungendo che la ragazza è stata «accecata dallo splendore e dal fascino di New York», con un chiaro riferimento alla canzone di Bruce Springsteen Blinded by the Light.

Anna Sorokin, questo il suo vero nome, nasce nell’ultimo anno di vita dell’Unione Sovietica, il 1991. Nel 2007 si trasferisce insieme alla famiglia a Eschweiler, cittadina a 60 chilometri da Colonia: suo padre era un camionista divenuto poi dirigente di una società di trasporti, ma a causa della sua insolvenza nel 2013 si reinventa aprendo un’attività specializzata in dispositivi di riscaldamento e raffreddamento a risparmio energetico. Sorokin nel 2011 lascia la Germania per andare a studiare moda a Londra, al Central St. Martin’s College, salvo abbandonare gli studi e trasferirsi prima a Berlino e poi a Parigi, dove approda come stagista alla rivista Purple. Lo sfavillio del fashion world la travolge, e lei prende a frequentare gli ambienti della moda, dell’arte, della cultura: il cognome però non è abbastanza à la page per il personaggio che si sta costruendo, e viene quindi cambiato in Delvey.

La nuova Anna comincia a essere popolare, e chiaramente il destinatario delle incursioni a feste, cene, viaggi e serate è il suo account Instagram, che piglia a macinare follower. I genitori la finanziano in tutto e per tutto: «Abbiamo sempre pagato le sue sistemazioni, il suo affitto e altre questioni. Ci ha assicurato che questi costi erano il nostro miglior investimento», hanno raccontato alla giornalista Jessica Pressler nel meraviglioso ritratto di Sorokin/Delvey pubblicato su The Cut nel 2018.

È tante cose Anna Delvey, ma di sicuro non è scema: sa che in Europa non riuscirebbe a raggiungere lo status al quale ambisce e nel 2016 vola nella Promised Land per eccellenza, eleggendo l’hotel The Standard a sua lussuosa dimora newyorchese. S’inventa un’identità coerente con la propria residenza: una ricca ereditiera tedesca con un fondo fiduciario che le garantisce un patrimonio di 67 milioni di dollari in Europa, una sorta di tesoretto con cui ottiene ingenti prestiti dalle banche grazie a documenti ben contraffatti. Il padre, da ex camionista, si trasforma in un petroliere, anzi no, in un diplomatico, forse in un collezionista d’arte… be’, la versione cambiava a seconda dell’interlocutore, ma poco conta. Delvey bazzica i locali più cool e i ristoranti più trendy; a una festa s’imbatte in Rachel DeLoache Williams, all’epoca photo editor di Vanity Fair, e le due diventano amiche. «Indossava un vestito nero aderente e sandali Gucci (…). Era la quintessenza della conversazione tipica di New York: saluti, scambio di convenevoli, come fai a conoscere X, cosa fai per lavoro», ricorda Williams nel suo articolo-memoir.

E mentre scorrono le chiacchiere scorre pure la vodka, gentilmente offerta da Delvey. Già, perché la finta ereditiera tratta bene i suoi amici – pagando (principalmente in contanti) cene, vestiti, drink, viaggi e mance – e confidando loro i propri progetti: affittare la storica Church Missions House, un edificio tra Park Avenue South e la 22esima Strada di proprietà del tycoon Aby Rosen, per ospitarvi un night lounge, un bar, gallerie d’arte, un hotel, ristoranti e un club riservato ai soci. «Grazie al mio mestiere avevo spesso incontrato individui ambiziosi e benestanti, quindi sebbene la sua impresa suonasse grandiosa e promettente in linea teorica, il mio sincero entusiasmo superava di poco un misurato scetticismo», continua Williams.

L’investimento, stando a ciò che millantava, le sarebbe stato garantito da un prestito della società immobiliare del suo amico Gabriel Calatrava, figlio dell’architetto Santiago. Il «centro dinamico di arti visuali» di Anna Delvey avrebbe esposto artisti del calibro di Urs Fischer, Damien Hirst, Jeff Koons e Tracey Emin; Christo sarebbe poi arrivato giusto in tempo per impacchettare l’esterno dell’edificio in occasione dell’inaugurazione. André Balazs, noto imprenditore del settore alberghiero, avrebbe provveduto ad aggiungere delle camere su due piani del palazzo e Richie Notar, co-proprietario della catena di ristoranti Nobu, avrebbe aperto tre ristoranti, un bar e una bakery. Pazzesco, no? Non nella città in cui il denaro non dorme mai e in cui non è così inusuale incontrare rich kids titolari di un fondo fiduciario che si lanciano in iniziative parecchio temerarie. In più, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, molti magnati russi hanno scoperto una singolare passione per l’arte, che li ha portati a trasformarsi in avidi collezionisti: certo, quelle di Delvey erano frottole, ma a New York, nel 2016, l’impianto narrativo risultava solido.

