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‘1994’, l’Italia parte per la tangente

L'ultima stagione della serie racconta il Big Bang definitivo della politica e della televisione italiana che, dopo l'arrivo di Berlusconi (interpretato da uno straordinario Paolo Pierobon), sono diventate ufficialmente la stessa cosa

Stefano Accorsi e Paolo Pierobon, rispettivamente nei ruoli di Leonardo Notte e Silvio Berlusconi, in una scena di '1994'

Foto: Antonello Montesi, Sky Wildside

Martedì abbiamo potuto vedere in anteprima la terza e ultima stagione della trilogia Sky e Wildside dedicata alla cosmogonia della Seconda Repubblica italiana. 1994 è un salto di qualità decisivo per la produzione nata, come ricorderanno bene perfino le fasce di pubblico con la peggiore soglia dell’attenzione, da un’idea di Stefano Accorsi. (Non stupisce — lo ha ricordato alla stampa il VP di Sky Nicola Maccanico — che la Generazione Z stia seguendo con grande interesse una serie su Tangentopoli e dintorni, il tutto mentre non fa i compiti, uccide gente su Fortnite, posta meme sul processo ideativo di Stefano Accorsi, esplora le possibilità espressive dei deepfake. È che conosciamo la fame che gli adolescenti hanno per spunti freschi su errori di gioventù sempre nuovi).

Questa volta le otto puntate dirette da Giuseppe Gagliardi e Claudio Noce sono tutte monografiche. Alcune sono dedicate a un personaggio (l’ascesa al seggio parlamentare della ex soubrette Veronica Castello, tra un rigurgito di femminismo e la presa di coscienza del posto in cui si è cacciata), altre ancora a un luogo (la Costa Smeralda) o a un evento (il summit ONU dedicato alle mafie, a Napoli). Ciascuna puntata ha il suo registro e la sua struttura narrativa, il suo particolare dosaggio di finzione scenica e cacchi veri per l’Italia.

Il primo episodio è una strepitosa Inception meta-meta-mediatica, qualcosa che avrebbe potuto scrivere Christopher Nolan se solo, da piccolo, avesse ricevuto Canale 5 e, soprattutto, avesse avuto la stessa idea di Stefano Accorsi. È interamente dedicato al braccio di ferro tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto che Enrico Mentana condusse il 23 marzo 1994. Fu il momento culminante di una campagna elettorale che avrebbe cambiato per sempre i codici linguistici e il dress code della nostra classe dirigente. Il Big Bang di una nuova era della politica e della televisione italiana. Le quali, a partire dalla lunga differita di quel mercoledì notte, sono diventate ufficialmente la stessa cosa. Il merito di 1994 sta tutto nel far dialogare tra loro tutti gli elementi in gioco in quella storica trasmissione: dettagli e complessità, backstage e ribalta.

Stefano Accorsi. Foto: Antonello Montesi, Sky Wildside

Proprio per questo, per quanto Pierobon-Silvio e De Francesco-Achille facciano un lavoro eccezionale, per la categoria del migliore attore protagonista dell’episodio non possiamo che nominare il celeberrimo completo marrone di Occhetto. Ovvero il suo demiurgo, Gianni Casalnuovo, che aveva un compito difficilissimo, praticamente impossibile. Eppure è riuscito a rendersi immortale tra i costumisti, in un tour de force in cui riesce a definire un anno e un’epoca con un solo abito. Anzi, con un solo punto di marrone che non ha nulla da invidiare, in difficoltà di ricerca e di esecuzione, all’oro del mantello a forma di fenice indossato da Liz Taylor in Cleopatra; e non è meno eloquente, nelle sue infinite sfaccettature di sconfitta e anacronismo, dignità e masochismo, degli ottantacinque cambi d’abito di Madonna in Evita. Irriproducibile ma magicamente riprodotto, quel completo ci ricorda quanto si può essere marroni eppure decorosi, mentre il mondo va tutto da un’altra parte. Non bastò ad arginare l’avvento del doppiopetto e del berlusconismo, ma neanche per sbaglio; eppure era lì, eroico come un invitato a una cena di gala che continua a fare salotto sebbene drammaticamente underdressed. Noi spettatori, di allora e di adesso, siamo tutti umarells davanti ai lavori in corso del berlusconismo, che cominciava a cantierizzare il Paese per rifarlo a sua immagine e somiglianza. Questa prima puntata di 1994 è un pezzo di bravura che potrebbe restare alla storia, mutatis mutandis, per motivi non dissimili da quelli per cui è memorabile la prima assoluta di Black Mirror. Gli elementi che contano ci sono tutti, a partire dal pubblico da casa che assiste all’umiliazione di un leader politico per opera di uno straordinario esemplare di suino.

