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Un rapper immigrato in America: la storia di 21 Savage

Una complessa vicenda politica di permessi e immigrazione, che passa per il Super Bowl e i Grammy

21 Savage è stato arrestato per un visto scaduto da 11 anni. Foto: Ralph Aversen

21 Savage è stato arrestato per un visto scaduto da 11 anni. Foto: Ralph Aversen

Nel suo saggio La famiglia americana ai tempi dell’incarcerazione di massa, estratto dal libro Otto anni al potere, Ta-Nehisi Coates scrive: «I neri sono i principali fuorilegge dell’immaginazione americana. Dalla fondazione del Paese, in America il perseguimento al diritto di lavorare e di vivere liberi dalle frustrate e dalla vendita dei propri figli ai neri era vietato». Quella che denuncia Coates è la costruzione strutturale di quelle che vengono definite Distese Grigie, metafore delle prigioni popolate in maniera endemica da afroamericani. Come mostra un report del Pew Research Center pubblicato a gennaio dello 2018, se nel 2016 la popolazione nera era il 12% di quella americana adulta, la percentuale saliva al 33% se si teneva in considerazione la popolazione carceraria nera sul totale nazionale con tassi di incarcerazione cinque volte superiori ai bianchi e più del doppio degli ispanici. È anche a partire da questi dati che lo scorso gennaio Meek Mill e Jay Z hanno lanciato la Reforme Alliance, una fondazione che ha come obiettivo la riforma del sistema carcerario americano; un argomento evidentemente molto sentito, e per la cui ridiscussione Barack Obama, pochi mesi prima della fine del suo mandato, aveva incontrato una delegazione di rapper, tra cui J Cole, Chance The Rapper e Nicky Minaj.

Neanche due settimane dopo l’annuncio di Mill e Jigga, la domenica del 3 febbraio – durante la notte del Super Bowl21 Savage è stato arrestato dall’ICE, con l’accusa di essere un immigrato irregolare. L’ICE (cioè l’Immigration and Customs Enforcement) è una delle più giovani agenzie governative americane. Nata nel 2003 a seguito di una riorganizzazione del Dipartimento di Difesa, l’ICE dovrebbe occuparsi di tutto ciò che riguarda l’immigrazione e la difesa delle frontiere americana e nel tempo si è ritagliata man mano il suo spazio (e il suo budget, oggi a circa 6 miliardi) e con essa hanno cominciato ad acquisire potere i suoi agenti.

Sono stati loro ad arrestare She’yaa Bin Abraham-Joseph (vero nome di 21) in quella che pare esser stata una operazione multipla che puntava oltre che al suo arresto, a quello di suo cugino Young Nudy, altro rapper di Atlanta. Le accuse rivolte a 21 sono state da subito molto chiare: il rapper non sarebbe nato ad Atlanta – come invece risaputo da fan e media – ma in Inghilterra, ed è entrato negli USA con un visto temporaneo poi scaduto. Dopo una iniziale reticenza da parte degli avvocati, contestualmente alla pubblicazione di un certificato di nascita è stata fatta chiarezza con un comunicato: «Mr. Abraham-Joseph è nato nel Regno Unito. È arrivato legalmente negli Stati Uniti con un visto H-4 ed è stato presente in maniera continua negli USA per circa 20 anni, se si esclude qualche breve soggiorno all’estero». Il visto H-4 è quello che viene assegnato ai familiari (soprattutto minori) di chi entra negli USA per lavoro temporaneo. Possiamo dunque assumere che il padre di 21 sia arrivato ad Atlanta dall’Inghilterra per lavoro.
Ci sono varie cose che non tornano nella vicenda, a molte delle quali ha dato risposta Vulture in una esaustiva serie di risposte a domande molto frequenti in quei giorni frenetici. Ad esempio, dato che nel 2014 21 Savage è stato arrestato per possesso di droga – da cui ne derivò un mugshot divenuto iconico – com’è possibile che nessuno si fosse accorto di nulla? E inoltre, avendo tutte le carte in regola per farlo, perché 21 non ha mai fatto richiesta di visto?

La risposta alla seconda domanda è che 21 non si era mai accorto fino al 2017 che il suo visto fosse scaduto nel 2006. Da allora ha fatto richiesta per un rinnovo, che non è mai stata processata. Nel frattempo ha avuto tre figli, che essendo nati su suolo americano e da madre americana sono americani a tutti gli effetti. La vicenda legata al suo precedentemente arresto è invece un po’ più complessa oltre che nebulosa: dopo essersi dichiarato colpevole, a 21 è stata ripulita la fedina penale lo scorso anno. Se in teoria dunque, l’ICE non poteva arrestarlo sulla base di indagini avviate sui suoi precedenti; per questioni strettamente burocratiche e legali la faccenda è un po’ diversa, motivo per cui l’arresto parrebbe lecito, anche se esagerato. Resta da capire perché proprio quel giorno l’ICE abbia deciso di agire, e la timeline della risposta a questa ennesima domanda sembra essere quantomeno sospetta.

