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‘The Slow Rush In An Imaginary Place’ dei Tame Impala è follia da quarantena. O forse no

La risposta di Kevin Parker al bisogno di socialità: diffondere il suo ultimo album con l’aggiunta del riverbero e del chiacchiericcio tipici dei concerti

I Tame Impala sul palco del Rock In Roma. Foto di Kimberley Ross

Kevin Parker dei Tame Impala ha una risposta all’isolamento, al bisogno di socialità, al desiderio di tornare ad ascoltare musica in una stanza, con altra gente. Si chiama The Slow Rush In An Imaginary Place, è un nuovo mix dell’album pubblicato in febbraio. In sostanza, Parker ha aggiunto al disco tonnellate di riverbero, gli ha conferito la spazialità dell’ascolto in un locale, vi ha sovrapposto il fastidioso chiacchiericcio di sottofondo tipico di certi concerti. Risultato: The Slow Rush suonato in un luogo immaginario.

Difficile dire se qualcuno amerà sul serio la bizzarria che Parker ha pubblicato su YouTube. È come ascoltare un’esecuzione dell’album dal guardaroba: il suono è sordo, riverberato, lontano, parzialmente coperto dal vociare incessante delle persone. The Slow Rush In An Imaginary Place può sembrare un commento ironico e amaro all’impossibilità per i Tame Impala e per tutti quanti di fare e vedere concerti, ma non è quel che si evince dal messaggio col quale Parker l’ha diffuso: “Ho fatto una cosa per tutti voi in isolamento. Lo chiamo The Slow Rush In An Imaginary Place. È necessario mettersi le cuffie per godere dell’effetto immersivo. Ci vediamo lì”.

È pura follia da quarantena, accompagnata dalla formula tipica di questi giorni in cui l’ascolto s’è fatto ancora più solitario e isolato del solito (vedi il caso degli audio in 8D): “wear headphones”. È il succedaneo digitale scadente di un’esperienza reale. O forse no. Forse è un’idea brillante, come scrive qualcuno su YouTube: “mi dà pace e speranza”. Un altro: “se solo Kevin sapesse quanta gioia mi dà”. E ancora: “mi fa sperare che un giorno tutto questo finirà” oppure “la migliore idea di sempre” e “chi è in isolamento si metta le cuffie e chiuda gli occhi: eccoti al locale con gli amici e il bicchiere in mano che ti godi la musica”.

Questa idea semplice e anche un po’ stupida smuove qualcosa dentro. È assieme triste e confortante. Il suono ovattato richiama l’eco lontana dei concerti che abbiamo visto e che per ora sembrano lontani – è possibile che, finita l’emergenza, per precauzione gli assembramenti vengano vietati per un altro po’ di tempo. “È The Slow Rush, ma tu sei in stanza che piangi perché sei in quarantena” recita un commento, il più triste della serie “è Slow Rush, ma”. Ce n’è di tutti i tipi: è The Slow Rush, ma sei il barista; è The Slow Rush, ma sei chiuso in bagno; è The Slow Rush, ma sei fatto e nel backstage.

Forse è quel che vuole la gente: un richiamo alla vita che si faceva prima del coronavirus e una promessa per il futuro. The Slow Rush In An Imaginary Place è un’allucinazione sonora che ci dà la speranza che un giorno torneremo a sentire concerti male e pigiati con centinaia di altre persone, con quello che ti rovescia la birra sulle scarpe e quell’altro che non smette di parlare.

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