La quinta puntata — probabilmente la migliore dell’intero ciclo — è una raffinata composizione ad anello ambientata in Costa Smeralda. Villa Certosa si tramuta in una sorta di Approdo del Premier, dove tutte le linee narrative delle stagioni precedenti si incontrano, si scontrano o si ammucchiano nella caletta privata. C’è un gioco di stratagemmi boccacceschi, nel cui script i Vanzina incontrano Billy Wilder. Il tutto è impreziosito da lenti anamorfiche vintage anni ’70. La missione dei nostri eroi — Silvio e il suo braccio destro, Leonardo Notte (Accorsi) — è non far saltare il patto di governo che unisce Lega Lombarda e maggioranza forzista.

Dalla spiaggia libera in cui si è concesso un ultimo bagno di folla — in modalità Papeete ante litteram, in canotta, con gli avambracci vicini all’ustione — Umberto Bossi si presenta nella villa. Lo accompagna Pietro Bosco (il grande Guido Caprino, che scopriamo, tra le chiacchiere del Cinema Moderno, compagno di scuola di Accorsi, con cui è affiatatissimo). È un leghista tracotante fuori ma sensibile dentro, che ha delle ottime intenzioni di mandare tutto a meretrici. Ma chi di cortigiana ferisce, di cortigiana perisce.

I leghisti hanno un bell’usare, a tavola, tutte le keyword vietate dalle regole editoriali berlusconiane: antitrust, conflitto di interesse, voto anticipato. I nostri eroi, Silvio e Leo, che ora più che mai potrebbero essere la stessa persona sdoppiata, alla Chuck Palahniuk, grazie al proverbiale relativismo etico-politico che li contraddistingue — e che è stato sia il perno narrativo delle prime due stagioni, sia la rovina dell’Italia — riescono a dimostrare una volta per tutte che quello che non può la ragion di Stato può, diciamo, l’astuzia.

Miriam Leone. Foto: Antonello Montesi, Sky Wildside

Non facciamo in tempo a contare i camerieri che un elicottero trasporta dalla Versilia a Porto Rotondo Veronica Castello (Miriam Leone, una delle più belle e brave attrici italiane). Non è soltanto la donna di Leo: è anche una vecchia fiamma del ribaldo Pietro, al cui fascino egli si dimostra ancora sensibilissimo. La scrittura si fa intimista. Veronica e Pietro rimangono soli in acqua. Lei, punta da una medusa (metafora della sua ambizione politica?), gli chiede aiuto. Veronica approfitta del dolore fisico per distrarsi da quello che sta facendo davvero: distrarre il rampollo leghista mentre Berlusconi intrattiene il suo capo con una sessione di karaoke. (Si scoprirà, in seguito, che la scaletta include alcuni dei brani che Bossi aveva inciso, da ragazzo, dietro lo pseudonimo di “Donato”). Nel frattempo, Pietro, mosso a compassione, propone a Veronica il rimedio più antico del mondo. “Che, mi vuoi pisciare addosso?”, fa lei. E lui, di rimando, tecnico: “Piscio?”. La sexual tension è alle stelle. A questo punto, perfino il cadavere (non spoileriamo di chi) che galleggia nell’acqua verdissima, fin dall’inizio della puntata, deve cederle lo scettro di migliore metafora della nazione. Veronica, immolandosi sull’altare della stabilità di governo, non è più una donna “amata per quello che potrebbe essere”, come blatererà poi Leo, colpito da un caso di sensi di colpa, semmai è l’Italia, fottuta per quello che è. Ormai il governo è salvo. Trionfante, sullo sfondo, Umberto Smaila riceve lo stesso onore che era stato di Gigi Marzullo in 1993: comparire nel ruolo di sé stesso, immortalato mentre fa quello che più ama: un piano bar, sudando.

