Caro Luke Perry: a differenza dell’Academy, noi non ti abbiamo affatto dimenticato | Rolling Stone Italia
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Caro Luke Perry: a differenza dell’Academy, noi non ti abbiamo affatto dimenticato

Se gli Oscar non l'hanno inserito nel segmento dedicato agli scomparsi illustri, l'omaggio glielo facciamo noi. Perché, a un anno e mezzo dalla morte, l'eredità di Dylan è ancora ingombrante

Caro Luke Perry: a differenza dell’Academy, noi non ti abbiamo affatto dimenticato

Foto: Ron Davis/Getty Images

Partiamo dalla fine. Lo scorso 10 febbraio, Luke Perry non è stato incluso nell’In Memoriam, il tributo con cui l’Academy, durante la notte degli Oscar, è solita omaggiare le star scomparse l’anno precedente. La scelta è stata (giustamente) vissuta dai fan – e non solo da loro – come un doppio sgarbo. Primo: Perry partecipava virtualmente con C’era una volta a… Hollywood, film che tra l’altro aveva fatto incetta di candidature. Secondo: cos’è, forse Dylan McKay non è degno di comparire tra i grandi? L’Academy si è giustificata qualche giorno più tardi senza entrare eccessivamente nei dettagli: «Riceviamo centinaia di richieste per includere i propri cari e i colleghi del settore in quel filmato. Un comitato esecutivo che rappresenta tutte le categorie considera l’elenco e opera le selezioni sulla base di un tempo disponibile molto limitato». Tradotto: eravate troppi e noi avevamo troppo poco tempo, stop.

Noi però, a un anno esatto dalla sua scomparsa, non abbiamo affatto dimenticato Luke, anzi. In un’intervista a Esquire, Brad Pitt, descrivendo l’emozione provata non appena intravisto Perry sul set, si fa in un certo senso portavoce delle nostre stesse (mai sopite) emozioni: «Ma quello è Luke Perry, cazzo! Ci sentivamo come bambini in un negozio di caramelle. Quando, da ragazzi, andavamo agli Studios, andava in onda Beverly Hills 90210, e lui per tutti noi rappresentava l’icona di figaggine assoluta. Avere avuto l’opportunità di recitare con lui mi ha causato una stranissima forma di eccitazione». Lo ammette uno la cui figaggine pare seguire l’andamento di una funzione esponenziale, il che la dice lunga sull’ingombrante eredità che ci ha lasciato il buon Luke.

Negli anni ’90, nessuno come lui è riuscito a ridefinire i contorni del bad boy, non più costretto a rimbalzare tra i due grandi classici opposti di virilità (leggi: James Dean) o angelica vulnerabilità (leggi: River Phoenix). Basta guardare il terzo episodio di Beverly Hills 90210 per rendersene conto: Dylan McKay fa il suo ingresso trionfale per difendere Scott Scanlon (Douglas Emerson) da due bulli, mentre Brandon Walsh (Jason Priestley) osserva la scena con la bocca spalancata dallo stupore. «I’m not in a good mood today. In fact, I’m feeling a little hostile»: Dylan pronuncia poche parole, scandendole con il tono misurato di uno che ne ha piene le palle di facili minacce e di celodurismo spicciolo. Non alza né la voce, né i pugni, eppure riesce a stordire chiunque nel silenzio del laboratorio d’informatica. È intimidatorio senza essere violento, tenero e insieme intrigante. Nei primi minuti che lo vedono protagonista, è in grado di trasmettere la qualità che qualsiasi teenager confuso desidererebbe possedere, ossia la piena comprensione di se stesso e del proprio posto nel mondo. Quando viene inquadrato poco dopo, intento a leggere accovacciato sui gradini della scuola, le sue Chuck Taylor, la giacca nera, i jeans e la camicia bianca aggiornano immediatamente l’iconografia stabilita più di trent’anni prima da James Dean in Gioventù bruciata.

My Favorite Dylan Moments pt.1

Gossip Girl, Dawson’s Creek e Riverdale non sarebbero mai potuti esistere senza quel ragazzaccio ferocemente sensibile e premuroso di Dylan McKay, che sotto la scorza da ribelle nascondeva la lunga lista di traumi e fragilità che ormai conosciamo a memoria. Moltissimi attori che popolano i cosiddetti teen drama o che stanno cercando di creare la loro personale nicchia hanno tentato di replicare la particolare miscela di carisma e tenerezza di Luke Perry. Oggi parliamo di gente come Noah Centineo, Timothée Chalamet o Cole Sprouse, il cui Jughead Jones non è che una pallida imitazione del freddo e disinvolto Dylan. Nonostante gli sforzi e le interpretazioni comunque lodevoli, la sensazione è che in fondo manchi sempre qualcosa. O meglio, che si tratti, appunto, di interpretazioni. Se Luke Perry gode ancora adesso di un fascino inscalfibile, lo dobbiamo alla sincerità e all’estrema realtà che ha donato al suo tenderhearted bad guy per eccellenza, tanto da trasformarlo in una specie di archetipo, in un riferimento che c’ha accompagnato nel corso delle varie cotte che hanno costellato la nostra carriera amorosa.

È davvero troppo poco per l’Academy? Parliamo allora del ruolo fondamentale che Luke Perry ha avuto nel decretare il successo imperituro dei R.E.M., delle camicie a quadri, della combo ‘Levi’s 501 e t-shirt bianca’. O, ancora, nel riportarci al nocciolo della grande e insoluta questione: nella vita la battaglia si gioca su un terreno che vede due schieramenti rivali, le bionde e le more. E il fatto che lui alla fine, dopo un decennio di estenuante ping pong, abbia scelto le prime, almeno per la sottoscritta depone decisamente a suo favore.