'Tron Legacy' dei Daft Punk era musica classica al silicio: rivalutiamola | Rolling Stone Italia
Home Opinioni Opinioni Musica

‘Tron Legacy’ dei Daft Punk era musica classica al silicio: rivalutiamola

E se fosse questa colonna sonora e non 'Random Access Memories' l'ultima grande opera del gruppo? Apologia di un album snobbato costruito da due artigiani del pop reinventatisi compositori

I Daft Punk alla prima hollywoodiana di 'Tron Legacy' nel dicembre 2010

Foto: Gregg DeGuire/FilmMagic

La notizia dello scioglimento dei Daft Punk è stata una delle più importanti degli ultimi mesi in campo musicale e molti hanno raccontato la loro opera in maniera generalmente accomodante. Nella maggior parte dei casi è stato skippato o citato sbrigativamente come una mera appendice un disco che rappresenta forse la loro vera ultima prova seria, se non il primo disco in assoluto in cui il duo ha messo a nudo la propria musica. Questo disco è la colonna sonora del kolossal disneyano Tron Legacy, anno 2010.

All’epoca andai a vedere la pellicola al cinema, non tanto per i Daft Punk quanto per la fissa che avevo per l’originale del 1982. Ebbene, se ai miei occhi questo sequel si rivelò una monnezza assoluta, non fu lo stesso per le mie orecchie. La colonna sonora era convincente, minimale e minimalista quanto basta per commentare le scene portando l’ascoltatore a un notevole coinvolgimento nel film anche non apprezzandolo, sfruttando tanto l’ossessività della ripetizione alla Steve Reich quanto il pathos dell’orchestra. Certo, nulla che fosse paragonabile alla colonna sonora di Wendy Carlos per il primo capitolo, eppure di Carlos rimaneva un’atmosfera analogica calata in un non luogo artificiale e digitale, che appunto è il videogioco protagonista della narrazione.

I due francesi hanno ammesso di essersi ispirati a quello score, così come ai nomi tutelari delle colonne sonore “sintetiche” di sempre, Carpenter e Vangelis in primis. Ma invece di limitarsi ad attaccare una drum machine e mettere un campione di qualche pezzo già esistente a ripetersi (cosa che d’altronde è la loro specialità), scelgono di comporre. Che non siano fogli pentagrammati ma un programma che scrive in tempo reale partiture da mandare in stampa per l’orchestra e l’arrangiatore, poco importa: quel che conta è l’attitudine inedita del duo di fare a meno delle scorciatoie e misurarsi con delle musiche originali, le quali – stranamente – stupiscono per non ricordare nulla di già sentito. Sono esperimenti nei quali gli arpeggiatori delle macchine o i pattern programmati – in maniera casuale o meno – sono pensati per essere suonati, doppiati e arricchiti da un’orchestra classica. Il che sulla carta potrebbe essere un orrendo sfacelo e invece funziona alla perfezione anche senza pellicola (provate a metterlo di sottofondo come colonna sonora per i vostri “filmetti” in camera da letto).

Sembra quasi una versione elettronica di Concerto for Group and Orchestra dei Deep Purple, anche se rispetto a quell’attitudine rock e quindi sbruffona in questo caso c’è una timidezza tipica del techno geek da cameretta, di chi non è sicuro di portare a casa il risultato ma ci prova comunque con un certo coraggio. E in effetti questo è uno degli elementi che fanno la forza della colonna sonora, una certa fragilità normalmente assente nei blockbuster di fantascienza, disneyani o meno, che di solito sono farciti di musica steroidale ancorata a un wagnerismo manierista e condito da cacofonie. Al contrario, la musica del duo dona allo score quel tocco di umanità che in un film concentrato sulla tecnologia ti pone da subito in una zona emotiva “critica” tra la fascinazione e la repulsione: ai Daft Punk riesce meglio che a gente come Hans Zimmer, che ad esempio nel sequel di Blade Runner non riesce assolutamente in questo intento, risultando come un mero imitatore di emozioni altrui, quelle del Vangelis del primo film.

Se un disco come Random Access Memory viene spesso lodato come il simbolo della retromania, come una perfetta operazione nostalgia e in alcuni casi definito disco senza tempo, è chiaro che al suo confronto Tron Legacy è un capolavoro. RAM non è nessuna di queste cose, è anzi un disco nato in un’evidente crisi creativa che si attacca alla malinconia di non riuscire ad eguagliare i propri miti, e infatti è il canto del cigno dopo il quale era quasi scontato che i due fermassero la loro attività. Che poi i loro uffici stampa siano stati bravi a gonfiarlo è un’altra questione.

Il bello di Tron è che non ha avuto bisogno di tutto questo. È stato un disco pluripremiato e plurinominato nonostante sia passato quasi in sordina rispetto ad altri. Non è passatista, anzi forse è veramente un disco eterno proprio perché inserito nel suo tempo, come potrebbe esserlo un disco dei Kraftwerk. Perché non si appoggia a nessuna rete di protezione: si cade volutamente nel vuoto. Arrangiato e orchestrato con la complicità di Joseph Trapanese, esperto compositore di musica per videogiochi, vede una divisione dei ruoli ben precisa: De Homem-Christo si occupa dei temi musicali più cupi, mentre Bangalter di quelli eroici. Non solo, il film viene montato sulla musica e non al contrario come spesso si fa con i kolossal. E ascoltando roba come Nocuturne, dove i pad sintetici oscillano come un mare sul quale navigano barchette di orchestra, pensi che i due non scherzano e ci trovi anche dei riferimenti al prog. Senti Fall e in mezzo al casino di white e pink noise l’orchestra viaggia in un fraseggio ostinato che cresce battuta per battuta (come fotogramma per fotogramma). Metti su Recognizer e trovi un ibrido tra orchestra e synth che a un certo punto pensi sia una cosa unica e aspetti un calo di stile. È invece tutto calibrato alla perfezione su vuoti e pieni per non distrarre l’ascoltatore dal film, ma soprattutto dalla musica stessa (anche Armory è su questo livello d’interpretazione). Finale ad esempio è Morricone se maneggiasse un computer e componesse mandando e-mail.

Ovviamente ci sono anche i pezzi in cui l’orchestra viene messa da un lato se non processata pure lei, ovvero il singolo Derezzed basato su un pattern impazzito e su una drum machine pestona (che vede l’apparizione dei due in tenuta robotica nel film, un cammeo riuscitissimo), la glo fi Sea of simulation, tutto un florilegio di risonanze, i titoli di coda a cura di un synth quasi fatto col rubberduck e di una batteria elettronica serrata in cui l’orchestra appare alla fine, sorgere lussureggiante quasi fosse in un contesto disco. Se poi recuperate gli altri brani contenuti nella versione deluxe trovate un classicismo di silicio non scontato. E allora perché fare i vaghi su quest’opera? Sembra che i Daft Punk siano sottovalutati come compositori e messi su un piedistallo quando fanno i dj robot copia e incolla. Sotto quei caschi non ci sono dei geni, ma degli artigiani che sanno che la loro carriera è stata solo un gioco: proprio come i protagonisti di Tron Legacy.

Altre notizie su:  Daft Punk