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‘The Great Escape’ dei Blur è il simbolo di una generazione in fuga dalle bombe

“Portami via, sono triste e non so il perché”, cantava Damon Albarn nel disco uscito 25 anni fa, un capolavoro pop giocoso che ci faceva dimenticare la guerra nella ex Jugoslavia, la paura del futuro, le ossessioni

I Blur

Foto: Fiona Hanson - PA Images/PA Images via Getty Images

Uscivamo dal rogo della biblioteca di Sarajevo: tutto era iniziato da lì, da quel fuoco che tre anni prima aveva bruciato secoli di storia e con essi un po’ di speranza e civiltà. Da quelle ceneri, si diceva, avremmo dovuto ricostruire un Europa migliore, un mondo più umano. E invece no. Tre anni dopo, eravamo spettatori della guerra dei Balcani, che sembrava non avere mai fine. Era come stare affacciati a un balcone a osservare da lontano le fiamme e non potere far niente. Ma sentivamo gli aerei che sorvolavano i cieli italiani. L’America, la Nato, i serbi, i croati, il Kosovo, l’11 luglio 1995 a Srebrenica, la strage, la vergogna e la conoscenza dell’espressione “stupro di guerra”.

Il conflitto dei Balcani rappresenta, per chi era adolescente all’epoca, l’approccio con il sangue e la guerra e il 1995 è l’anno della grande fuga, dal titolo dell’album pubblicato nel settembre di quell’anno da un gruppo musicale di Londra, The Great Escape. I Blur erano lì a contestare la supremazia rissosa degli Oasis e The Great Escape è il simbolo di una generazione in fuga dalle bombe e dalle biblioteche che bruciano. Era il bisogno espresso in musica di passare direttamente agli anni 2000. Volevamo andare avanti a tutti i costi e avevamo sviluppato un cinismo che si rifletteva in Country House dove Damon Albarn cantava “sono un cinico professionista”. Iniziavamo a conoscere, chi per via diretta e chi tramite le canzoni, l’uso degli antidepressivi per placare ossessioni, manie, attacchi di panico.

Ecco, il 1995 è stato l’anno della grande fuga da quello che potremmo definire l’attacco di panico universale. Volevamo fuggire da quello che gli adulti dipingevano come un mondo più bello e pulito, se solo le bombe avessero funzionato. Ma noi vedevamo solo gente che scappava dalla guerra, le fosse comuni e l’odio. Noi adolescenti iniziavamo a fare i conti con la paura del futuro.

L’album dei Blur metteva una strana allegria, ma era paura, era confusione. Lo sapevano benissimo Damon Albarn & Co che per quanto fossimo allegri, cinici e spietati e conducessimo una vita perfetta, come quella del protagonista di Country House che legge Balzac, non fuma e non beve, la loro richiesta era quella della mia generazione: “Portami via, sono triste e non so il perché”. Sembrava che l’album dei Blur ci prendesse in giro, come annunciava nella canzone Best Days: “Se pensi che questi siano i giorni migliori della tua vita, la gente si volterà e ti riderà in faccia”. The Great Escape descriveva il mondo con un’ironia e un cinismo che pochi altri album nel futuro avranno.

La copertina meravigliosa rappresentava non solo il disco, ma il periodo tutto. La foto di Tom King ritrae due ragazzi che, su un motoscafo in mare, osservano un amico che si è gettato in acqua. Eccola la grande fuga, la rappresentazione di una generazione che vuole andare via. Aprendo il compact disc si scoprivano però uno squalo in mare e la scritta “The end”. L’album sembrava scanzonato e giocoso e invece sotto di noi c’era uno squalo e sarebbe rimasto lì a lungo. Per tanti anni avremmo vissuto nella bocca dello squalo, masticati e alla fine forse inghiottiti. E questo i Blur lo sapevano già.

Era l’anno 1995, sognavamo una grande fuga, come nell’album dei Blur, ma ancora oggi quelli della mia generazione non hanno capito se era meglio restare sul motoscafo o tuffarsi. Poi i Blur si sono sciolti, mentre noi, come dice It Could Be You, “non vogliamo che essere felici, nelle nostre case, come famiglie felici”. Oggi l’uomo di Country House beve, fuma e indossa una mascherina, e la cosa peggiore è che sa benissimo perché è triste.

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