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Avevamo davvero bisogno di un documentario sul padre di Meghan Markle?

Arriva ‘Meghan Markle – La storia di un padre’, intervista-confessione al papà della (ex) duchessa di Sussex. Che ha un solo obiettivo: non passare per poveraccio agli occhi di nessuno (soprattutto della Royal Family)

Thomas Markle in un frame del documentario ‘Meghan Markle – La storia di un padre’

Foto: Alaska

È una domanda più che legittima, e immagino se la ponga chiunque decida di vedere e arrivi al termine – be’, fortunatamente non ci vuole poi così tanto: un’oretta scarsa – di Meghan Markle – La storia di un padre, nuovo “esclusivo” documentario disponibile in streaming dal 21 luglio sulla piattaforma TvSerial.it. D’altro canto, però, è anche vero che è estate, che stiamo sguazzando nella stagione del gossip per antonomasia, che sotto l’ombrellone, quando nessuno ci guarda, tiriamo fuori di nascosto dalla borsa una copia di Novella 2000 e la sfogliamo con sguardo colpevole, prontissimi a impugnare l’Adelphi per ristabilire un decoro culturale. Ma non divaghiamo.

Il documentario, si diceva. Stufo delle bugie raccontate sul proprio conto, Thomas Markle – 75 anni, un passato da lighting director a Hollywood, oggi residente in Messico –, decide di rivelare la sua versione dei fatti a David Modell, in una videointervista andata in onda su Channel 5 a fine gennaio con un titolo leggermente differente (Thomas Markle: My Story). «Voglio che tutti sappiano che le cose orribili dette su di me non sono vere», implora, ma (spoiler!) capire dove sta la verità, se dalla parte di Thomas o da quella della (ex) duchessa di Sussex, è quanto mai difficile. Sul fatto che Meghan sia una tipa piuttosto determinata, conscia di ciò che vuole e di come ottenerlo, non ci sono dubbi: lasciando per un attimo da parte le antipatie personali, è innegabile che la scalata sociale da lei compiuta non sia priva di una buona dose di arrivismo, e che – una volta arrivata in cima – abbia preferito disfarsi di alcuni elementi della sua vita precedente ritenuti imbarazzanti e distonici con l’ingresso nella Royal Family. Uno di questi, duole ammetterlo, è il babbo Thomas: «La stampa non perdeva occasione di dipingermi come uno stupido grassone», confessa. E la cosa triste è che, ahinoi, l’impressione che si ha di lui non si discosta troppo dalla descrizione non lusinghiera dei tabloid britannici.



Anzi, io forse lo dipingerei meno crudelmente come un uomo che sembra parecchio suonato. Non si ricorda bene l’età dei fratelli («Erano entrambi più grandi, Mike ha cinque anni in più di me, Fred penso ne abbia due in più»: ma come «penso»?); conserva in macchina vecchie lettere che non apre perché teme contengano antrace (!); ritiene che i Reali non gli abbiano dato delle doverose – sebbene abbastanza intuibili – istruzioni comportamentali («Nessuno si occupò di me. Non che ne avessi bisogno, ma avrei potuto averne bisogno»: col senno di poi, un corso veloce di discrezione sarebbe stato auspicabile); paragona la sua condizione a quella di Lady Diana («Harry, sapendo quel che aveva passato sua madre, avrebbe dovuto preoccuparsi per ciò che mi stava succedendo. […] Mi ritengo offeso dal suo comportamento»: a tratti dimostra pure una preoccupante sovrastima di sé). Gli scottanti retroscena che il documentario promette di rivelare sono in realtà tiepidini: si parla dello scandalo delle foto, quando orchestrò un servizio ad hoc e lo vendette a un’agenzia per 100mila sterline (un grande malinteso dove è lui la vittima, dice), e dello scandalo della lettera scritta da Meghan, ceduta in pasto alla stampa per difendersi dalle calunnie che i giornali amavano pubblicare in quel periodo.

