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Anche a 70 anni Nino Frassica è il miglior umorista italiano

Esce ‘Vipp’, nuovo breviario del comico più nonsense d’Italia. Che, caso più unico che raro, non invecchia. Anzi: racconta la nostra (ir)realtà trash meglio di chiunque altro

Foto: Francesco Prandoni/Getty Images

Brutto mestiere, il comico. Se sei un over 50, tipo, conviene farti da parte prima che sia tardi. Si chiama invecchiamento precoce, e chi fa ridere di lavoro ne è vittima più di tutti: cambiano il contesto, le mode, il sentire comune; e quello che dicevi – di oltraggioso, di pungente, insomma di ironico e sarcastico e divertente – improvvisamente perde gli artigli, va aggiornato nei toni e nel linguaggio, e non è mica scontato che ci si riesca. Il mondo va veloce. Se invece hai costruito una carriera su una frase da battaglia, una «Non sono stato io» à la Bart Simpson, be’, hai la data di scadenza tatuata sulla nuca dal principio e lo sai dall’inizio. Di più: se sei ancora giovane e verosimilmente di buon livello, di solito appartieni alla stand up comedy, un genere di cui – in Italia – il futuro è tutto da scrivere, c’è da sperare bene; ma restare al passo non sarà comunque facile.

E poi c’è Nino Frassica, che lo scorso dicembre ha compiuto settant’anni e ancora, semplicemente, fa ridere. È un’eccezione, s’intende. Perché il suo ultimo libro Vipp, da poco pubblicato da Einaudi, è la prova di un umorismo che ok, sarà pure slegato dalla satira più corrosiva, anzi è auto-riferito, ma comunque non è mai invecchiato dagli esordi presso il grande pubblico, nei programmi culto di Renzo Arbore negli Ottanta, fino a oggi. E dire che è un campo minato: la prima serata, Don Matteo, Che tempo che fa; siamo nel contesto più democristiano e ingessato possibile. Invece quella che ormai è un’ironia solo sua, costruita flirtando col surreale-grottesco applicato al concreto dei personaggi dello show-business, coi giochi di parole, le assonanze impossibili e il nonsense di certe considerazioni lapidarie, è più attuale che mai, potrebbe persino sbancare i social (e non è escluso lo faccia). Tanto più che, quando viene fuori un fenomeno spiazzante e ritroso al passato come Valerio Lundini, se proprio gli si deve trovare un riferimento che non siano i meme e il “cringe”, non si può che chiamare in causa proprio il teatrino dell’assurdo di Frassica. Che intanto, per promuovere questo volume, lancia il solito «firmacopie» di rito, sì, ma di libri a caso che trova nei negozi, mica del suo. Che dire: se non sta sul pezzo uno così.

Appunto: la sfumatura lessicale, il capovolgimento linguistico, la gag sottile-sottile che si nasconde dietro il significato di un verbo. Vipp è un breviario della comicità del nostro, di quello che fa da sempre. La struttura è quella della raccolta di piccoli articoli “di costume” e fiabe-biografia che hanno per protagonisti arcitaliani da salotto tv, sui quali l’autore ha visione privilegiata, da insider, perché alcuni li ha conosciuti negli studi e altri «in qualche bagno pubblico», attraverso «i giornali» oppure «il buco della serratura». L’intento di queste favole – lunghe al massimo tre pagine, simili alle letture televisive di Novella Bella, classico della casa – è indagarne con taglio giornalistico (leggi: da paparazzo inquisitore) la «veritàne», la biografia, gli aspetti grotteschi di gossip. Ma non facciamoci illusioni: «Ogni similitudine, riferimento o identificazione con fatti, persone, nomi o luoghi reali è volutamente casuale», si legge nel disclaimer d’apertura. Siamo dalle parti di una parodia di Dagospia.

Per cui, se ce si sente confusi davanti a cotante intenzione contraddittorie, è normale: un senso, qui, non c’è. E neanche la satira, in realtà, nel senso che i vip sono prestati in tutto e per tutto al gioco surreale di Frassica, diventano un mero nome, un gancio con un realtà di costume che in queste pagine si deforma, viene svuotata dei suoi significati originali. A volo d’uccello: Terence Hill che «nasce per la prima volta il 29 marzo 1939»; l’amico «pluriventennale» Flavio Insinna – un po’ scaramantico, pare – che «non volle compiere diciassette anni, dai sedici anni passò direttamente ai diciotto»; una lista dettagliatissima delle «sei litigate» fra Marco Travaglio e Tina Cipollari, che se non ci credete è colpa vostra, «giornali di gossip come L’Espresso e Panorama dicono che stanno insieme»; varie ed eventuali fra Magalli, Totti e Ilary Blasi, Eleonora Duse (“vipp” ante litteram), abitudini e vizi che sono un enorme paradosso linguistico, feste di compleanno che finiscono in tragedia, dietro le quinte del dietro le quinte e la cara vecchia e malcelata ossessione per diventare FAMOSI. Spesso l’ironia è nel dettaglio, a volte sullo sfondo.

In ogni caso, dicevamo, è quella collaudata già da decenni di tv, fra associazioni spericolate di nomi e idee e puro cazzeggio, però è sulla carta che cresce e trova sfumature. A partire la sintassi, volutamente goffa e ingenua; per passare alle solite distorsioni dei luoghi comuni verbali («da che monte è monte», una situazione «frutta» di un’altra, il resto che sappiamo); e arrivando al lessico, con picchi di “tecnicismi” stranianti che lo accomunano a un altro grande e insospettabile scrittore comico del nostro Paese, e cioè il Rocco Tanica di quella perla dello Sbiancamento dell’anima (2019). Per dire: in Vipp le mani di Gianni Morandi non sono “enormi” (banale), ma grandi come «quadrupedi, quattro volte la larghezza normale» (made in Frassica).

E insomma: siamo davanti a un breviario dell’umorismo dell’autore. Ma anche e soprattutto a un libro che ha senso in questo 2021, e non è poco. Vuoi per il ritorno del trash, filtrato con quella post-ironia da meme che ci rende persino simpatico un già nemico pubblico come il Maurizio Costanzo Show (altro protagonista del volume, tra l’altro). Per cui, in questo senso, è come se ci trovassimo di fronte alla versione demoniaca di Mad in Italy (il Saggiatore), il saggio – serissimo, quello – di Gabriele Ferraresi uscito lo scorso giugno, a tracciare un’analisi sociologica del bestiario televisivo italiano dagli Ottanta a oggi: i protagonisti sono gli stessi, solo che qui il (vero) grottesco diventa (inverosimile) surreale, plastilina nelle mani del comico. Dall’altra parte, però, c’è pure un nonsense mai tanto sentito come ora, fra Lundini e affini. E forse si tratta del tipo di ironia in grado, più di tutte, di rimanere intatta nel tempo, è vero. Ma non prendiamola come un’attenuante: Frassica è un’eccezione storica; non è che l’Italia è improvvisamente pronta a lui e questo è il suo momento, è che lo è sempre stata. Vipp è testimone di un rarissimo caso di comicità senza senso. E senza tempo.

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