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YouTube è il paradiso degli artisti falliti

Ogni volta che lasciate che un video scorra in automatico, l'algoritmo che governa YouTube vi potrebbe portare in un posto strano, pieno di commenti stralunati e dischi di artisti giapponesi di fine anni '70

Un dettaglio della copertina di 'Plastic Love', un singolo giapponese talmente consigliato da YouTube da diventare un meme

“Non ho idea di come sono finita qui, ma sono felice che sia successo”. “Secondo la leggenda, chiunque abbia un qualche tipo di buon gusto prima o poi finirà qui, guidato dall’algoritmo di YouTube”. Con rispettivamente 4398 e 3004 like, i commenti più popolari in coda al video di Scenery, un oscuro album jazz del 1976 pubblicato dal pianista Ryo Fukui, rappresentano alla perfezione la sensazione di sorpresa che si prova attraversando lo strano percorso dei video raccomandati di YouTube. Un percorso che prima o poi, per qualche strano motivo, vi porterà in Giappone.

Funziona più o meno così: tutte le volte che lasciate che i vostri video su YouTube scorrano in automatico, l’algoritmo della piattaforma vi porterà automaticamente su un altro contenuto. I meccanismi specifici che regolano le scelte dell’algoritmo sono un segreto ben nascosto, ma conosciamo alcuni punti fondamentali: sfruttando le nostre abitudini sulla piattaforma – quali video guardiamo e per quanto tempo, cosa scriviamo nella barra di ricerca, i nostri like e dislike, le nostre iscrizioni – e tutti i dati personali a disposizione, YouTube seleziona un gruppo di video che dovrebbero corrispondere alle nostre preferenze.

Anche un algoritmo, però, ha i suoi gusti, soprattutto se il suo obiettivo è quello di farci restare il più a lungo possibile su un video, così da poterlo riempire di pubblicità – e accontentare chi quella pubblicità la paga, cioè i veri clienti di YouTube. Nel caso delle ultime elezioni americane, per esempio, l’80% dei video a tema consigliati da YouTube erano favorevoli a Trump. Nel caso della musica, l’algoritmo ha contribuito alla seconda giovinezza di Ryo Fukui e di un gruppo di musicisti giapponesi di fine anni ’70. Scenery, al momento in cui scrivo, conta più di 7 milioni di visualizzazioni. Green, un album di ambient minimale registrato nel 1986 dall’artista concettuale Hiroshi Yoshimura, quasi un milione e mezzo. Plastic Love, un singolo synth pop pubblicato nel 1984 da Mariya Takeuchi, era talmente consigliata da diventare un meme, e la cantante protagonista di un’infinità di parodie, opere su Tumblr e Deviantart. Through the Looking Glass di Midori Takada è passato dal semi-anonimato al secondo posto dei dischi più venduti su Discogs nel 2017, superato solo da Ok Computer dei Radiohead, e ha permesso alla percussionista di partire per il suo primo tour internazionale. “Quando questa nuova generazione ha ascoltato l’album”, ha detto Midori al New York Times, “ha sentito qualcosa di diverso. Oggi è facile suonare grazie all’elettronica, ma io ho fatto tutto con le mie mani. Persino i tecnici dello studio non capivano cosa volessi fare. Ero incompresa”.

Ma cos’hanno in comune tutti questi dischi, e perché l’algoritmo li privilegia con così tanta costanza? La prima ragione è tecnologica: video più lunghi di 10 minuti, e protetti da copyright “fumosi” come nel caso di album semi-sconosciuti caricati da normali utenti, sono perfetti per le pubblicità automatiche di YouTube. La seconda ragione, invece, è di natura culturale: il jazz e l’ambient giapponese sono vicini a tutta una serie di universi molto popolari in rete, come gli anime, la vaporwave, la videogame music, le varie community di beatmaker e così via.

Alcuni di questi album, poi, cambiano natura, si trasformano, hanno una vera e propria seconda vita. Watering a Flower, di Harumi Hosono, uno dei membri della Yellow Magic Orchestra, è un caso emblematico. La collezione contiene tre composizioni originariamente scritte come musica di sottofondo per i negozi Muji e pubblicate su cassetta nel 1984 – messe insieme ad un’illustrazione minimalista e presentate al pubblico come un vero e proprio album, perfettamente aderente all’estetica lo-fi che va tanto di moda. L’album, però, non esiste se non su YouTube, come se a produrlo fosse stata la sua community.

Forse, però, dietro al successo di questa musica c’è una ragione più profonda. YouTube e Spotify sono strumenti potenti, ci danno accesso a un’infinità di musica diversa accessibile da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, ma hanno trasformato l’ascolto in un’esperienza solitaria. È per questo che i canali che trasmettono 24 ore su 24 “beats to relax/study to” hanno tanto successo. È musica inoffensiva, infinitamente accessibile, sempre uguale a se stessa, perfetta assieme a quell’estetica da anime nostalgico che in qualche modo unisce una generazione nata in tanti luoghi diversi, ma cresciuta online. Tra i commenti sotto al video di Green, c’è chi scrive “Mi sento in un luogo sicuro”, “Questa musica mi fa soffrire di meno”.

Che sia un errore di un software, un trucco per inondarci di pubblicità automatica o il frutto di un movimento culturale nato in rete, una cosa è certa: esiste un posto su YouTube dove artisti incompresi, magari caduti in disgrazia, hanno trovato una seconda possibilità. Forse il successo, nascosti nella riproduzione automatica delle playlist che accompagnano chi studia, scrive, mette ordine. In fondo, non è così male.

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