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Tutte le volte che Cobain è stato violentato dal marketing

Dalle cover reggae alle t-shirt vendute a pochi euro da H&M, in questi anni i Nirvana sono stati usati da tutti e nei modi più vari e imbarazzanti. Con buona pace del mal di vivere di Kurt

Vi ricorda niente questa maglietta?

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Ammettiamolo: il leader dei Nirvana è stato una delle persone che più ha appassionato e ammorbato il genere umano. Ogni anno, nell’anniversario della sua scomparsa, tutti tornano a parlarne. Spesso soltanto perché a far finta di nulla si passerebbe per snob e dissociati. Allora giù a riscrivere la sua vita con mezze verità, congetture, vani tentativi di giungere a notizie sensazionali spulciando materiali del tutto secondari. Tutti a caccia del presunto omicida, rileggendo tra le righe della lettera, disperata e inequivocabile, che lasciò prima di spararsi.

Di Cobain si è detto di tutto. Vite, sogni e conti in banca di molte persone gli devono qualcosa. Pure se, a ben vedere, non è andato tutto per il verso giusto. Partiamo dalla base di tutto: la musica. 9 canzoni su 12 di Nevermind, album generazionale e simbolo della sua poetica, nel corso degli anni son state usate per jingle pubblicitari di dubbio gusto e trailer televisivi, colonne sonore, cartoni animati, videogame e sigle per lottatori di wrestling. Per non parlare del loro inserimento in milioni di odiose serate rock. Ma come uomini in fase di adolescenza protratta, in questi 25 anni dal suicidio, abbiamo chiuso entrambi gli occhi e siamo rimasti a inneggiare questa o quell’altra canzone capace di fare gioire noi eterni giovanotti. Proprio grazie a quel cantato appassionato e a quei testi di chi è vissuto come un giovane George Orwell, down and out. Senza un soldo, per le strade di Aberdeen e nelle case dei pochi amici fidati, siamo andati avanti, senza badare tanto a quanto la sua memoria venisse maltrattata per fini più o meno consumistici e ruffiani.

Ovviamente il singolo che venne considerato la Anarchy in the Uk della mia generazione, Smells Like Teen Spirit, è stata la più martoriata. Basti sapere che il nome fu usato per una rivista dal taglio ultra-pop che trattava serie televisive come Bayside School e Beverly Hills 90210. Alla faccia del colpo di genio riot e fulmineo di Kathleen Hanna, cantante delle Bikini Kill, che scrisse su un muro “Kurt smells like Teen Spirit” come sfottò a quel cantante che avrebbe cambiato i connotati della musica rock. Tributi fiacchi, indegni o semplicemente inopportuni se ne contano a bizzeffe. Da quello beatbox di Dokaka a quello a cappella dei Flying Pickets, passando per almeno due parodie degne di sconforto, quella demenziale dei Sock Puppet e quella dei queercore Pansy Division (Smells Like Queer Spirit) che nulla hanno a che spartire con la stoccata arguta di Smells Like Nirvana di Weird Al Yankovic, uscita coraggiosamente poco dopo l’originale e apprezzata anche dallo stesso Cobain.

Al resto della produzione di Kurt non è andata certo meglio. Neanche era morto e già esisteva una versione reggae di Come As You Are. E poi vennero una 8-bit di Polly, una brit di Something in the Way e per organo da chiesa di Lithium, per non parlare di quella country di All Apologies e surf di Lounge Act usata al The Mickey Mouse Club su Disney Channel. Ancora peggio, se possibile, sono le versioni house di Heart Shaped Box e quella con strumenti giocattolo di Scentless Apprentice. Così, se il testo della prima prendeva spunto dalla selva oscura di Dante (grande passione di Kurt che esplose per la prima volta durante il tour del 1989 di Bleach, con la celebre t-shirt Upper Hell, progettata e disegnata da lui stesso ed esposta al EMP Museum di Seattle) e da Tennessee Williams e la seconda ebbe come ispirazione il romanzo Il profumo di Patrick Suskind (reso poi celebre nel 2006 con il film di Tom Tykwer), tutto lo studio e la ricerca, capaci di creare smottamenti sia nella fantasia che nell’animo di chi le ascoltava, sono andati a farsi benedire a vantaggio del mero intrattenimento.

Emblematico, in tal senso, il tributo sul ghiaccio che potete trovare sul Tubo di Scott Williams. Con una camicia a quadri d’ordinanza e un’inspiegabile bandana presa a Jude Nelson in Breakfast Club, sulle note di a Smells Like Teen Spirit, volteggia, sculetta, ansima, sfiata, azzarda passi di cha cha cha veramente poco grunge, e si contorce nelle sue giravolte con dei movimenti incomprensibili e fuori-sincro rispetto al martoriato brano in sottofondo. Finita l’esibizione Scott, che se nel 1988 si era ritirato dal mondo del pattinaggio artistico sul ghiaccio un motivo ci sarà pur stato, prende i suoi applausi da un pubblico (ipotizziamo) interamente composto da non vedenti. Ride, soddisfatto.

Siamo nel 1998, Kurt Cobain è morto da soli quattro anni, e, senza scomodare la futura cover dal vivo di Miley Cyrus, tutti sembrano già essere inconsapevoli simboli del totale disfacimento dei messaggi d’aiuto lanciati da lui e dall’intera epopea dei Nirvana. A nessuno pare interessare che il brano sia ispirato alla poetessa e attivista femminista Alicia Ostriker, i cui versi fanno da controcanto al ritornello del brano stesso. Piuttosto, appaiono come la triste metafora della rimozione forzata del grigiore della città di Seattle attraverso una coreografia di sicuro più adatta alle future masse pronte a comprare le t-shirt dei Nirvana da OVS o H&M. Vivace, piena di testosterone e supposta coolness. Cercando le tracce della catatonia della Generazione X, si vedono solo salti e slanci che non appartengono a Kurt, né mai gli sono appartenuti. E nessuna testimonianza delle angosce e delle ansie di quel cantante dalla chioma bionda si esprime ai nostri occhi. Nulla del genio e di quella frustrazione che ha commosso e accomunato tanti ragazzi in tutto il mondo.

Insomma oggi non mi stupirei se esistesse una versione canina dei suoi versi – infatti esiste, la fa un cane chiamato Maple e ha milioni di visualizzazioni. Il che di per sé rende bene idea del dramma che Kurt Cobain viveva in prima persona a ventisette anni. Qualcosa che di sicuro ha a che fare col senso d’onnipotenza, e con la produzione di dopamina nel suo cervello, ma anche con la conscia e profonda consapevolezza che tutto, e in primo luogo la propria arte, non è null’altro che aria: nulla della musica resta se non il ricordo di un’emozione provata da chi l’ascolta. E non è detto che sia la stessa di chi l’ha composta. Spente le luci, Kurt restava un ventenne con degli strumenti culturali fatti di continui pellegrinaggi in biblioteca, aspettando che il giorno finisse e con esso i suoi incubi. Tossicomane senza scampo, ma con una feroce sensibilità per tutto ciò che aveva attorno, che trovava origine in una situazione famigliare infelice e rifugio nei libri di Jack Kerouac, Charles Bukowski e nel letterato punk per eccellenza, William Burroughs. Mentre tutto il peggio del mondo là fuori, seppure nelle sue molteplici ipotetiche riverenze, contribuiva solo ad ampliare il suo profondo disagio.

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