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‘The Ascension’ dimostra che Sufjan Stevens è il migliore della sua generazione

Dimenticate il folk acustico di 'Carrie & Lowell'. Il nuovo album del cantautore americano è una sorta di ricognizione mistica dell'America trumpiana tutta drum machine e vecchi sintetizzatori

Sufjan Stevens

Foto press

Per Sufjan Stevens il successo è giunto, probabilmente inaspettato, nel momento più difficile della sua vita. Carrie & Lowell, il disco dedicato alla scomparsa della madre, è stato celebrato all’unanimità come un capolavoro dello scorso decennio. Da quel momento di profonda e condivisa tristezza, l’ispirazione di Sufjan è culminata in Mystery of Love, brano composto per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, valsa la nomination agli Oscar come miglior canzone.

Nei cinque anni che ci distanziano da Carrie & Lowell, il cantautore del Michigan è però voluto sfuggire ai facili richiami del successo. Abbandonati i nudi arpeggi, ha preferito avventurarsi in lavori sperimentali di ricerca come Planetarium con Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister, Aporia con il suo padrino Lowell Brams, e The Decalogue, musiche scritte con Timo Andres per Justin Peck del New York Ballet. Cosa aspettarci dunque da The Ascension, il primo album solista in cinque anni?

Lasciato il suo studio di New York, Sufjan si è avventurato con drum machine e synth analogici alle Catskill Mountains, a nord di New York, un paesaggio che alterna colline e vallate e che, grazie ai suoi luoghi di villeggiatura, è stato florido terreno per lo sviluppo della stand-up comedy tra gli anni ’40 e ’60 (guardatevi The Marvelous Mrs. Maisel su Prime Video per entrare nel mood), nonché territorio in cui si è svolto il celebre festival di Woodstock. Ritornato alla natura, Stevens ha scritto quello che probabilmente è il suo disco più metropolitano. In fondo era lui stesso a cantare “landscapes changed my point of view”.

The Ascension è un’evoluzione congiunta di una serie di percorsi intrapresi da Sufjan Stevens nell’arco della sua carriera ventennale. Il disco suona come un approfondimento intelligente di The Age of Adz, il primo lavoro a varcare le soglie delle classifiche americane nel 2010: gli arpeggi chitarristici vengono abbandonati a favore di un’elettronica DIY che solo un artista di questo calibro è in grado di rendere raffinata, bilanciando il piglio lo-fi con quella voce particolare. Se Carrie & Lowell era un gioco di sottrazioni sonore, The Ascension non ha paura di essere maestoso nelle sue esplosioni.

Nei testi viene abbandonata quella caratteristica narrativa di Sufjan di mitologie popolari dell’America rurale. Il grande canzoniere popolare americano è sostituito dal dualismo tra contemporaneità e spiritualità, in cui riferimenti pop come la Death Star di Star Wars e l’Atavan (il nome inglese per il Tavor, farmaco della categoria delle benzodiazepine, ultimamente molto cool) vengono mescolati ad immaginari spirituali come l’ascensione richiamata dalla title track e ai continui riferimenti al divino. Nel suo misticismo, The Ascension guarda dentro l’America trumpiana con durezza.

In una delle rare interviste rilasciate pre pubblicazione, Stevens ha dichiarato di aver pensato a questo disco come ad un lavoro differente, «non contiene storie, né personaggi, non ha nulla di figurativo, non cisono metafore, né dell’auto-mitologia, i messaggi dovevano essere chiari e coerenti, quasi degli editoriali». Non a caso i primi singoli estratti sono quelli dove è più chiara la direzione politica del disco. Slogan come “non fare a me quel che hai fatto all’America” (in America) e “non voglio essere il tuo Gesù personale, non m’interessa se è un refrain popolare, non voglioessere un burattino in un teatro” (in Video Game) sono auto-esplicativi e si posizionano verso l’oggi con occhio critico. Nell’intera opera ritorna preponderante il tema della morte, con cui Sufjan continua a confrontarsi esplicitamente come in Die Happy, una canzone che ruota attorno al mantra “I wanna die happy”, o in passaggi struggenti come “Amore, ho perso la fede in ogni cosa, dimmi che mi ami comunque” di Tell Me You Love Me. A differenza di Carrie & Lowell, però, qui appare una luce: “ora che è troppo tardi per morire giovane, sono felice d’essere vivo perché quel che non mi ha ucciso mi renderà più forte”.

Nonostante questa attenzione, e tensione, rivolta alla drammaticità del contemporaneo, The Ascension non è un disco in cui Stevens si deprime o si compiange, tutt’altro. Prevale, come nell’ultimo Sufjan, la possibilità per la specie umana di una redenzione nella ricerca dell’illuminazione spirituale. Della narrativa americana rimane dunque il punto più ingenuo e prezioso: la speranza per un finale felice. Sarà ancora l’amore (spirituale, divino) l’unica salvezza della specie.

The Ascension conferma Sufjan Stevens come il più grande della sua generazione. In qualsiasi veste, in qualsiasi forma, in qualsiasi struttura, è semplicemente troppo bravo a scrivere le canzoni, a suonarle, a cantarle. Un’ispirazione perpetua di umana umiltà: “portami in tutta la vita che ti resta / sono il futuro, definisci il futuro / pensavo al genere umano”.

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