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Venticinque anni da ‘Definitely maybe’, quando gli Oasis facevano paura al mondo

Il 29 agosto del 1994 due fratelli della periferia di Manchester con la passione per i Beatles pubblicavano un disco, l'unico davvero indie della loro carriera, che li avrebbe trasformati in icone. Una corsa durata 15 anni, ma che sarebbe potuta non accadere mai

Definitely maybe, il disco d’esordio degli Oasis, compie oggi venticinque anni. Eh sì: usciva il 29 agosto 1994, ed è il caso di farsene una ragione una volta per tutte – magari con il picture disc celebrativo previsto per il 30, chissà. Prima di scriverne ho pensato a lungo a come e cosa raccontare; alla fine ho scelto questo: ripercorrere gli aneddoti che rendono unico il primo giro sulla giostra dei fratelli Gallagher, quando i due erano poco più che dei ragazzini dei quartieri popolari di Manchester drogati, irrequieti e spacconi. Tornare insomma al momento in cui gli Oasis facevano “paura al mondo”, come teppisti pronti a ribaltarlo alla stregua di una camera d’albergo, in pieno stile rock’n’roll. Lo stesso spirito che li accompagnerà fino alla fine, ma in quanto complice, della fine, arrivata a quindici anni praticamente esatti l’inizio della loro storia.

Ecco, partiamo da lì: nel 1994 – ed è questa la notizia – la fama non aveva ancora divorato Liam e Noel. Non erano, insomma, le divinità del 1996, e neanche le star gossippate delle stagioni successive. Erano, piuttosto, ventenni con la passione per i Beatles e gli stupefacenti, dediti agli eccessi e arroganti, simbolo di una cool britannia (cioè dell’orgoglio di “essere inglesi”, qualsiasi cosa voglia dire) coi gomiti alti. Supersonic era stato il singolo di lancio, in aprile: presentato in tv in playback, fu una lezione di casual style e personalità. Prima ancora c’era stata la sortita del demo di Columbia (dicembre 1993), mentre dopo – da giugno, diciamo – la conquista dei piani alti delle classifiche con Shakermaker e Live Forever.

Certo, ci sarebbe voluto il 1995 per legittimarli davvero sul trono del brit-pop – perlomeno a livello mediatico –, ma in questa ascesa sarebbe stato fondamentale il loro stile, oltre a un ego smisurato. L’ego di chi, per dire, sotto la Torre Eiffel si pavoneggiava come “il migliore” del rock: mica male, per una band di neonati. Questi erano gli Oasis comunque, e fu la spacconeria – unita a una vita appariscente e a pezzi con un impianto melodico imponente – a spingere Definitely maybe verso la mania collettiva da dieci milioni di copie.

Un successo commerciale clamoroso quanto inaspettato, vista la genesi à la “le dodici fatiche dei Gallagher”: più volte l’album sembrò sul punto di essere abortito, per problemi di budget, produzione e affini. A metà fra un best-of 1991-1994 (il primissimo periodo della band, per capirci) e una raccolta di inediti composti per l’occasione, il disco iniziò a essere lavorato già nel gennaio 1994, dopo che la band era stata scritturata dall’etichetta indipendente Creation Records di Alan McGee. Le prime sessioni si svolsero col produttore Dave Batchelor al Monnow Valley Studio di Monmouth, al costo di 800 sterline al giorno – non poco. La sua idea era di registrare separatamente gli strumenti, ma ciò a detta degli Oasis toglieva vigore ai pezzi, così a febbraio – quando le sessioni si rivelarono infruttuose – il gruppo mandò tutto all’aria e migrò in Cornovaglia, con Mark Coyle ad affiancare Noel alla seconda produzione. The Chief scatenò le sue idee represse optando principalmente per l’overdubbing, un effetto che gonfiava i brani sovrapponendo più “strati” di chitarre – una sorta di more is more. Se possibile, i risultati furono anche peggiori dei precedenti e – col budget al minimo e la pazienza sotto le scarpe – la situazione divenne disperata.

