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‘Baby 2’: sapore di Parioli, un anno dopo

La seconda stagione ci ha fatto capire che ogni serie tv che si ponga l’obiettivo di rappresentare realisticamente il peggio di una generazione, non può e non deve essere oggetto di critica in materia di sceneggiatura o recitazione

Alice Pagani e Benedetta Porcaroli

Nella seconda stagione di Baby, che sarà disponibile domani su Netflix, prosegue il gioco dell’oca verso la dannazione delle due protagoniste Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani). Le due parioline tipo (la bionda-sensibile e la mora-problematica) sembrano davvero aver riservato un tavolo fisso all’inferno, con consumazione obbligatoria. Rispetto alla prima stagione, Baby 2 approfondisce le cause di questa perdizione, attribuendola definitivamente a una combutta tra il destino geopolitico, che ha collocato le ragazze proprio ai Parioli, e la loro autodeterminazione nel ribellarsi alle imposizioni sociali del sesso gratis — è una loro scelta, tengono a farci sapere gli autori, più o meno in ogni dialogo-disclaimer a loro disposizione.

Il collettivo dei GRAMS*, che firma anche questa seconda sceneggiatura, ha risposto con fierezza alla critica più dolente che veniva mossa alla prima, e cioè che non ci si baby-prostituisse abbastanza. Il meretricio, sebbene rappresentato con la consueta pruderie, è il tema principale di ciascuna delle tre puntate che abbiamo potuto vedere, prima di partecipare alla conferenza stampa di ieri. Gli incontri a pagamento sono più contagiosi che mai e praticarli è semplice come iniziare una chat (fino a ora, niente gruppi Whatsapp). La baby-prostituzione è descritta come una specie di gamification della ribellione giovanile: la parte più delicata è rispondere ai messaggi tramite app. L’atto in sé, pur applicandocisi in modo piuttosto continuativo, non sembra ancora presentare particolari conseguenze sul morale e sul fisico delle nostre antieroine (neppure in quelle più navigate, come il nuovo personaggio di Natalia, interpretato da Denise Capezza, la Marinella di Gomorra), se non un po’ di magone per la nuova legge sul tetto al contante e qualche pausa tecnica prima di ricongiungersi col fidanzato. Anzi, scopriamo che la baby-prostituzione garantisce vantaggi non solo pecuniari a chi la pratica, ma anche dei superpoteri sociali. Ad esempio, una sorta di abilità speciale alla Dungeons & Dragons, utile in molteplici evenienze (come quando, nella terza puntata, Chiara riesce a cenare al volo in un ristorante d’alto bordo che aveva fatto confusione con le prenotazioni): il dono della persuasione.

A questo punto, però, dobbiamo fermarci e introdurre una teoria essenziale a una corretta prosecuzione. Il fatto è che Baby è molto più di una Suburra senza Ostia in cui, al posto delle pistole, si ferisce e ci si ferisce con gli speroni etico-sociali di svariate paia di stivali alla cavallerizza. E Baby 2 è la serie che ci ha permesso di fissare una volta per tutte un enunciato cruciale per imparare a non preoccuparci e ad amare i teen drama scritti coi piedi. Lo chiameremo Il paradosso di Baby.

Il dialogo che apre la seconda stagione ci aiuterà a introdurre il concetto. Avviene tra le due protagoniste, nell’albergo in cui Ludo ha appena consumato un rapporto con un ottico. “Nessuno ti ha chiesto perché usavi il telefono di un morto?” — “Fa caldo Chià, so’ tutti rincoglioniti”, risponde l’altra, fissando un punto non rilevante della suite.

Viene da pensare che sceneggiatore e regista abbiano dovuto sacrificare le loro prerogative per amore della verosimiglianza di una scena che, in effetti, ha come ultimo dei suoi problemi l’implausibilità. Ma quella che sembra, a un tempo, l’autocertificazione di un buco di sceneggiatura e l’ammissione di colpa di due attrici post-strehleriane, in verità ci ha ispirato un’idea che, durante la prima stagione, non ci era mai venuta in mente. E se, per raccontare il mondo dei diciassettenni di oggi, la loro incomunicabilità con gli adulti, le influenze che il magma informativo e il pattume mediatico hanno su di loro, la loro apparente insensatezza, il loro disinteresse verso le norme comportamentali e la grammatica, non ci fosse niente di meglio di testi e interpreti, non diciamo pessimi, ma quantomeno non da Emmy?

