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Zero il folle? Mica tanto

Temi attuali trattati in modo superficiale, musiche poco coraggiose. Il nuovo album di Renato Zero somiglia agli ‘zerolavori’ pubblicati da almeno dieci anni a questa parte. Con un pizzico di retorica in più

Renato Zero

Zero il folle. Zero che non è un mestierante, ma «una persona che è voluta uscire dagli schemi, ha mandato affanculo la borghesia». Zero il personaggio che si è impossessato di Renato Fiacchini rendendolo un’icona. Zero che, quando si riferisce a sé stesso, pensa a Lindsay Kemp, Paolo Poli, Gesù, Pier Paolo Pasolini, Van Gogh, Mozart, Beethoven, Lady Gaga e i Queen. «Un po’ ci si nasce stravaganti e desiderosi di espandere genio e sregolatezza», dice. Genio e sregolatezza che nel disco Zero il folle si faticano a trovare.

Se proprio vogliamo dirla tutta, è da un pezzo che Zero ci ha fatto dimenticare le sue stravaganze: l’ironia graffiante ha lasciato spazio a quella più sorniona, c’è meno coraggio, la trasgressione è più borghese (e democristiana?) e meno tagliente. Un’ennesima occasione mancata se pensiamo che Zero è tra i migliori interpreti sulla piazza. Nonostante l’evidente volontà di tirare fuori poesia e bellezza dal marcio, con un affresco ‘critico’ della società, l’album non convince. L’anima vagamente rock (merito di Phil Palmer e Alan Clark dei Dire Straits), ma senza guizzi di novità, allinea Zero il folle agli zerolavori sfornati da almeno dieci anni a questa parte. Dopo il disco Cattura le ribellioni di Zero si sono sempre più affievolite (quasi) fino a scomparire.

Ovviamente non è tutto da buttare, ci sono eccezioni: la dichiarazione d’amore Quanto ti amo («Quando si trova un amore, come si fa a non dire “Dio”?»); il divertente e ironico dialogo stile musical tra i peccatori terreni e fratelli angelici di Ufficio Reclami («Sono un peccatore eccellente, non mi aspetto grandi cose dal Piano Superiore»); Questi anni miei, intensa e consapevole riflessione sull’età. Il resto ha un sapore retorico. I temi sono attuali, ma trattati con superficialità. L’istrione parla di selfie, follower, di un mondo dove regna «una competizione insana nel voler in qualche modo assomigliare o superare addirittura Sara Ferragni». A chi gli fa notare che il nome della Ferragni è Chiara, risponde: «Ah, mo’ si chiama Chiara? Vedete che vuol dire non frequentare i social?».

Tra gli argomenti figurano anche l’ecologia e l’importanza di non rinunciare ai figli. Nel primo caso Zero simpatizza con le battaglie di Greta («Una bimbetta, che si permette di alzare il dito e per dire: non voglio morire intossicata, voglio un mondo sano dove crescere»), nel secondo sottolinea quanto sia importante il sesso a fini procreativi. Insomma, sono lontani i tempi di Baratto, Il cielo, Il carrozzone, Mi vendo, Triangolo, ma pure di I migliori anni della nostra vita e Spalle al muro, per intenderci.

Sebbene Renato Zero prometta che, per lui, non sarà mai possibile essere un conservatore, l’idea che ci si fa dopo aver ascoltato Zero il folle è un’altra. Sembra che oggi, per l’artista, la vera trasgressione sia la famiglia e il ritorno al citofono (come antidoto ai social). Zero non osa più, lancia denunce edulcorate. Viene da pensare che, forse, uno del suo calibro dovrebbe avere il coraggio di cambiare collaboratori. O almeno chiamare autori al passo coi tempi. Non per ricalcare il passato, ma per essere incisivo come un tempo, pur rispettando la sua anima odierna. Poi magari ha ragione lui, forse trasgredire significa essere tutto un attimo prima e il contrario di tutto l’istante successivo.

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