Definitely maybe s’ha da fare? Non si sa. Nel dubbio i demo passano a Owen Morris, ingegnere del suono e da lì produttore. Deve metterci una pezza, come può; a sorpresa (davvero) sarà l’uomo della provvidenza e compirà un miracolo: con lui a lavorare di sottrazione, i brani prenderanno la forma che conosciamo, imbeccando l’impatto e la dinamicità che avevano dal vivo e che sembrava impossibile riprodurre in studio. Finalmente, sospirano i Gallagher. Il resto lo faranno una campagna promozionale non convenzionale (pubblicizzato, per esempio, su riviste di calcio e di musica dance, intuendo la natura trasversale della proposta) e canzoni che diventeranno presto hit generazionali.

Il punto è che l’album, riascoltato oggi, rimane il solo nella carriera degli Oasis davvero alternative e vicino all’indie rock. Specchio della vita proletaria dei due, degli LP di Lennon comprati da Liam col sussidio di disoccupazione e delle esperienze di Noel come roadie, è un gioiello di periferia che non sogna una fine migliore, ma solo fiumi di champagne (supernova, aggiungeranno poi loro) in cui affogare – per ripicca verso chi, non è dato saperlo. E la sua matrice sporca, da cantina, incazzata, verrà fuori soprattutto nei live: bootleg registrati in locali ben più piccoli degli stadi del futuro, in cui la melodia purissima di una Live forever incontra un suono garage-rock, un Rkid con la voce da ragazzino e un The Chief non ancora venerato maestro.

Ma il tour – partito a Glastonbury il 26 giugno 1994 (di pomeriggio come novellini, ma con performance da star navigate) – fu soprattutto una gita scolastica che alimentò il mito dei Gallagher rissosi e in contrasto fra loro. Prima le botte a Newcastle, poi un concerto (divenuto leggenda) al Whisky A Go Go di Los Angeles. Succede che il gruppo scopre la metanfetamina e sale sul palco strafatto, reduce da due notti in bianco. Liam – visibilmente a pezzi – sbaglia l’impossibile, Noel sbotta. Gli Oasis sono a un passo dal diventare un fenomeno planetario, ma lui abbandona: “Non si può lavorare con mio fratello”, è l’accusa che rivolge a Rkid. Così prende un aereo per l’Inghilterra mentre il gruppo è virtualmente sciolto, poi però in volo conosce una donna che lo convince a rimanere nella band. Da lì, dal rientro di The Chief, il decollo. MTV passa i loro pezzi, il brit-pop diventa un movimento con occhi da tutto il mondo e il resto della storia degli Oasis è nota: stadi, litigi, milioni di copie vendute, litigi, eccessi e altri litigi.

Dicevo in apertura che la prospettiva più interessante da cui raccontare Definitely maybe sia citare gli aneddoti dell’epoca. Del resto, cos’altro dire sul disco in sé? Poco e niente, perché la sua legittimazione sta proprio nel fatto che tutti ne conoscano a memoria il suono, lo spirito, gli accordi. Non ha un pubblico di riferimento: è un mattone della cultura pop dei Novanta, per tutti, fra pezzi circolari come Live forever e spensieratezze di Slide away, fra il fuoco vivo di Cigarettes & Alcohol e il manifesto di Rock’n’roll star. E poi le chitarre di Noel (una sorta di religione, nell’economia del disco), le sgroppate vocali di Liam, i ritornelli urlati, le melodie aperte, i bridge lentissimi, lo stile del vestiario, le frasi cult (“I’m feeling supersonic, give me gin and Tonic“), i Beatles e gli Stone Roses. Insomma: c’era già il paradigma-Oasis che avrebbe fatto epoca, dentro.

Al massimo, se contiene qualcosa – oltre a un’ispirazione folgorata – che dopo sarebbe mancata sono proprio quelle radici proletarie, giocose e giovanili che rendono davvero “di debutto” l’album in questione. Per ritrovarle oggi, bisogna affidarsi a un pezzo minore di Definitely maybe, Digsy dinner: una cazzata talmente ingenua, con un pianoforte insensato nell’arrangiamento, da essere quasi un intermezzo. Non lo è, e non lo è solo perché siamo in un album d’esordio, là dove tutto è concesso: compreso un brano così, in cui Liam a un certo punto urla “LASAGNAAA“. Ecco, nel ritornello però Rkid dice anche una frase più emblematica: “These could be the best days of our lives” – questi potrebbero essere i migliori giorni della nostra vita. Questi, quelli dell’agosto del 1994: quando tutto stava per succedere, ma non era ancora successo niente. E gli Oasis facevano paura al mondo.

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