Se la quinta è la puntata migliore nel complesso, la scena madre è sul finire della sesta. Viene preparata così da un Pierobon-Silvio in stato di grazia, quando annuncia ai colleghi premier presenti a Napoli per il summit ONU, alla fine dei lavori: “Stasera ci vediamo tutti al concerto di Pavarotti e, mi raccomando, nessun dorma!”. È un rischio molto remoto perché, nel frattempo, succede di tutto.

Silvio, alla cena di gala, intrattiene così gli ospiti, tutti leader mondiali: “Veronica is not my Veronica, anche se vorrei fosse vero”. “Sono solo UNA Veronica”, precisa Veronica. “Ho fatto molti piani su questa ragazza, tra i quali purtroppo non c’è il matrimonio”, chiosa il Presidente del Consiglio. Quando Pierobon è in palla non ce n’è per nessuno. Non è difficile credere ai racconti della crew, quando sostiene che l’attore non uscisse mai dal personaggio e che, alla fine del dibattito con Occhetto, a camere spente, non c’era solo Paolo che ringraziava il cast, ma anche un po’ Silvio che ringraziava il suo staff.

Più avanti, nel bel mezzo del summit, Leo ha un problema di orecchini rubati. Un camorrista, che Notte aveva conosciuto a San Vittore, lo chiama per annunciarne il ritrovamento e chiedergli un riscatto, proprio mentre Silvio annuncia un minuto di silenzio per le vittime delle mafie. Infine, come ciliegina sulla torta, arriva la notizia dell’invito a comparire della procura di Milano, quando Silvio è già installato, solitario, nel palco reale del San Carlo. Prima di scomparire, lasciando l’unica poltronissima vuota, sembra intonare in un playback mentale i versi pucciniani che ascoltiamo: Il mio mistero è chiuso in me.

Paolo Pierobon. Foto: Antonello Montesi, Sky Wildside

Il Berlusconi rappresentato da Paolo Pierobon potrebbe essere il più realistico di sempre, dunque il più tragico, il più farsesco e il più misterioso al tempo stesso. Le sue contraddizioni, le sue paturnie, le sue vittorie, le sue sconfitte, restano arcani, minori e maggiori, di un mazzo di tarocchi con troppe carte, e troppe mancanti, per essere anche lontanamente decifrabile. Questo Silvio non somiglia alle sue altre incarnazioni morettiane e sorrentiniane, che finivano spesso per rivendicare il diritto di satira o eccedevano nel virtuosismo attoriale. Questo Silvio è il mistero del potere allo stato puro. Arthur C. Clarke scriveva che qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Silvio, all’inizio degli anni ’90, ci ha dimostrato lo stesso per la politica.

Il più grande merito di 1994 è quello di non prendere mai, nemmeno per un fotogramma, una posizione politica o ideologica, perché farlo sarebbe come scegliere tra realtà e finzione in un Paese che ha deciso da tempo di vivere pericolosamente in bilico tra questi due fondamentali ingredienti di ogni spettacolo e di ogni atto politico, come se non fossero semplicemente due facce della stessa medaglia ma, come Yin e Yang, compresenti sullo stesso simbolo, inscindibili l’uno dall’altro.

La produzione si è avvalsa di due studi legali, uno per Sky e uno per Wildside, che ne seguivano tutti i rischi. Ma la verità è che lo stesso disclaimer — le vicende rappresentate sono liberamente ispirate a fatti reali ma sono frutto dell’immaginazione — andrebbe riscritto su tutti i giornali dell’epoca. La fortuna di 1994 è che la storia che racconta, a un certo punto, finisce. La sfortuna di noi italiani è che la nostra storia non solo non finisce, ma si ripete.

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