Il signor Markle si leva i vari sassolini che ha nelle scarpe per un motivo infantile, sebbene molto umano: così come la sorellastra Samantha, per la quale Meghan è una «squallida arrampicatrice sociale», anche lui, a partire dal fidanzamento con il principe Harry, è stato ignorato dalla figlia. Non è mia intenzione giustificarlo, ma già all’inizio si chiariva che Thomas è tutto tranne che un fulmine di guerra, quindi prendersela con lui è come sparare sulla croce rossa. Probabilmente sognava un futuro di onori e gloria, e l’ha visto pian piano dissolversi, distrutto da un atteggiamento di sufficienza da parte dell’adorata progenie: «Si comporta con la sua famiglia come si comporta con i fan», sottintendendo che mica basta un abbraccio o un buffetto a farlo felice. Se sei arrivata lì dove stai, sembra dire, lo devi pure a me, quindi essermi riconoscente è il minimo sindacale. Per la solita legge secondo cui la mela non cade lontano dall’albero, l’arrivismo di Meghan è frutto dell’arrivismo di Thomas, il che emerge palesemente durante il racconto della telefonata che per la prima volta introduceva Harry: «Mi chiamò al telefono e mi disse che aveva un nuovo ragazzo. Replicai che era fantastico. Lei disse: “È inglese”. Io risposi: “Ok”. Lei aggiunse: “È un principe”. Risposi: “Va bene”. Poi mi disse: “È il principe Harry”. Esclamai: “Oh! Ok!”. Per me poteva uscire con una star di Hollywood e sarebbe stato altrettanto importante, perché in entrambi i casi si trattava di pezzi grossi».

Il dietro le quinte dell’intervista a Thomas Markle. Foto: Alaska

Avevamo quindi davvero bisogno di un documentario sul padre di Meghan Markle? Quasi certamente no, ma lo ribadisco: è luglio, veniamo da mesi difficili, necessitiamo di argomenti che abbiano la profondità di una pozzanghera da sfoderare sotto il sole di Riccione. Uno a caso: sappiamo di padri confronto ai quali Thomas Markle è una mammoletta. Vado con i primi esempi che mi vengono in mente: Jamie Spears, babbo di Britney, che da dodici anni controlla i beni e le finanze della popstar grazie alla conservatorship, una sorta di tutela legale che il movimento #FreeBritney vorrebbe far cadere. Kit Culkin, papà di Macaulay: violento, abusivo, che nel 1994 sperpera tutto il patrimonio guadagnato dal figlio e lo strumentalizza manco fosse un oggetto per aggiudicarsene la custodia nella battaglia legale per l’affidamento. Risultato: vincerà la madre di Macaulay, che però non riesce a superare la situazione, decide di ritirarsi dalle scene e comincia quella che sarà una lunga ed estenuante lotta contro le dipendenze. Ultimo ma non meno importante, Mitch Winehouse, che il documentario del 2015 Amy di Asif Kapadia ci ha confermato essere il tipico genitore che nel successo della figlia realizza le proprie ambizioni frustrate, un opportunista privo di talento che le ha letteralmente succhiato le energie vitali fino alla sua tragica scomparsa, avvenuta il 23 luglio 2011.

Se Meghan Markle è decisamente più scaltra e sicura di sé rispetto a Britney, Macaulay e Amy, Thomas dal canto suo è privo della malsana furbizia, del doppiogiochismo e della capacità calcolatrice dei padri citati. Vedendolo lì, nella sua casa messicana in riva al mare, massiccio e affaticato, si prova una punta d’imbarazzo mista a tenerezza: «La stampa e i giornalisti dovevano farci apparire come non degni di mischiarci con quella famiglia, descrivendoci come dei poveracci». Eccola lì, l’onta che tanto il babbo quanto la figlia (e non soltanto loro, aggiungo io) considerano la peggiore possibile: passare per dei poveracci. E poco conta se, al cospetto della Royal Family, il 90% della popolazione mondiale rischierebbe di essere tale: poco istruiti, maleducati, pacchiani, cafoni… Quello andrebbe pure bene, ma poveracci – oh, no! – poveracci mai e poi mai.

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