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‘Wolfgang Amadeus Phoenix’ e la la #TenYearsChallange dell’indie pop

Il 25 maggio del 2009 una band francese con la sua bomba di colori pastello stravolgeva un genere che sembrava superficiale e frivolo, ma che avrebbe regalato canzoni impossibili da replicare

Può sembrare strano, ma l’indie pop esiste da molto prima di quanto ci si possa immaginare. Se si pensa che solo dal diciannovesimo secolo la figura del musicista divenne a tutti gli effetti una professione “indipendente” dai dettami della corte e che le esibizioni dal vivo divennero appannaggio di un pubblico popolare, allora si può dire che Franz Liszt facesse musica indie pop e che fu la più celebre icona della sua epoca. La “Lisztomania” indica infatti la scalmana collettiva che prendeva alle orde di persone che affollavano le sue esibizioni, in particolare quella di Berlino nel 1841 e tutte quelle a seguire, che pochi anni dopo portarono il poeta tedesco Heinrich Heine a coniare il termine, ben prima di qualunque Hyde Park o Shea Stadium.


Il legame tra la “Listzomania” e le faccende musicali che ci riguardano un po’ più da vicino c’era già stato grazie all’omonimo film del 1975 di Ken Russel, con Roger Daltrey dei The Who nei panni proprio di Liszt, un Ringo Starr in versione papa e una bella colonna sonora affidata agli Yes.


Invece dal 2009 parlare di “Listzomania” fa pensare al singolo dei Phoenix, quantomeno ai fan della band parigina, che esattamente dieci anni fa anticipava la pubblicazione del disco della loro svolta artistica, che poi si rivelò anche una pietra miliare, guarda caso, dell’indie pop.

Grazie a dio i nostri feed Facebook sono stati liberati dall’invasione di foto digitali spixelate e piene di pettinature discutibili della #TenYearsChallange, ma lo stupore del rendersi conto che sono già passati dieci anni dal duemilanove probabilmente ce lo porteremo appresso ancora per un bel po’. Eppure basterebbe limitarsi alla musica per accorgersi di quanti anni siano passati: a quei tempi l’indie sfornava ancora un capolavoro a settimana, pensate solo a Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective, Bitte Orca dei Dirty Projectors, l’esordio omonimo dei The XX, Veckatimest dei Grizzly Bear, Primary Colours dei The Horrors e tantissima altra roba che dominava le classifiche e gli ascolti del tempo, che non si calcolavano ancora, almeno principalmente, in termini di streaming.


Ecco, i Phoenix di allora non erano particolarmente influenti in un ambito musicale ancora parecchio influente (presto non sarebbe più stato così) e nonostante tre album alle spalle – di cui almeno due buoni – non erano riusciti a costruirsi un’identità sonora ed estetica riconoscibile. Poi, verso la fine di maggio 2009, arrivò Wolfgang Amadeus Phoenix – a proposito, bisogna anche ricordare che dieci anni fa a maggio la stagione in corso era la primavera e faceva tendenzialmente caldo – che diede il via a una piccola Phoenixmania, fatta di colori pastello e ritornelli glitterati, una forma espressiva – non soltanto quella dei Phoenix, ma in generale quella della cultura indie pop – che per molti al tempo sembrava superficiale e frivola, tutta chitarrine sceme, imbracciate da ragazzetti che sarebbero piaciuti a vostra madre, ma che in realtà si è rivelata una forma narrativa complessa per descrivere molta della malinconia e della solitudine del tempo oltreché la generica crisi di valori culturali o banalmente umani, già da allora, questo sì, in atto.

Sarebbe eccessivo elevare Wolfgang Amadeus Phoenix a trattato di sociologia degli Anni Zero, ma è importante specificare che i colori pastello in copertina disegnano delle bombe che precipitano dal cielo e che i ricordi di chi ha affidato a questo disco la colonna sonora della calda “Estate ’09”, come verosimilmente titolavano molti album fotografici al tempo molto in voga su Facebook – quando ancora non ci eravamo resi conto che anziché pubblicare tutte insieme in un unico album un sacco di foto di cui non frega un cazzo a nessuno, potevamo pubblicarne una al giorno, ogni giorno – hanno un sottofondo molto meno banale di quanto potesse sembrare.

Sentimentalismo mai futile, emotività nella sua accezione più intima e introversa e poi ovviamente anche un po’ di necessità di tenere su il morale. Far partire nello stereo le dieci tracce del quarto album dei Phoenix spalancava le porte su un mondo di riff dolci e amari, di synth malinconici e luccicanti, ancora più belli per il ruolo fondamentale ma non ancora così centrale per marcare il sound dell’album come fanno oggi, un mondo non privo di angosce e paure, ma in cui era anche possibile immaginare uno spazio per sentirsi a proprio agio.

E poi, a proposito di estate: provate ancora oggi ad ascoltare la doppia traccia Love like a sunset mentre siete in autostrada di ritorno dal mare, con quel crescendo di tappeti sonori e arpeggi acustici e elettrici che si intrecciano fino all’arrivo dei tom della batteria che all’improvviso portano esattamente a un bel niente e solo quando si è pronti a perdere le speranze si approda a una piccola isola felice, mistica, profetica e incontaminata.

Non sarà la spiegazione a tutto quello che hanno rappresentato gli Anni Zero e l’indie pop, ma resta una bella metafora dello stato emotivo di chi al tempo ha pensato che quella fosse la migliore colonna sonora di anni che non siamo ancora riusciti a capire se fossero una merda o l’ultimo barlume di speranza.

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