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The Edge racconta i Clash

«Non si vergognavano di essere diversi. La loro musica non era solo intrattenimento. Era questione di vita o di morte»

I Clash

Foto: Getty Images

I Clash, più di qualsiasi altro gruppo, hanno dato vita a migliaia di garage band in tutto il Regno Unito. Per gli U2, e per tutti gli altri musicisti di quella generazione, vederli dal vivo fu un’esperienza che cambiò le nostre vite. Non c’è altro modo per descriverlo.

Ricordo vividamente il giorno in cui vidi per la prima volta i Clash. Era a Dublino, nell’ottobre del 1977. Erano in tour per promuovere il loro primo album, e all’epoca si esibivano per 1200 persone al Trinity College. Dublino non aveva mai visto niente di simile. Il loro show ebbe un’impatto enorme, e ancora oggi incontro persone che hanno scelto di lavorare nella musica – alcuni sono Dj, altri suonano in una band – proprio perché avevano visto quel concerto.

All’epoca gli U2 erano una band giovane, e quella serata ci gettò nello sconforto. Pensavamo: Perché facciamo musica? E che significa fare musica? I membri dei Clash erano tutto meno che musicisti di classe mondiale, ma il baccano che facevano era inconfondibile – così come la loro energia viscerale, la rabbia e la determinazione. Erano grezzi da tutti i punti di vista, e non si vergognavano affatto di essere diversi da chi si preoccupava di suonare con precisione, o con gli strumenti accordati. Non era solo intrattenimento. Era questione di vita o di morte. Grazie ai Clash abbiamo iniziato a pensare alla band seriamente. Non penso che saremmo gli stessi se non fosse stato per quel concerto, e per quel gruppo. Ci hanno mostrato quello di cui avevamo bisogno. Era tutta una questione di cuore.

Gli U2. Foto: Anton Corbijn

Il contenuto sociale e politico delle loro canzoni fu di grande ispirazione, soprattutto per gli U2. Era la chiamata che aspettavamo per risvegliarci, per arrabbiarci, per politicizzarci e alzare la voce. È interessante ricordare che i membri dei Clash avevano personalità molto diverse. Paul Simonon aveva un background artistico, e Joe Strummer era figlio di un diplomatico. Ma erano compagni d’arme. Erano sempre sulla stessa lunghezza d’onda, si scagliavano contro le ingiustizie, contro un sistema che li disgustava. Un sistema di cui volevano liberarsi.

Li ho visti un altro paio di volte dopo il concerto di Dublino, e avevano sempre qualcosa di nuovo da proporre. È un peccato che non abbiano continuato più a lungo. La loro musica è senza tempo. È così ricca di spirito combattivo, di cuore, e non riesce proprio a invecchiare. La sentiamo ogni giorno nelle canzoni dei Green Day e dei No Doubt, nei Nirvana e nei Pixies, e sicuramente negli U2. Credevano davvero in quello che facevano, e si sente.

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