21 Savage è stato arrestato dopo essersi esibito al Super Bowl Music Fest, uno degli eventi a corollario dell’evento principe della stagione NFL, ma anche cinque giorni dopo esser stato ospite di Jimmy Fallon in diretta nazionale. Da Fallon, 21 aveva cantato A Lot, ultimo estratto dal suo nuovo album i am > i was, in cui compare anche un featuring di J Cole. A Lot è un bello spaccato di vita afroamericana, in gran parte la stessa a cui fa riferimento Coates per raccontare l’incarcerazione di massa, oltre ad essere un pezzo fortemente autobiografico. 21 parla della morte di suo fratello, delle sue esperienze di strada e in un verso dice «Abbiamo affrontato le stesse cose, ma non potrei immaginare i miei bambini bloccati al confine. Flint ha ancora bisogno di acqua, quel n**** era innocente, non ha potuto pagarsi un avvocato». Secondo Briana Younger del New Yorker, «la detenzione appare specialmente vendicativa, parte di una lunga storia di autorità che utilizzano i testi hip hop per accusare, profilare e molestare gli artisti». Sul The Atlantic invece Hannah Giorgis ha esteso le peculiarità della detenzione di 21 a quella che definisce “la falsa promessa della cittadinanza nera”: «l’assenza di risposte sulla detenzione del rapper è l’affermazione di quanto pericoloso il processo di immigrazione può essere e di quanto facilmente l’umanità nera può essere revocata». Le parole delle due giornaliste d’altronde, si basano su numeri recenti che possono essere difficilmente equivocati: da quando Donald Trump è diventato Presidente degli Stati Uniti, seppur con una diminuzione del numero di rimpatri, il numero di rimpatri per gli africani è aumentato, con uno spaventoso aumento del 140% nel numero di rimpatriati. Come riportato dal The Atlantic, nell’anno fiscale che si è chiuso a settembre 2018, il numero di deportazioni ordinate dall’ICE è salito a 287 mila, in maggioranza africana, in quella che assume tutti i tratti di una deportazione di massa. A tutto questo si vanno ad aggiungere le condizioni disastrose in cui riversano i centri di detenzione immigratori americani, dentro i quali è finito anche 21 Savage. Secondo quanto riportato da Rolling Stone USA, l’Irwin Country è infatti uno dei peggiori centri di detenzione d’America, con una infinita storia di abusi e una preoccupante mancanza di accesso alle cure mediche. Alla fine, dopo 9 giorni di detenzione, 21 Savage è stato rilasciato su cauzione, e attende di conoscere adesso il suo futuro e il processo che gli verrà riservato.

Solo pochi giorni dopo l’arresto di 21 Savage, e durante il suo discorso sullo “Stato dell’Unione”, Donald Trump ha ribadito l’incondizionato appoggio all’ICE, definendo i suoi agenti “eroi” e dicendosi molto orgoglioso di come servono il paese. Non è un mistero che la gran parte del merito della radicalizzazione dell’ICE sia proprio di Trump. Mentre gran parte dei Democratici e degli attivisti per i diritti sociali – Black Lives Matter in testa – chiedono l’abolizione della moderna ICE, le azioni del Presidente e la sua stessa figura hanno rappresentato tantissimo in questi due anni per la base dell’agenzia. In un lungo pezzo comparso l’anno scorso su The Atlantic scritto da Franklin Foer (fratello dello scrittore Safran Foer) si legge: «Attraverso i loro rappresentati, gli impiegati dell’ICE hanno sostenuto la candidatura di Trump nel settembre 2016, la prima volta che l’organizzazione abbia espresso supporto a un candidato (e anche una delle prime volte che succede per una agenzia federale in generale). Quando Trump ha vinto, quello che da lì a poco sarebbe stato nominato a capo dell’agenzia ha dichiarato che la vittoria di Donald gli avrebbe finalmente permesso di fare il suo lavoro. “Quando Trump ha vinto, alcuni ufficiali si sono colpiti il petto come se avessero appena vinto il Super Bowl”, mi ha detto un agente dell’ICE». Una triste ironia che riflette bene il legame tra ICE e Donald Trump, e lo spirito con cui l’ICE sta gestendo il suo mandato.

La foga con cui il Presidente inneggia alla protezione dei confini americani, che ha causato il più lungo shutdown della storia Presidenziale, vanno di pari passo con la dimostrazione che questo tipo di politica vale per tutti, non importa se ricchi o famosi, anzi. «Se l’arresto di 21 intendeva inviare un messaggio che nessuno è al riparo dalla tirannia di un sistema di immigrazione rotto, potrebbe allo stesso modo subire il contraccolpo facendo luce sulla tirrannia stessa, ha scritto Max Cea su GQ. Con un post molto condiviso sui social, Jay Z ha definito tutto il caso di 21 una “falsa”, annunciando di aver assunto un avvocato per lavorare al caso di Savage. Gli hanno fatto eco diverse organizzazioni di attivisti per i diritti umani, compreso Black Lives Matter, riuniti dall’hashtag #Free21Savage. D’altra parte però ci sono le valanghe di meme che hanno riempito i social in questi giorni, molti dei quali fuoriluogo e che hanno contribuito alla “macchiettizzazione” della faccenda, e dunque alla sua progressiva normalizzazione. Meme che sono costati a Demi Lovato la cancellazione da Twitter a seguito degli insulti per averli pubblicati, e a Chris Brown gli insulti di Offset. Infine, è arrivata la complessa notte dei Grammy, a cui 21 Savage era candidato in due diverse categorie: nessuno, nemmeno Post Malone che con lui ha collaborato in Rockstar, ha parlato della faccenda, nonostante il manager di 21 avesse esplicitamente chiesto di farlo. Una scollatura abbastanza esplicita tra chi ai Grammy c’era e chi ha disertato la premiazione, forse anche, se non soprattutto, per protestare silenziosamente sulle storture di un sistema che si fa sempre più inquietante e allo stesso tempo difficile da controllare.

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