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Caro Ricky Gervais, no: non andrà tutto bene (nemmeno la seconda stagione di ‘After Life’)

Buona la prima. La seconda è buona uguale, certo, nel senso che è identica. Perché i produttori, se funziona, vogliono sempre la stessa storia. E forse questo non è il momento per il buonismo cinico di Gervais

After Life stagione 1 era una delizia: la commedia umana con quelle facce tutte storte, il campionario di provincia inglese a metà tra Trollope e Little Britain, il resto lo sapete. Ricky Gervais, cattivissimo lui, non s’era rabbonito di colpo, aveva solo trovato la giusta quadra tra lo scorrettismo da stand-up e la dramedy per tutti, laddove con “tutti” oggi s’intende la popolosa platea Netflix, impossibile da accontentare in blocco (centottanta milioni di iscritti nel mondo, and counting), ma insomma mettine insieme una bella fetta e avrai numeri da blockbuster. A chi non fanno gola, soprattutto oggi che le sale sono chiuse?

After Life stagione 2 è una delizia? Mah, chissà, forse no. O forse sì: dopotutto, è uguale alla prima. Precisa. Identica. Si potrebbe pure finire qua, e invece no: proviamo a capire perché è accaduto, perché sempre accade. Prima prova sul banco dell’accusa: il pubblico vuole vedere sempre la stessa storia. In questo caso: il vedovo che cerca di tornare alla vita dalla sua scrivania di redattore del gazzettino che registra le bizzarrie locali (ragazzini che suonano il piffero col naso, vecchiette che parlano coi gatti, eccetera). L’umanità tutt’attorno è sola, miserabile, stramba, adorabile: come lui, come noi. La seconda prova: i produttori vogliono produrre sempre la stessa storia. Su Netflix, format che vince non si cambia, che sia un ormai sbrodolatissimo teen americano (Tredici) o una pur irresistibile truzzeria spagnola (La casa di carta). Ma succede pure altrove: le seconde stagioni sono sempre più spesso copie carbone delle prime, anche quando le precedenti erano sopravvalutate e ci si poteva fermare lì (il primo titolo che mi viene in mente: Killing Eve, ora siamo addirittura alla terza) o quando c’era di mezzo un romanzo che una conclusione l’aveva già prevista, e pure bene (Big Little Lies, The Handmaid’s Tale).

After Life 2 è una delizia nella misura in cui non succede nulla di nuovo: ci sono ancora la collega fatalona per disperazione, il postino sgarrupato, la puttana goldoniana, la lady che moralizza dalla panchina. Per lo stesso motivo, After Life 2 è una serie di cui avremmo potuto tranquillamente fare a meno – poi, certo, sono poche ore in tutto, ne abbiamo buttate tante in questa quarantena e ancora di più ne butteremo, ci svolteremo un altro paio di serate e bella lì.

Poi c’è la prova numero tre, che però riguarda solo e soltanto lo showrunner/protagonista/regista di turno. Cioè Ricky Gervais. Già cabarettista impudente, conduttore non grato (per finta) di inutili cerimonie di inutili premi, milionario fiero di ostentarlo, ha beccato con After Life la sintesi che chiameremo cinismo buonista, oppure buonismo cinico, è lo stesso. Buona la prima. La seconda – ripetiamolo – è buona uguale, certo. Ma è uguale, appunto. Potenzialmente, è pure un po’ meno stronza della precedente. Lo sappiamo tutti che Gervais è la vecchia dell’ospizio che compare all’inizio della stagione 2. Quella che riceve un telegramma dalla regina per i suoi cento anni, «ma tanto lo so che non l’ha mandato lei: l’ha scritto un maggiordomo»; che manda tutti a quel paese, altro che «qui alla casa di riposo avrà moltissimi amici»; che sostiene che la vita è uno schifo sempre, figurarsi da vecchissimi. Gervais è evidentemente quella tizia lì. È quello il personaggio che più gli assomiglia, mica il protagonista. E invece vuole convincerci, una volta di più (di troppo?), che c’è la luce in fondo al tunnel, l’arcobaleno dopo la tempesta. Ci dispiace, Ricky, ma non puoi arrivare, proprio ora, a dirci che andrà tutto bene. Abbiamo smesso di crederci da un pezzo da soli, figuriamoci se a tentare di convincerci ci si mette pure uno stronzo come te.

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