Julia Garner è Anna Delvey nella serie ‘Inventing Anna’. Foto: Aaron Epstein/Netflix

Nell’autunno, alla scadenza del visto ritorna in Germania, salvo poi rientrare negli Stati Uniti a febbraio 2017: si stabilisce per tre mesi a Soho, in una camera da 400 dollari a notte dell’11 Howard, e qui conosce Neff Davis, la concierge dell’hotel. Davis, come Williams, viene travolta dallo stile di vita della ragazza dai grandi occhi blu: mance da cento dollari a botta; shopping sfrenato; cene in ristoranti esclusivi con celeb, atleti, manager. «Era cliente fissa di Christian Zamora, dove andava a farsi fare extension alle ciglia da quattrocento dollari. Per il colore si rivolgeva al Marie Robinson Salon, per un taglio di capelli da Sally Hershberger. Aveva noleggiato un aereo privato per partecipare alla riunione degli azionisti di Berkshire Hathaway a Omaha. Ogni cosa che faceva era all’eccesso», spiega Williams.

Per affittare la Church Mission House, Delvey necessita di circa venticinque milioni di dollari: i contatti che vanta nel mondo della finanza la introducono a Joel Cohen, il procuratore nel caso del broker Jordan Belfort meglio noto come “The Wolf of Wall Street”, che ora lavora per lo studio legale specializzato in pratiche immobiliari Gibson Dunn. Cohen la presenta ad Andy Lance, un partner che aveva l’esatto tipo di esperienza che Delvey sta cercando. Dopo aver compilato il modulo di assunzione di nuovi clienti di Gibson Dunn, che comprende la conferma da parte del cliente circa l’esistenza di sufficienti risorse finanziarie, Lance si rivolge alla City National Bank e al Fortress Investment Group. La richiesta di un prestito viene motivata dall’ingente patrimonio posseduto in Europa, garantito da una lettera di credito da parte della banca svizzera UBS. La City National Bank nega il prestito: l’indirizzo AOL di Peter W. Hennecke – avvocato (rivelatosi poi inesistente) spacciato per consulente depositario del “patrimonio Delvey” –, incaricato di sbloccare i pagamenti, puzza di bruciato lontano un miglio.

Il Fortress Investment Group invece accetta di farle credito, pretendendo in cambio un deposito di garanzia di 100mila dollari, e Delvey convince un rappresentante della City National Bank a concederle un fido bancario per girare la cifra richiesta. Una volta ricevuti i primi 45mila dollari, il Fortress Investment Group invia degli ispettori in Svizzera per controllare la reale sussistenza dei beni tanto decantati. A quel punto Delvey, temendo di essere scoperta, decide di tenere per sé i restanti 55mila e di versarli su un conto presso la City National Bank per le sue spese personali.

Le rogne, si sa, non vengono mai da sole. L’11 Howard di punto in bianco si rende conto di non avere una carta di credito in archivio per Anna Delvey: un po’ perché l’hotel era nuovo di pacca al suo arrivo; un po’ perché lei era rimasta per un lungo periodo; un po’ perché era una cliente di Aby Rosen, l’hotel aveva deciso di accettare un bonifico bancario. Bonifico bancario, ovviamente, mai pervenuto. Le spese, intanto, raggiungono i 30mila dollari, comprese le cene al lussuosissimo ristorante Le Coucou, che lei aveva fatto addebitare alla stanza. Delvey, dopo molte insistenze, invia un bonifico di 30mila dollari attingendo da una parte dei soldi ottenuti con il fido della City National Bank: ciononostante – non avendo comunque fornito una carta di credito valida – l’albergo è costretto a cambiare il codice necessario per accedere alla sua stanza, lasciandola letteralmente in mezzo a una strada.

La nostra eroina non si dà per vinta: prima acquista una serie di domini web con i nomi dei dirigenti dell’hotel («Un giorno mi ripagheranno per averli», avrebbe riferito a Neff Davis), poi organizza un viaggio in Marocco insieme a Rachel Williams, alla sua personal trainer/life coach e a una videomaker che avrebbe dovuto realizzare un documentario sulla vacanza. La combriccola così composta si presenta al resort La Mamounia a Marrakech, dove Delvey aveva prenotato una suite da settemila dollari al giorno, comprensiva di maggiordomo privato.

