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‘Chiamami ancora amore’: un nuovo mélo Rai è possibile

La serie con Greta Scarano e Simone Liberati non mette i casi sociali al servizio dei buoni sentimenti come tante ‘colleghe’, ma rende i sentimenti (pure i peggiori) un caso appassionante. Vedere (e soffrire) per credere

Simone Liberati e Greta Scarano in ‘Chiamami ancora amore’

Foto: Fabrizio de Blasio

Ok, lo ammettiamo. All’inizio, ci siamo tutti un po’ sentiti come Claudia Pandolfi, che, nel ruolo dell’assistente sociale, non ne voleva sapere di questa storia: i soliti due ex innamoratissimi piccioncini che si fanno la guerra a suon di avvocati per l’affidamento del figlio. Really, cara Rai 1? «Date il caso a un altro», insisteva la Pandolfi in Chiamami ancora amore (creata da Giacomo Bendotti e diretta da Gianluca Maria Tavarelli, dal 3 maggio su Rai 1 per tre lunedì), «io mi sto già occupando di un bambino che ha il padre in carcere e di un sospetto caso di violenza». Ecco, giusto: anche noi siamo parecchio impegnati, tra altre serie crime di Netflix e i drama di Sky. Non abbiamo tempo per il solito psicodramma esistenziale, con tanto mélo e poca ciccia. Invece, alla fine, ci siamo dovuti ricredere: non siamo davanti al solito prodotto generalista alla Sole-Cuore-Amore. E sì, alla fine la serie, realizzata da Indigo, ci ha pure appassionato.

Partiamo dalla storia: ci sono questi due genitori, Anna (Greta Scarano) ed Enrico (Simone Liberati), che sono sposati da undici anni. Prima erano innamoratissimi, ora si sono stufati. Per la verità, a rompersi le scatole è più lei che lui: quando Enrico torna a casa e becca la moglie con le valigie pronte, è tutta una litania di «Resta!», «Riproviamoci», «Andrà tutto bene», «Dài, resta! ». Praticamente il mantra dello Zerbino Innamorato, che di una lunga lettera d’addio ricorda solo il “Ciao amore” iniziale: «Tu provi ancora qualcosa per me, altrimenti non mi avresti chiamato amore». Santo cielo. Complice una festa di compleanno a sorpresa, lei finisce però per tentennare, fa l’amore con lui ma poi torna al Piano A: «È finita, ti mando le carte della separazione». Per l’appunto, una premessa narrativa stravista. Volutamente.

È infatti proprio sulla (solo) apparente prevedibilità della storia che gli sceneggiatori cementano la forza di questa miniserie: tu, spettatore, ti immagini il solito tira e molla a base di rimuginamenti amletici, carte bollate e consigli non richiesti da parte di parenti e amici. Invece, nel giro di un paio di sequenze, gli sceneggiatori scatenano l’inferno. La storia che doveva essere banale si trasforma in un girone dantesco di bassezze e scheletri nell’armadio, dove emerge il peggio di ciascuno dei protagonisti. Quei due tapini impazziscono, letteralmente, perdendo il senso della misura e il rispetto reciproco. L’affidamento del figlio si trasforma in una guerra senza quartiere che viene da molto più lontano, e che coinvolge il piccolo solo nella misura in cui è lui a pagare le conseguenze di questa esplosione d’odio. D’altronde, tutte le grandi guerre hanno le proprie vittime innocenti.

Così, alla fine della seconda puntata (che, per inciso, era disponibile in anteprima su RaiPlay già dal 26 aprile), inizi a dubitare che la miniserie possa avere un lieto fine. La storia è infatti troppo brutalmente vicina a quanto accade davvero nella vita: e sappiamo bene come finiscono, le storie, qui da noi… Non si arriva a rimpiangere il mélo della Rai (questo mai!), ma per un attimo pensi che non ti spiacerebbe se sbucasse fuori un Don Matteo o una Suor Angela, giusto per rassicurarci che andrà tutto bene. Invece non arriva nessuno, se non un’assistente sociale (la Pandolfi di cui sopra) che vuole vederci chiaro in questa storia. Il che ci rincuora: è già qualcosa. La miniserie è insomma un doloroso spaccato relazionale che pone, sì, una domanda un po’ retorica, ovvero: come può un amore così grande sfociare in un odio così atavico? Ma la inserisce in un contesto crudo e intelligente.

Non è dato sapere se, in piena pandemia, il pubblico avrà voglia di angosciarsi dietro a una storia del genere (perché sì, ovviamente mette ansia). Finora su Rai 1 stanno andando bene i titoli più popolari, come Mina Settembre e Lolita Lobosco, dove i casi sociali sono al servizio dei buoni sentimenti. Qui, al contrario, sono i sentimenti a diventare, nella loro violenza incontrollata, dei casi sociali che si prendono tutta la scena. Tuttavia, anche questo ci piace, perché sfata per bene il mito del colpo di fulmine. Nella prima puntata, la protagonista Anna sostiene: «Più è casuale l’incontro e meno è casuale la coppia». Della serie: non importa se ti conosco poco, se ci sposiamo anche perché sono incinta, anzi, tutto questo renderà ancora più magica e romantica la nostra unione. Come no…

Claudia Pandolfi è l’assistente sociale Rosa Puglisi. Foto: Fabrizio de Blasio

Si prende inoltre coraggiosamente a picconate anche l’idillio della maternità: qui non troverete nessuna madre coraggio e – questo sì che è un colpo di scena – il nuovo eroismo femminista si sporca le mani con la realtà. Anna viene infatti subito travolta dalla macchina del fango messa in moto dal processo (anche se, ne siamo certi, a breve arriverà pure il turno del partner). Non sveliamo di più per evitare spoiler, ma sappiate che tutto è come nella realtà: ingiusto e sbagliato. Gli errori personali assurgono a colpe, e nessuno sembra poter aspirare a un’effettiva redenzione. Nella disperazione, ci si trincera dietro una rassicurante quanto anonima routine, ma l’alibi regge fin che può: cioè poco.

Poi, certo, gli scivoloni qua e là non mancano. Nella prima puntata, per esempio, i falsi allarmi al morto sono un po’ tirati per i capelli, e in generale il ritmo narrativo sarebbe potuto essere più incalzante. Storia impegnata non deve essere per forza sinonimo di storia lenta (cliffhanger finali a parte). Inoltre, bisognerebbe approvare una legge che regolamenti i salti temporali: in Chiamami ancora amore, così come in DOC – Nelle tue mani e in Buongiorno, mamma!, basta un taglio diverso dei capelli o una barba rasata per essere 10-15 anni più giovani. Spiacenti, non funziona così, tant’è vero che a volte lo spettatore si domanda se sta vedendo un flashback o meno. Serve il doppio casting, ossia ingaggiare più di un interprete per lo stesso personaggio. Ma la serie funziona, grazie anche alla buona prova attoriale della sempre più richiesta (e sovraesposta?) Greta Scarano e di Simone Liberati (L’amore a domicilio, Suburra, Petra). Credibile e molto in parte anche Claudia Pandolfi. Per noi è un “sì” anche solo per il fatto che svecchia – e di molto – il prodotto Rai. Un nuovo mélo generalista è possibile: già solo questa è un’ottima notizia.