Il paradosso di Baby, nella sua forma più sintetica, allora, suoni così: posto che si rispetti un minimo sindacale di qualità fotografica e scenografica, ogni serie televisiva o film per la tv che si ponga l’obiettivo di rappresentare realisticamente la superficialità o la stupidità giovanile non può e non deve essere oggetto di critica in materia di sceneggiatura o recitazione.

La magia di questo paradosso è rintracciabile anche in altre serie affini, ma non è mai stata così potente come in Baby. In altri teen drama, come Gossip Girl o Élite, per citarne due agli antipodi, c’era sempre o troppo glamour o troppo trash, cosicché gli istinti alti o bassi del pubblico venivano spinti verso l’idolatria o il guilty pleasure. E si badi che è stato possibile elaborare il paradosso solo nella seconda stagione della serie, dal momento che, se recitazione e scrittura sono rimaste invariate, sembrano rafforzate scenografia e fotografia (e, nel terzo episodio, anche la regia, affidata a Letizia Lamartire).

Una volta capito questo, ti spieghi anche la conferenza stampa. Organizzata da Netflix nello stesso hotel che fa da location al locale notturno in cui tutta la baby-prostituzione ha inizio, è stata in sé utilissima a perfezionare il paradosso. Non sembrava un incontro con la stampa, ma una festa in casa di uno dei personaggi di Baby, nel momento propizio in cui suoi genitori si fossero trovati a Cortina.

Arrivati a Palazzo Dama, sulla destra, una tavola imbandita con attori che mangiucchiano. Sulla sinistra, altri che fanno salotto, in forme di aggregazione spontanea che si rivelano, successivamente, panel di tavola rotonda. Cast contro stampa, belli contro, ahinoi, brutti. L’età media del cast — i ragazzi, come li chiama affettuosamente l’ufficio stampa Netflix — sarà 18 anni. Ovviamente i giornalisti non resistono e fanno domande difficili, pronti a prenderli in castagna. “La prostituzione secondo te è una questione di indole?”. I ragazzi rispondono alla buona, come interrogati a scuola, mostrando il lato real life del paradosso di Baby. Perché sono teen contemporanei e i teen contemporanei non si pongono questi problemi, almeno in Baby: si prostituiscono o bullizzano, bullizzano o si prostituiscono. Senza pause, se non per una sigaretta in piscina. Non sappiamo se Netflix lo ha fatto apposta. Forse, se l’avesse fatto apposta, non sarebbe mai venuto così bene. Ma, con le multinazionali di genio, non si può mai dire. In fondo, a bordo piscina, Giuseppe Maggio, Fiore nella serie, viene fotografato di nascosto e segretamente inviato alle figlie della stampa. Una situazione molto scialla, anche se c’è poco alcool.

Viva quest’epoca in cui tira più un trailer di Baby che un carro di Blu-ray d’autore. Gli autori di questa serie hanno davvero creato un sistema perfetto, in cui non solo non può esistere ontologicamente la cagnitudine, ma addirittura potresti essere accusato di superficialità o cagnitudine tu, nel metterla in luce. Potrebbero mettersi davanti a un plotone di esecuzione di critici militanti anni ‘70 e ne uscirebbero comunque vincitori, come dotati di un potentissimo specchio riflesso, antidoto a ogni analisi o rilievo.

No, produrre Baby non è stato, distopicamente, come aver dato a un gruppo di ragazzini un account Netflix che invece che trasmettere serie fatte da altri ne studiasse gli algoritmi mentali e ne girasse una fatta apposta per venire incontro alle loro facoltà socioculturali. Tutt’altro. Baby 2 è un capolavoro assoluto: l’affresco definitivo su come i giovani italiani non sappiano più parlare fra loro — e, in alcuni casi, parlare in generale — grazie a un cast che non deve necessariamente saper recitare e sceneggiatori che non devono necessariamente saper scrivere.

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