Tutto fila liscio per qualche giorno, finché la dirigenza del riad si rende conto che la carta di credito fornita non risulta valida e ne esige una funzionante: dato che Delvey è a corto di risorse, Rachel Williams s’immola e dà la sua carta, sulla quale vengono addebitati circa 60mila dollari – più del suo guadagno annuale col lavoro a Vanity Fair. «Ti restituirò l’intera cifra al ritorno», promette l’amica. A quel punto Williams e la videomaker tornano negli Stati Uniti, mentre Delvey fa tappa sulle montagne dell’Alto Atlante, nel resort Kasbah Tamadot di proprietà dell’imprenditore britannico Richard Branson, e al Four Seasons di Casablanca. Le carte di credito non riprendono a funzionare per magia, quindi una notte la personal trainer viene svegliata da una telefonata di Delvey in preda a una crisi isterica: l’hotel di Casablanca vuole chiamare la polizia. In seguito a diversi tentativi con altrettante carte non andati a buon fine, la dirigenza si convince che probabilmente il problema risiede nel sistema di pagamento, e acconsente a un saldo tramite bonifico dall’America. Alla personal trainer viene chiesto un ulteriore favore, un volo per New York: «Me lo puoi prendere in prima classe?», avrebbe specificato Delvey.

Una volta nella Grande Mela, la discesa agli inferi della regina della truffa è rapida e inesorabile: alloggia al Beekman Hotel e al W Hotel, non paga i conti e viene cacciata; restituisce solo cinquemila dei 60mila dollari che deve a Rachel Williams; a luglio 2017 viene arrestata per furto ed è rilasciata su cauzione. Eppure, continua a fingere: a Williams e alla personal trainer, incredule di fronte all’accaduto, ripete in lacrime «Vi ripagherò appena mi concederanno il prestito». Il 5 settembre deve comparire davanti al giudice, ma preferisce emettere due assegni a vuoto, intascarsi ottomila dollari e riparare a Malibu, in California, rinchiudendosi in un centro di riabilitazione per dipendenze. È lì che il 3 ottobre viene arrestata e trasferita nel carcere di Rikers Island, a New York, con sei accuse per truffa aggravata e tentata truffa aggravata, e tre accuse per furto. Fine della storia? No di certo.

Il processo, iniziato a marzo 2018, la riporta sotto le luci dei riflettori per via degli outfit sfoggiati durante le udienze: Delvey si rifiuta di indossare gli indumenti forniti dal carcere e si presenta in tubino nero scollato firmato Miu Miu. O forse è Michael Kors? Vabbè, che differenza fa? I magazine impazziscono, riempendo pagine e pagine parlando degli occhiali dalla montatura spessa, del chocker al collo, della stylist personale ingaggiata affinché «Anna vesta appropriatamente per la causa: il suo stile è stato la forza motrice del suo business e della sua vita, quindi è parte di lei», per dirla con le parole dell’avvocato Todd Spodek. L’abito fa il monaco, insomma, e mai come in questo caso la moda ha influito sulla percezione esterna, sul giudizio e sui criteri di considerazione, come dimostra l’account Instagram dedicato ai look da tribunale di Delvey.

Rachel Tashjian su Garage compie un’analisi assai precisa e accurata dello stile di Anna Delvey: gli occhiali Celine; le felpe Supreme; i pantaloni Alexander Wang; le giacche di pelle Rick Owens; le borse Balenciaga e le scarpe Gucci venivano mischiati un po’ a casaccio, senza pensarci troppo. «Non sembrava che i suoi vestiti costassero milioni di dollari, ed è per questo che lei sembrava possedere milioni di dollari», scrive Tashjian. Maneggiare con cura la tipica attitudine dell’ambiente artsy le regala credibilità: l’impressione che dà è di avere talmente tanti abiti firmati da non badarci nemmeno, manifestando così la disattenzione alla base di un rich behavior certificato.

Le avventure di Delvey – che arrivati qui occorrerebbe forse chiamare Sorokin – mettono in risalto l’imbecillità dei banchieri e l’ingenuità (meglio, la stupidità) del jet set a stelle e strisce, trasformandosi in un monumento al «fake it till you make it».Il motto, che in italiano suona un po’ come «fingi finché non ci riesci», rimanda a una delle basi della psicoterapia cognitivo-comportamentale, secondo cui se un essere umano finge con costanza e passione può arrivare a ingannare non solo il prossimo, ma anche sé stesso. Sorokin pare infatti più dispiaciuta per la sua caratterizzazione del New York Post, che la definisce una «wannabe socialite» che per i raggiri perpetrati a danni di amici, hotel, ristoranti, attività commerciali e banche: «Non ho mai cercato di essere una socialite: le mie erano cene di lavoro, volevo essere presa sul serio».

Mentre da Rikers Island la carcerata più seguita d’America snocciolava i nomi delle attrici che avrebbe voluto la impersonassero (Jennifer Lawrence o Margot Robbie) c’è stato chi – col senno di poi – ha messo in luce un dettaglio passato inosservato, eppure rivelatore: Sorokin ha dei capelli orrendi. E quelle doppie punte sfibrate, signori della corte, avrebbero dovuto mettere in guardia chiunque le gravitava intorno.