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A ‘The Band’ funziona solo Gianna Nannini

Il nuovo talent di Rai Uno sembra un gigantesco saggio scolastico primaverile dove l'importante è partecipare. Ma menomale che c'è Gianna

Carlo Conti con la giuria di The Band: Asia Argento, Carlo Verdone e Gianna Nannini. Foto: Assunta Servello per Rai

Sì, l’ho pensato. Per poco, ma l’ho fatto: quando ieri ho premuto il tasto 1 del telecomando, credevo che Rai 1 potesse farcela. Voglio dire, The Band era stato presentato come il “primo talent show di gruppi musicali”, nonché un “format originale”, 100% italiano, made by Palomar.

L’idea giusta c’era, Carlo Conti pure: che sarebbe potuto succedere? Invece, mi sono ritrovata davanti alla sagra del volemose bene: praticamente la negazione meta-televisiva dei talent show. C’è infatti una ragione se esistono i cosiddetti codici di genere (che è: se li ignori, il programma non funziona) e se quelli dei talent canori prevedono una lotta dura senza paura. La gara è infatti l’unica cosa che protegge le esibizioni musicali dall’effetto karaoke. E cosa rende la gara avvincente? La posta in gioco. Più è alta, più la sfida sarà intrigante: per capirci, il famoso “solo uno vincerà” che ha fatto la fortuna di centinaia di programmi tv.

Ebbene, cosa c’era in palio a The Band? Il nulla. Zero. Nessun contratto discografico, sponsorizzazione, premio in denaro o coppa in stile Telegatto-patacca da esibire con amici e parenti. A The Band infatti l’importante è partecipare e, dunque, hanno già vinto tutti. L’idea implicita è quella dei famosi 5 minuti di celebrità. Sembra quasi di sentirli, gli autori, mentre dicono ai concorrenti: «Care band, vi concediamo già l’onore di andare in onda sulla grande e potente Rai 1, cosa volete di più da noi?». Il che, per carità, potrebbe anche avere senso. Per le band. Ma mica per il pubblico a casa.

Perché mai noi, poveri telespettatori, dovremmo infatti sorbirci questo gigantesco saggio scolastico primaverile? Nessuno dei concorrenti è nostro parente. E poi, diciamocelo, questa cosa dell’importante è partecipare è buonista e anacronistica. Chiunque prenda parte a una gara, che siano le Olimpiadi o la pesca della lotteria, lo fa perché vuole vincere e, francamente, non c’è niente di male.

Il desiderio di prevalere non è per forza prevaricazione ma, anzi, porta con sé l’archetipo del sogno che si avvera. È questo mito che la tv coltiva, da sempre, con i talent show: il riscatto esistenziale, lo sconosciuto che diventa il Re del Mondo, i Måneskin che dalla strada passano al palco del Coachella urlando «Fuck Putin!». Gli spettatori vogliono questo: il sogno. La metamorfosi. Invece niente, Rai 1offre il realismo del “cosa volete di più dalla vita?”. Capite bene che è l’aborto di ogni speranza.

Come dicevamo, infatti, a regnare sovrano è il “che bello essere qua, ci vogliamo tutti tanto tanto bene”. Prendiamo per esempio il meccanismo stesso della gara (parolona): nella prima puntata di ieri, le band erano 16, dovevano diventare otto, quindi si sfidavano a colpi di due davanti a un coach diverso. Quest’ultimo decideva chi mandare via e chi tenere, per seguirlo personalmente. Ebbene, al termine delle esibizioni Carlo Conti chiedeva al coach di dire cosa gli fosse piaciuto di ciascuna band. Badate bene: solo cosa gli piaceva, non quello che non lo convinceva. «Così non sveliamo in anticipo la tua preferenza», spiega Conti. Qualcuno ha mai visto X Factor? O una puntata a caso di Amici? Lì i giudici dicono di tutto e di più e mica sono spoiler. Non solo. A The Band il gruppo eliminato deve restare, sorridere e accogliere “gli applausi che non sono di consolazione”, come spiega, again, Carlo Conti. Non so voi, ma io, alla terza eliminatoria, avevo già la carie ai denti.

Non ultimo, non c’era coach che non esordisse con: «Questa è una scelta molto difficile». Ma va?! E secondo te perché a valutare i concorrenti di un talent show ci vai tu e non il mio commercialista? È ovvio che la scelta sia difficile, anzi, deve esserlo, altrimenti vuol dire che uno dei concorrenti è un cane a cantare. Ovvio che se poi scarti una band perché «il suo nome è in inglese e io so dire solo hamburger» (Enrico Nigiotti dixit) o perché «siete già bravi, non saprei che lavoro fare con voi» (Irene Grandi parlando della band Dan e i Suoi Fratelli), allora forse il problema è un altro.

 

 
 
 
 
 
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Per fortuna, in tutto questo, c’era Gianna Nannini. Strabiliante. Dopo averla vista mi chiedo se sarà più lesta Maria De Filippi, a volerla con sé ora e per sempre in tutte le edizioni di Amici o i produttori di X factor che, in lei, troverebbero il nuovo Morgan. Giannameravigliosa-creatura è infatti preparatissima, schietta e soprattutto giusta. Cazzia a spron battuto ogni musicista che suona per conto suo («Siete una band, dovete andare insieme, non potete suonarvi addosso») e ne ha pure per i giudici. Quando per esempio Giusy Ferreri sceglie la girl band Cherry Bombs perché «non resisto al fascino femminile», la Nannini giustamente si inalbera: «Non ne farei una questione di genere ma di saper suonare», per poi spiegare che la band scelta suonava in modo disunito. E ancora: Federico Zampaglione sceglie la JF Band, capitanata da una frontwoman che canta Adele. «Adele ce l’abbiamo già: o lei tira fuori l’utero o, per me, anche la JF Band può andare a casa». A proposito delle girl band: se l’ultima edizione di X Factor ha acceso i riflettori sul mondo fluido e arcobaleno della musica, The Band sembra voler spezzare una lancia a favore delle donne. Peccato però che le tratti come dei panda.

Una band composta da soli membri femminili non deve intrigare perché non si è mai vista una cosa così («Pensate, la batterista fa anche la psicologa!», precisa a un certo punto Conti), ma, come ha detto Gianna-meravigliosa-creatura (ormai per me lei si chiama così), devono sfondare perché hanno qualcosa da dire e una buona voce. Tutto il resto è noia.

Ma dicevamo: la Nannini si prende tutta la scena e, alla fine, The Band diventa il suo one woman show. Guardi infatti il programma solo per sapere cosa dirà lei, chi rimprovererà stavolta. La Nannini giganteggia così tanto da rubare la scena persino ad Asia Argento, che a confronto sembra fresca di oratorio, e al simpatico Carlo Verdone, che fatica a emergere. L’unico che riesce a distoglierci l’attenzione da lei è il coach Rocco Tanica: quando è il suo turno per scegliere la propria band, infila una battuta dietro l’altra. Esilarante. Moderno. Sublime. Una battuta su tutte: «Voi potreste essere i miei figli, e forse lo siete anche: ho avuto un’infanzia abbastanza turbolenta». Ma dura un attimo, perché poi si torna a guardare il Nannini music band show.