Home Opinioni Opinioni Musica

Vent’anni di Zen Circus, una band ‘indie’. Quindi incazzata

La band pisana è viva, coerente alle sue origini selvagge e oggi, 12 aprile, festeggia a Bologna i suoi 20 anni di carriera. Con un concerto, ovviamente

Foto di Ilaria Magliochetti Lombi

Sembra preistoria, eppure ci riferiamo a soli cinque, massimo sei anni fa: all’epoca, “indie” italiano era sinonimo di sfiga, impopolarità. Per dire, se frequentavi il liceo eri l’unico a sentire i “cantautori depressi”, e non avevi nessuno con cui condividere musica. Come passa il tempo: oggi “indie” è nel nostro vocabolario quotidiano, associato a un qualcosa di figo, strappa-like. Ci sono playlist cliccatissime su Spotify a tema “Indie Italia”, su Instagram prosperano pagine più o meno musicali che includono nel nome il termine “indie”, Le Coliche hanno annunciato un film intitolato, appunto, “Molto indie” e persino quei tuoi amici del liceo, che adesso hanno affrontato lo switch fra pop 1.0 e 2.0 (e cioè itpop), se ci parli ti dicono di ascoltare indie. Eppure, nonostante sembri tutto stravolto, qualcosa è rimasto intatto: gli Zen Circus.

Anche ora, che il nesso che legava la parola “indie” al concetto di indipendenza (in qualsiasi modo la si voglia intendere) è andato eclissandosi, la band pisana è viva e coerente alle sue origini selvagge. E anzi, è proprio in questo contesto rovesciato che diventano davvero importanti i dieci anni del loro album-manifesto Andate tutti affanculo, in festeggiamento stasera al Pala Dozza di Bologna, uniti ai venti di vita discografica raccontati nel best of Vivi si muore, uscito lo scorso febbraio: perché offrono l’opportunità di ragionare su un percorso che è un esempio di indipendenza schietta, anacronistica e orgogliosamente sfigata.

Lungo la storia degli Zen, tutto è accaduto in maniera naturale, perché andava fatto, perché era giusto farlo: bisognava sfogarsi, urlare, sudare. Suonare, per il gusto di un contatto simbiotico col pubblico e carnale con strumenti, furgone, locali e tutte le altre realtà che riportano a quel modo di concepire la vita da artisti. Nel gioco della musica italiana, insomma, Appino e soci sono quelli sporchi, brutti e cattivi. Repellenti persino, e socialmente inaccettabili. Ma indipendenti. Non è un gioco di etichette, alternativismo o generi, il loro, ma di approccio: è l’atteggiamento orgoglioso di farsi i cavoli propri a prescindere, senza ammiccamenti o facilonerie. Ed ecco: Andate tutti affanculo è tutt’ora il lampo più ispirato di questa filosofia primordiale, un lavoro indie per definizione, localizzato com’è nel’Italia dell’invettiva sociale e della provincia cronica.

È sacrosanto che la band ne festeggi l’anniversario con un concerto, e non con un documentario, un libro o una re-edit, per dire. Del resto, la dimensione live, quasi da busker, ne è sempre stata il principale canale di espressione, oltre che la palestra migliore per crearsi uno stile proprio, agognato e sudato. È stato suonando dal vivo, da quando si chiamavano ancora The Zen e giravano gli scantinati di provincia, che si è dispiegata la loro indipendenza, quel voler suonare a ogni costo, senza badare ad altro che alla musica. Ed è stato suonando dal vivo, soprattutto, che ha preso vita un lavoro chiave (per l’epoca, e per questo 2019 di itpop) come l’album di cui parliamo.

Per la sua importanza onnivora, per quel segnare un’epoca senza neanche guardarsi intorno, ascoltarsi oggi Andate tutti affanculo diventa un pretesto per ritrovare lo sziget dell’indie italiano di fine anni zero: di quali fossero le prerogative e i toni di sfiga che si portava dietro, zeppo com’è di provocazioni (L’egoista), dichiarazioni d’intenti (la title-track) e giochi scorretti (Canzone di Natale) che solo chi è stato messo all’angolo per una vita può permettersi. E forse sarà stato per questo – e per quel loro sembrare perennemente in un’eterna, fulminata gavetta – che rivedersi in Appino e soci sul palco, appartenersi, per chi è fan, è sempre sembrato così naturale, quasi necessario. Quella sincerità sboccata, tipica dell’invitato di troppo ai ricevimenti di gala. L’ubriaco molesto, che mette in imbarazzo i presenti urlando le proprie verità: coerenti alla sua filosofia, più che giuste. Gente di merda, sentenzieranno loro globalmente, nel pezzo che chiude il disco, con un cinismo da provincia che è poi è quello che ne segnerà tutta la poetica.

E certo, a voler tirare bilanci potremmo anche dire che l’album in questione ne abbia scandito in maniera fondamentale la carriera, fra gli esordi psichedelici e schizzati in inglese e la sua virata combat-folk italiana con inflessioni alt-rock più tradizionali e, perché no?, cantautorali. Sì, c’era tutto per segnare una svolta: i testi violenti e stronzi, la provincia e l’antidivismo di una poetica relativamente nuova, le melodie azzeccate, gli arrangiamenti sporchi-ma-non-troppo. Ma in realtà, quando parliamo del loro percorso, vista la naturalezza di fondo è meglio riferirsi a un flusso di coscienza continuo, con percussioni, urlacci e satira sociale conservarsi indenni dagli inizi fino all’ammorbidimento degli ultimi anni. Anzi, oltre: a L’amore è una dittatura, con cui si sono presentati a Sanremo per esporre un manifesto – orgoglioso e personale – che abiura i ritornelli, a spiegare cosa significhi essere indipendenti nel 2019, sul palco con Gazzelle come con Brunori. Così, perché gli va.

A ritroso, dieci anni dopo, Andate tutti affanculo resta quindi l’acuto combat folk, indipendente, e italianissimo, di una strada lastricata di coerenza, anche dove più incerta. E allora, niente:  vent’anni di gavetta e dieci di un disco che sarebbe bene tenere a mente ancora. Se non altro per capire, nel bene e nel male, cosa sia davvero – in Italia, nel 2019 – una band indie.

Leggi anche